Passa al contenuto principale

Sessualità e metodi anticoncezionali: facciamolo… in sicurezza!

Per “metodi anticoncezionali” si intendono tutti i metodi validi atti ad impedire la fecondazione dell’ovulo al fine di compiere una scelta consapevole rispetto alla procreazione e di tutelare la propria salute sessuale. Infatti, si usano per prevenire una gravidanza (indesiderata) e come protezione nei confronti di malattie sessualmente trasmissibili.

La scelta del metodo contraccettivo è molto importante e, qualora vi fosse una relazione stabile, sarebbe opportuno parlarne e scegliere insieme. Avvalersi di metodi contraccettivi appropriati – quando una gravidanza inattesa costituirebbe un problema – è sinonimo di consapevolezza e maturità. La scelta di una pratica contraccettiva piuttosto che un’altra è chiaramente soggettiva, e dipende dalla sua efficacia, dalla praticità e dalla percezione del rischio che la coppia associa al verificarsi di una gravidanza non prevista. Nella scelta si deve tenere comunque in considerazione la possibilità reale di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, evenienza probabile in caso di rapporti non protetti con partner multipli ed occasionali.

Per far fronte alle problematiche appena descritte, sono stati identificati alcuni requisiti che un metodo contraccettivo “perfetto” dovrebbe possedere:

  • Protezione da gravidanze indesiderate a malattie sessualmente trasmissibili
  • Semplicità e praticità di utilizzo
  • Scarsi effetti collaterali
  • Reversibilità
  • Minima o scarsa percezione durante il rapporto
  • Facile reperibilità

Ad oggi, gli anticoncezionali ad oggi possono essere suddivisi in:

  • metodi a barriera/ meccanici
  • metodi ormonali
  • metodi “naturali”

A. METODI A BARRIERA / MECCANICI

Nel primo gruppo possiamo inserire il più utilizzato metodo a barriera: il preservativo maschile. Il preservativo è l’unico metodo che permette una protezione sia da malattie sessualmente trasmissibili, sia da un’eventuale gravidanza indesiderata. È una guaina in lattice che deve essere applicata sul pene in erezione prima dell’inserimento nella vagina. Il preservativo va srotolato lungo tutta la sua lunghezza, avendo cura di stringere il serbatoio (nella parte superiore del preservativo) tra pollice e indice per evitare che si creino bolle d’aria durante il rapporto, ipotetiche responsabili della rottura del profilattico.

Ha una potenziale efficacia del 100%, che potrebbe diminuire se non conservato o utilizzato adeguatamente. Ad oggi sul mercato è presente anche il preservativo femminile, FEMIDOM.

Il Femidom (profilattico femminile) è uno strumento di prevenzione dell’HIV e delle altre malattie sessualmente trasmesse che può essere utilizzato dalle donne.

In Italia è ancora da reperire e assolutamente assente dai consultori ginecologici ma può essere ordinato su internet o in alcune farmacie.

Il preservativo femminile è una guaina trasparente in nitrile sintetico che, introdotta nella vagina prima del rapporto, forma una barriera tra gli organi genitali dei due partner, garantendo protezione da gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale. Il materiale con cui è realizzato fa sì che sia più resistente dei condom maschili in lattice, che non provochi reazioni allergiche e che si riveli compatibile sia con i lubrificanti a base acquosa sia con quelli a base oleosa. Usato correttamente, ha la stessa efficacia degli altri metodi contraccettivi e non presenta effetti collaterali o rischi.

Perché usarlo?

A parte l’efficacia nella prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili, c’è un altro fondamentale motivo per decidere di usare il preservativo femminile. Si tratta della libertà di scelta.

Il preservativo femminile, infatti, costituisce un’ulteriore opzione per le donne che intendano gestire in prima persona la propria salute sessuale. È la donna, cioè, a decidere in piena autonomia quale protezione adottare, senza dipendere dall’uomo e dalla sua eventuale riluttanza a indossare il profilattico. Una conquista importante, che rende indipendenti le donne nel vivere serenamente la loro vita sessuale.

La spirale o IUD (dall’inglese Intra Uterine Device) è uno strumento contraccettivo che impedisce “fisicamente” l’annidamento all’interno dell’utero di un potenziale ovulo fecondato. Infatti, la spirale è un piccolo supporto in plastica avvolto da un filo di rame (da qui il nome “spirale”) che viene inserito nell’utero, solitamente durante il ciclo mestruale, da un ginecologo.

