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Conflitto genitoriale e famiglie separate: c’è un nesso con i Disturbi alimentari?

È ormai chiaro il ruolo che la famiglia svolge all’interno dello sviluppo dei disturbi alimentari in adolescenza. Se, però, cinquanta anni fa la famiglia veniva coinvolta nella terapia in quanto responsabile principale del disturbo stesso, attualmente la direzione è di una ricerca di collaborazione e alleanza con i familiari, in quanto l’adolescente che vive ancora in famiglia può influenzare ed essere a sua volta influenzato dal sistema familiare e dai comportamenti dei suoi membri.

È stato ampiamente dimostrato l’impatto del disturbo alimentare sul sistema familiare, laddove spesso amplifica caratteristiche preesistenti che diventano disfunzionali e possono costituire fattori di mantenimento del disturbo stesso. Avere un figlio con un disturbo alimentare aumenta l’espressione di emozioni negative (criticismo, irritabilità), crea una situazione di freezing rispetto al futuro e di angoscia sul presente, e favorisce comportamenti di iperprotettività (Hooley, 2007). I conflitti aumentano non solo tra genitore e figlio, ma anche tra genitori che spesso hanno idee diverse su come affrontare la malattia.

Tale contesto diventa ancora più complesso se i genitori sono separati. Intuitivamente siamo portati a pensare che le famiglie separate mostrino una maggiore conflittualità nella gestione della co-genitorialità e che questo sia ancora più vero quando nel contesto familiare irrompe il sintomo alimentare. Ma esiste realmente una differenza tra famiglie separate e famiglie unite nel funzionamento familiare? Tale differenza si può riversare, poi, sul sintomo alimentare?

La letteratura e l’esperienza clinica ci suggeriscono che non ci sono grandi differenze tra le famiglie unite di pazienti con Disturbo Alimentare e quelle separate. L’evento separativo di per sé non incide sulla gravità della sintomatologia alimentare e psicopatologica. Piuttosto che il conflitto stesso, infatti, è la gestione del conflitto il fattore che più influenza il funzionamento familiare e l’adattamento del figlio.

La gestione del conflitto è definita come “l’insieme di comportamenti, attitudini, strategie e tattiche messe in atto dai genitori, per interagire all’interno di dinamiche conflittuali” (Malagoli Togliatti et al., 2001).

Una gestione positiva del conflitto genitoriale favorisce il ricorso alla negoziazione e al compromesso, preservando così l’integrità della famiglia, anche nelle situazioni separative (Carone et al., 2017; Criscuolo et al., 2020).

Una gestione negativa del conflitto genitoriale, invece, può portare a esiti negativi nel bambino (in associazione con fattori di rischio e altre caratteristiche individuali dei genitori o del bambino), indipendentemente dal fatto che costui sia direttamente esposto al conflitto o semplicemente ad una genitorialità negativa causata da controversie coniugali irrisolte che influenzano la funzione genitoriale, esponendo il bambino alla mancanza di reattività, calore emotivo e rifiuto (Cummings & Davies, 2010).

La terapia familiare favorisce una rapida remissione dei sintomi e una riduzione dei conflitti familiari, in particolare quelli connessi alla sfera alimentare (Arthur et al, 1995; Onnis et al., 2014; Wallis et al., 2017).

L’intervento potrebbe esplorare i modi in cui la famiglia si è riorganizzata intorno al sintomo alimentare, la possibilità di riconoscere e di affrontare il conflitto e le strategie messe in atto per risolverlo, al fine di sviluppare modalità più costruttive e accompagnare il paziente e la sua famiglia nel delicato processo di guarigione.

Dott.ssa Michela Criscuolo
Psicologa clinica e Psicoterapeuta
Esperta in Psicodiagnostica e in Diritto del Minore, Mediatore Familiare
Rete Psicologi Alimentari (PASS) – Ordine degli Psicologi del Lazio

Photo by Jackson Simmer on Unsplash

Quando la coppia s-coppia. La mediazione familiare: un percorso alternativo alla separazione giudiziale

La separazione (o il divorzio) rappresentano dei “processi” che, inevitabilmente, implicano un’evoluzione, e una conseguente riorganizzazione, delle relazioni familiari rispetto al piano coniugale, genitoriale, familiare e sociale (Malagoli Togliatti, Lubrano, 2002).

Le fasi che precedono la decisione della separazione (ufficializzata con il ricorso ai legali, leggi anche Gratuito patrocinio: requisiti e modalità d’accesso all’assistenza legale gratuita) sono soventemente caratterizzate da una oscillazione di sentimenti con polarità fortemente contrastanti: rabbia, aggressività, disprezzo si alternano a momenti in cui la coppia tenta delle riappacificazioni.

Questa alternanza di cicli può portare alla cronicizzazione del conflitto e ad un inasprimento del clima emotivo familiare che, in alcuni casi, dura per anni con plurime e dolorose battaglie legali in Tribunale (Bohannan, 1973; Kaslow, 1981).  I minori spesso vengono, più o meno consapevolmente, coinvolti dai genitori in queste dinamiche, anche solo come spettatori di eventi che non dipendono da loro ma che hanno delle ripercussioni rispetto alla loro vita. Si pensi, ad esempio, a quante volte avvengono accesi litigi davanti ai bambini o, al contrario, quando la comunicazione si interrompe e vi è quel silenzio ostile.