Ad oggi sul mercato esistono delle spirali “medicate” che oltre ad impedire fisicamente la gravidanza, rilasciano ormoni (progesterone) in piccole quantità. Il funzionamento è paragonabile a quello di un metodo anticoncezionale ormonale. Generalmente può essere utilizzato per un periodo che va da tre a cinque anni a seconda del modello. Può essere rimosso in qualsiasi momento senza particolari interventi dal ginecologo.

Il diaframma è una calotta di lattice che va inserita prima di ogni rapporto, associandola a degli spermicidi (sotto forma di spugnette, gel, creme o supposte). Non assicura una garanzia di protezione dalla trasmissione delle malattie sessualmente trasmissibili. In Italia, il diaframma è un metodo anticoncezionale ormai in disuso, soprattutto perché non considerato del tutto affidabile ed ormai difficilmente reperibile; inoltre presuppone una conoscenza approfondita del proprio corpo per l’inserimento manuale.

B. METODI ORMONALI

I contraccettivi ormonali funzionano inibendo l’ovulazione e la fecondazione. Essi sono disponibili in una serie di forme diverse.

La più famosa è la pillola anticoncezionale, che viene assunta quotidianamente per bocca; poi possiamo considerare tra questi la spirale medicata di cui sopra; il cerotto e l’anello vaginale.

Questi metodi anticoncezionali hanno una alta efficacia se utilizzati correttamente e necessitano di un controllo medico ginecologico e la prescrizione. I metodi ormonali prevengono una gravidanza indesiderata ma non proteggono dalle malattie sessualmente trasmissibili.

C. METODI CONTRACCETTIVI NATURALI

Per metodi contraccettivi naturali intendiamo i metodi che mirano all’individuazione del momento esatto in cui avviene l’ovulazione, e prevedono l’astensione dai rapporti sessuali 3-4 giorni, prima e dopo, dell’ovulazione stessa. Questi metodi naturali non hanno effetti collaterali né controindicazioni, ma la loro sicurezza è molto bassa per la variabilità dell’ovulazione e del ciclo mestruale. Tra i metodi contraccettivi naturali possiamo annoverare anche il coito interrotto, cioè la fuoriuscita del pene dalla vagina prima dell’eiaculazione, nel tentativo di evitare il contatto diretto dello sperma con quest’ultima. Questa pratica, pur essendo ancora molto diffusa, non assicura alcun tipo di difesa dal punto di vista della prevenzione delle malattie veneree e la sua efficacia contraccettiva è molto scarsa, poiché diversi studi sottolineano la possibilità di una fuoriuscita di sperma pre- eiaculazione.

E’ importante sottolineare quanto la scelta personale e di coppia del metodo contraccettivo sia un passo rilevante per vivere al meglio una sessualità serena, consapevole ed in salute. Non si deve correre il rischio di sottovalutare il valore della decisione in merito, scegliendo il metodo più adatto alle proprie esigenze e necessità.

 

 

Dott.ssa Agnese Eleuteri

Psicologa e Sessuologa Clinica

Responsabile dell’Area Psico-sessuologica e dell’Intervento di Coppia

http://www.centroiltulipano.com

Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA)

Gli anni dell’educazione scolastica si inseriscono in un periodo di crescita dell’individuo di per sé già molto complesso in cui si vanno ad affollare nuove conoscenze ed esperienze fondamentali per lo sviluppo. In particolare, in questa fase, la scuola riveste un ruolo tutt’altro che marginale non solo perché fornisce gli insegnamenti formali necessari per un funzionale inserimento all’interno della società, ma anche perché attraverso gli stessi insegnamenti o mediante la cornice che essa crea, contribuisce alla strutturazione della personalità e delle ambizioni per la realizzazione futura.

Sempre più spesso negli ultimi anni si sente parlare di Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), la cui diagnosi spesso è preceduta dalla descrizione di quadri di bassi rendimenti scolastici. Per quanto affermato finora, gli scarsi risultati conseguiti nell’ambiente di formazione hanno dunque la possibilità di tradursi nella riduzione della realizzazione delle proprie potenzialità sociali e lavorative.

La rilevanza dell’argomento presentato è dovuta dunque alle conseguenze che questi disturbi determinano a livello individuale e anche alla prevalenza con cui si presentano (oscillante tra il 2,5 e il 3,5% della popolazione in età evolutiva per la lingua italiana). Per queste ragioni è necessario che i servizi sanitari specialistici e la scuola siano in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni dei soggetti con DSA, favorendo la piena espressione delle loro potenzialità e garantendo la possibilità di apprendere, scopo primario dell’istituzione scolastica.

Lo scopo di questo testo è dunque quello di fornire degli elementi di conoscenza di base dei DSA e delle diverse possibilità di apprendimento, mirando alla promozione della diffusione della conoscenza sull’argomento.

La Consensus Conference, tenutasi a Roma il 6 e 7 dicembre del 2010, ha visto il confronto dei maggiori esperti che hanno redatto un documento di consenso volto a definire l’argomento, formulando raccomandazioni per la migliore prassi clinica, ove le prove scientifiche a disposizione si siano rivelate sufficienti. Secondo i dati della Consensus, i Disturbi Specifici di Apprendimento interessano la condizione clinica evolutiva di difficoltà di apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo che si ha in soggetti con intelligenza nella norma e che si manifesta all’inizio della scolarizzazione. Si distinguono in genere le seguenti condizioni cliniche:

  • dislessia cioè disturbo della lettura;
  • disortografia cioè disturbo della scrittura (intesa come abilità di trasferimento suono-segno grafico e di competenza ortografica);
  • disgrafia cioè disturbo nella grafia (intesa come abilità grafo-motoria);
  • discalculia cioè disturbo delle abilità di numero e di calcolo.

La diagnosi di dislessia, disortrografia e disgrafia è possibile al termine della seconda classe della scuola primaria ossia quando si considerano presentati gli insegnamenti riguardo queste specifiche abilità. Per la diagnosi di discalculia è invece necessario aspettare la fine della terza classe della scuola primaria, momento considerato migliore per identificare eventuali difficoltà delle abilità numeriche e di calcolo, al termine degli insegnamenti formali che in genere permettono lo sviluppo di queste competenze. Avvisaglie rispetto la possibilità di difficoltà di apprendimento sono riconoscibili anche prima del momento considerato opportuno per la diagnosi. In questi casi, la messa in atto di interventi di prevenzione specifici è considerato dagli esperti fattore prognostico positivo, potendo potenziare le aree deboli e permettendo il riallineamento con gli altri discenti oppure, in caso di effettivo disturbo specifico, mirando alla riduzione degli effetti del disturbo stesso.

La diagnosi è seguita dalla formulazione da parte di un team clinico multiprofessionale e multidisciplinare di un progetto di intervento condiviso con le famiglie e con gli insegnanti al fine di integrare programmi educativi e interventi specifici, mantenendo l’obiettivo primario per il bambino/adolescente che è apprendere.

È opportuno dunque chiarire come avviene l’apprendimento. Esistono dei fattori chiave che influenzano il processo di apprendimento che non sono isolati tra loro, ma interagiscono come parte integrante di un processo dinamico in continuo sviluppo. Un cambiamento di uno di loro, influenza l’intero sistema.

Uno tra questi fattori è sicuramente l’insegnante che si pone tra lo studente e il compito, stimolando il trasferimento di conoscenze attraverso la presentazione di stimoli selezionati e promuovendo l’attivazione di un processo che porti il discente ad imparare ad imparare attraverso lo sviluppo di strategie e abilità. Altro fattore dell’apprendimento è sicuramente lo studente che interpreta il compito in modi che gli sono propri e traendone apprendimenti. Si ha poi il compito che costituisce l’interfaccia tra studente e insegnante. Tutti questi fattori possono inoltre essere influenzati dal contesto che riguarda il bambino/ragazzo, ossia il suo ambiente di vita, il suo stato emotivo, tutto ciò che ruota intorno a lui e che può allo stesso tempo sostenerlo oppure ostacolarlo.

È necessario anche considerare e ricordare che l’apprendimento può avvenire sfruttando diversi canali e che qualsiasi esperienza può costituire un apprendimento. Vi sono cinque sensi attraverso i quali apprendere (vista; udito; tatto; olfatto; gusto) e tutti dunque possono costituire un canale che realizza il nostro apprendimento. È opportuno ricordare ciò perché un ragazzo con dislessia può avere difficoltà ad apprendere sfruttando il canale visivo, ma una stessa conoscenza può essere appresa sfruttando il canale uditivo, ascoltando dunque quanto avrebbe dovuto leggere (con una sintesi vocale, ad esempio).

In una visione di apprendimento accessibile a tutti, i bambini/ragazzi con DSA possono essere considerati dunque come soggetti che apprendono in maniera diversa da quello che viene considerato lo standard nelle scuole. Per gli stessi devono essere garantite le stesse possibilità di apprendimento degli altri studenti, valorizzando i loro punti di forza. Le direttive della legge n°170 del 2010 tutelano proprio questi aspetti. L’intervento educativo e clinico mira dunque a favorire l’apprendimento attraverso tutti i canali che si rivelano più utili e funzionali per il bambino o per il ragazzo stesso.

In conclusione, “lavorare con un ragazzo con DSA non significa intervenire unicamente sulle sue difficoltà di lettura, scrittura e calcolo per migliorare le abilità strumentali. Tutt’altro: è fondamentale mantenere uno sguardo d’insieme sulle implicazioni funzionali delle sue caratteristiche di apprendimento per permettergli di adottare le strategie e gli strumenti più idonei a raggiungere la massima autonomia possibile” (Verni, 2014).

 

Dott.ssa Marta Tedeschi

Logopedista, Segnante Lis

Esperta in DSA e ADHD

http://www.centroiltulipano.com

Cutting: condotte autolesive in adolescenza. Come riconoscerlo e cosa fare.

Con il termine “autolesionismo” si intendono tutti quei comportamenti di attacco intenzionale al proprio corpo o a parti di esso. Il cutting (in italiano “taglio”)  è una condotta autolesiva e come tale riguarda si inserisce all’estremo di un continuum che va dai tatuaggi, ai piercing, alle marchiature, alle bruciature e ogni lesione cutanea autoindotta. Soprattutto in adolescenza, rappresenta un fenomeno molto diffuso e complesso da decodificare e sollecita una intensa preoccupazione nei genitori, spesso sorpresi e spaventati dalla scoperta delle condotte del figlio. Per capire meglio questo fenomeno è necessario comprendere cosa accade all’adolescente in questa fase di sviluppo, per poter valutare in modo specifico quale funzione, nell’economia psichica di un ragazzo, ad un particolare punto del suo sviluppo psichico, in una data famiglia e in una specifica cultura, rappresenta l’uso del linguaggio del cutting.

Durante l’adolescenza, infatti, le emozioni si amplificano e mutano. Per questo motivo, la tendenza d “agire” può rappresentare una modalità della mente per elaborare una realtà interna ricca di continui cambiamenti, instabile e, talvolta, inquietante. La condotta autolesiva può dare l’impressione di poter gestire stati emotivi particolarmente intensi come la rabbia, la frustrazione, la vergogna, il vuoto, la tensione, l’ansia e le situazioni stressanti. Dunque è possibile che la condotta autolesiva venga usata per trasformare uno stato psichico in uno fisico, più controllabile e gestibile.

Ci si sente incompresi dal mondo degli adulti, che sono sentiti come distanti e diversi, con cui è difficile poter comunicare. Il tagliarsi è un messaggio non verbale che esprime una sofferenza, difficilmente esprimibile in altri modi ma che può essere rappresentata sulla propria pelle. E’ un linguaggio per trasmettere qualcosa che non si riesce a comunicare con le parole.

L’identità si consolida e spesso i ragazzi cercano la loro identità attraverso il continuo mutare della loro apparenza, al contempo però ricercando l’appartenenza. Il complesso senso della nostra identità è in stretta relazione con lo sguardo dell’altro su di noi. Riuscire a sentirsi unici a tutti i costi anche attraverso un’originalità negativa alimenta la fantasia di emergere dalla massa, che viene sentita di per sé annullante. Tagliarsi caratterizza un’identità unica e controcorrente e contemporaneamente è appartenenza a quel gruppo che mette in atto quella stessa pratica.

Si riattivano e si rielaborano esperienze relative alla primissima infanzia, quando i canali sensoriali, tra cui la pelle, rappresentavano il terreno di scambio con il mondo esterno. Proprio la pelle è l’interfaccia e il confine tra l’interno e l’esterno, è il “luogo” dove possono generarsi contemporaneamente percezioni interne ed esterne, dove si supera la contrapposizione tra mente e corpo. Il cutting ridefinisce i confini del corpo, differenziando il Sé dall’altro; il sangue che scorre dalle ferite rappresenta la prova che dentro il corpo c’è vita.

Il ferirsi è uno strumento per trasformare esperienze che vengono vissute passivamente, subìte o imposte in qualcosa di attivo, per ribaltare il senso di impotenza. Tagliarsi può dare un senso di sollievo, come se dalle ferite fuoriuscissero tutti i sentimenti penosi che si accumulano nella mente; è l’espressione su e di un corpo contemporaneamente amato e odiato. Tagliarsi può sembrare essere una strategia efficace per affrontare i tanti ostacoli di questa fase.

 

Indicatori di rischio 

Spesso si rimane sorpresi o scioccati quando si scopre il fenomeno, spesso ci sente in colpa per non essersi accorti prima di quello che stava succedendo. Come riconoscere una condotta autolesiva in un amico, o in un figlio?

–          Condotte di isolamento, come passare molto tempo nella propria cameretta o in bagno;

–          Rifiuto di andare al mare o altre situazioni in cui il corpo è esposto;

–          Indossare esclusivamente indumenti coprenti (es. maniche lunghe anche nelle stagioni calde); numerosi braccialetti che coprono i polsi o altri accessori,

–          Possesso di oggetti taglienti come lamette, forbicine, rasoi, aghi anche in contesti non adeguati;

–          Irritabilità e umore depresso e/o cambi repentini di umore per cui si passa da uno stato di forte nervosismo a uno stato di tranquillità;

–          Presenza di macchie di sangue sulle lenzuola o sugli asciugamani, poiché le ferite non si rimarginano in fretta.

 

Cosa fare?

In questi casi è importante non giudicare, ma accogliere la sofferenza e offrire sostegno, evitando di minimizzare o negare la difficoltà del/la ragazzo/a. Il problema non va sottovalutato, poiché non sempre si tratta di “fasi” che passeranno o di problematiche che si risolveranno da sole. E’ molto importate anche per il gruppo dei pari e degli amici, tenere a mente che rimanere in silenzio significa in parte “dare il permesso” di continuare; chiedere aiuto ad un professionista competente o a un adulto di fiducia costituisce la strada migliore per la risoluzione della problematica.

Usare il ricatto non è utile, poiché il comportamento autolesivo sarà sostituito da un altro sintomo che possa esprimere quella stessa sofferenza rimasta inascoltata (abuso di alcool o droghe, condotte antisociali, psicopatologia ecc).

La consulenza psicologica e la psicoterapia sono il trattamento di elezione per aiutare l’adolescente che ha scelto il self-cutting per esprimere la sofferenza; in primis perché è un contesto in cui le emozioni vengono esplorate e non agite su sé stessi o sugli altri, aprendo il canale espressivo delle parole, in secondo luogo perché è nella prima infanzia, che vanno trovate le radici di questa pratica autolesiva, e dunque è necessario un lavoro nel profondo.

Spesso è auspicabile affiancare un sostegno genitoriale o familiare, per aiutare l’intero contesto a gestire il fenomeno ma anche ad affrontare una sofferenza che spesso appartiene a più di un membro ma viene espressa da uno solo che, a costo di un sacrificio, lancia un segnale di aiuto.

 

Dott.ssa Giulia Cimarelli

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Consulenza e Sostegno Individuale e Familiare

http://www.centroiltulipano.com

Le nuove forme di disagio alimentare: ortoressia, bigoressia e drunkoressia

Il disagio psicologico non è mai stato una dimensione stabile nel tempo ma ha sempre assunto forme e contorni diversificati, a seconda delle richieste provenienti dal mondo circostante e, di conseguenza, da se stessi. Ciò è ancor più vero quando soffermiamo lo sguardo sull’adolescenza, un periodo delicato e difficile per ognuno, perché terreno di cambiamenti importanti sia sul piano psicologico che su quello fisico.

Negli ultimi anni, per esempio, accanto alle forme più tradizionali di Disturbi Alimentari, come le ormai tristemente note Anoressia e Bulimia Nervosa, gli esperti hanno evidenziato nuove forme di disagio alimentare che, seppur più rare, non risultano per questo meno pericolose. Si tratta di disturbi ancora non totalmente riconosciuti dalla comunità scientifica medica, tuttavia tali comportamenti sono così diffusi da dover richiamare l’attenzione di quanti, medici, familiari o amici, si trovano a contatto con essi perché presentano un elevato rischio di convertirsi in veri e propri disturbi alimentari.

Ma di quali comportamenti stiamo parlando e in cosa si distinguono dalle forme più tradizionali?

L’ortoressia (dal greco orto e orexis, sano e appetito) è l’atteggiamento di chi prova una sorta di ossessione per i cibi giusti e a differenza di chi soffre di anoressia o bulimia che è ossessionato dalla quantità, la preoccupazione dell’ortoressico è la qualità del cibo. Per paura di essere contaminato, deve poter accertarsi che l’alimento è sano, puro e attivo nella prevenzione delle malattie e per rispettare ciò, si impone un regime talmente rigoroso da esporsi paradossalmente al rischio di carenze nutrizionali gravi e quindi a danni dovuti alla drastica riduzione di vitamine e sali minerali (avitaminosi e osteoporosi). I pasti sono scrupolosamente programmati e controllati, affinchè ogni ingrediente sia conosciuto e questo ha conseguenze anche sul piano sociale e lavorativo.

Il soggetto ortoressico non è disposto ad adattarsi ma deve acquistare, controllare e cucinare solo cibi sani, tanto da portare con sé cibi pronti e stoviglie personali se costretto a consumare i pasti fuori casa. Non sono presenti paura di ingrassare e insoddisfazione per il proprio corpo, ma è spesso presente in queste persone isolamento sociale e un sentimento di superiorità rispetto a chi non mangia come loro.

La bigoressia, invece, è la preoccupazione di essere troppo deboli o magri e riguarda soprattutto i ragazzi in età adolescenziale o giovane adulta. A differenza della paziente anoressica, che si vede grassa pur essendo gravemente in sottopeso, il soggetto bigoressico si vede sempre magro e debole anche quando ha raggiunto un fisico molto atletico. Tale insoddisfazione si ripercuote inevitabilmente sul tono dell’umore, che risulta tendenzialmente deflesso, e  può spingere il soggetto ad assumere ormoni androgeni, farmaci anabolizzanti e sostanze ergogeniche illecite, con rischio di grave compromissione epatica e renale. Infine, sono possibili anche ripercussioni sulla capacità lavorativa.

Infine, c’è la drunkoressia, un nuovo pericoloso comportamento alimentare emergente tra gli adolescenti che riguarda il digiuno prolungato durante il giorno per poter “risparmiare” calorie e arrivare ad assumere ingenti quantità di alcolici all’ora dell’aperitivo. In questo caso, la volontà di dimagrire non è fine a se stessa (come sembra essere per la paziente anoressica), ma è strumentale all’assunzione di alcol. L’alcol diventa così uno strumento per integrarsi socialmente, per non avvertire il senso della fame e, in alcuni casi, anche per indurre il vomito. Ai danni tipici dell’anoressia si sommano i rischi derivanti dall’abuso di alcolici, cioè epatopatia, neuropatia periferica e danni al sistema nervoso centrale.

Se da una parte l’esordio dei disturbi è sempre più precoce, dall’altra la diagnosi arriva troppo spesso tardi. È ormai noto che riuscire a intercettare i casi di recente insorgenza è la strategia più efficace per risolverli, ma non sempre è facile intuire cosa si nasconde dietro a un comportamento insolito o ad una restrizione alimentare. È importante, però, essere attenti non solo ai cambiamenti nella dieta dei figli, ma anche al disagio dovuto a una non accettazione del proprio corpo. Spesso, infatti, ci sono problemi di autostima che spingono, soprattutto le donne giovani, a cercare nella magrezza una via per sentirsi accettate.

Le cause possono essere molteplici: un momento di difficoltà familiare, l’adesione a modelli di efficienza e magrezza provenienti dal mondo esterno, una predisposizione individuale. Tuttavia, è importante identificare i comportamenti a rischio precocemente e, in caso di dubbio, richiedere una consulenza specifica, prima che questi comportamenti possano sfociare in veri e propri disturbi alimentari.

 

Dott.ssa Michela Criscuolo

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Valutazione Psicodiagnostica clinica e peritale

http://www.centroiltulipano.com