Nelle fasi successive alla separazione legale, il disaccordo tra coniugi, se non viene adeguatamente gestito, si traduce in un disaccordo genitoriale che colpisce vari ambiti: educazione, tipo di scuola da frequentare, quale sport praticare, etc.

La  Mediazione Familiare si colloca in questo scenario come una forma di prevenzione del conflitto distruttivo che favorisce la tutela del benessere sia dei genitori sia dei minori. Si tratta di un intervento finalizzato alla riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione, al divorzio o alla rottura della coppia a qualsiasi titolo costituita (http://www.simef.net/associazione/cosa-e-la-mediazione-familiare/).

Il percorso si focalizza sulla genitorialità in un’ottica diversa da quella vincente-perdente, colpevole-vittima. Infatti, all’interno di un conteso professionale e accogliente, autonomo rispetto all’ambito giudiziario e con la garanzia del segreto professionale, il Mediatore valorizza le competenze di ciascun genitore attraverso una facilitazione del dialogo e dell’ascolto reciproco. Ai genitori viene così ridato il potere di decidere nel miglior interesse per i propri figli, facilitando il raggiungimento di accordi direttamente negoziati tra loro, al fine di mantenere una comune responsabilità genitoriale.

 La mediazione familiare (da non confondere con la mediazione civile) è un percorso che si articola in una serie circoscritta di incontri (solitamente 12 cadenzati una volta ogni 15 giorni, salvo diverse esigenze legate alla tipologia del caso in questione) e può essere totale, quindi focalizzata anche sugli aspetti economici (leggi anche Nuovi parametri per la quantificazione dell’assegno di mantenimento), o parziale, affrontando solo specifici aspetti.

Scegliere un intervento di mediazione ha diversi vantaggi emotivi ed economici:

  1. Aiuta i genitori a riaprire un dialogo costruttivo, valorizzando e sostenendo le rispettive competenze, al fine di poter prendere delle decisioni idonee per il/i loro figlio/i
  2. Tutela il legame genitori -figli
  3. Facilita la comprensione dei bisogni dei propri figli
  4. Riduce i tempi ed i costi di una separazione/divorzio

Il primo colloquio informativo è gratuito.

Per saperne di più consulta il sito: http://www.simef.net/

Dott.ssa  Simona Stefanile

Incontri informativi gratuiti sulla genitorialità

Uno spazio gratuito di apprendimento, un’occasione di confronto tra genitori e professionisti e un momento di ascolto per mamme e papà alle prese con il nuovo bebè!

Gli incontri informativi gratuiti sulla genitorialità hanno lo scopo di creare uno spazio di condivisione tra mamme, papà e gli esperti del settore nelle varie tematiche che interessano le prime fasi della vita del bambino.

Gli incontri si terranno presso la sede del Centro Il Tulipano in via Sciadonna 9/A e avranno una durata di circa due ore ciascuno. Sono aperti a tutti, ma è necessario prenotarsi per garantire un’organizzazione ottimale da parte del Centro scrivendo una mail a centro.iltulipano@gmail.com oppure telefonando alla responsabile del progetto dott.ssa Criscuolo 3931617222.

15.02.2020 | ore 15:30 | Negoziazione e gestione dei conflitti tra neogenitori

L’incontro, a cura delle Dott.sse Criscuolo e Stefanile, psicologhe e mediatrici familiari, approfondirà il tema della genitorialità nei diversi momenti evolutivi della coppia e del bambino. Verranno affrontati i temi di maggiore complessità all’interno della coppia genitoriale (alimentazione, educazione, lavoro e tempo libero) e le possibili strategie di negoziazione e gestione del conflitto. Ampio spazio sarà dato alle esperienze dirette dei partecipanti e alla discussione di gruppo.

22.02.2020 | ore 15:30 | Gioco e linguaggio nei primi anni di vita del bambino

L’obiettivo dell’incontro presentato dalla Logopedista Dott.ssa Del Pinto e dalla Neuropsicomotricista Dott.ssa Puntillo è sensibilizzare circa le situazioni di ritardo del linguaggio nel bambino piccolo e mostrare come il gioco, nelle sue evoluzioni, sia tra i più importanti prerequisiti per l’emergere del linguaggio e come le due competenze procedano parallelamente nel corso dei primi anni di vita del bambino.

07.03.2020 | ore 15:30 | Alimentazione e ciclo di vita del bambino

L’incontro, a cura della Dott.sa Criscuolo, psicologa, e della Dott.ssa Cinelli, biologa nutrizionista, affronterà il tema dell’alimentazione in età pediatrica rispetto alle tappe evolutive del bambino e della famiglia. Partendo dall’allattamento, verranno illustrati i momenti più critici che la coppia genitore-bambino affronta e le possibili strategie da adottare, attraverso un’ottica che integra gli aspetti relazionali e le esigenze alimentari. Verranno inoltre approfonditi i correlati comportamentali legati all’assunzione di specifici alimenti (es. zuccheri e/o carboidrati) e verrà lasciato spazio a eventuali domande e approfondimenti sui temi che maggiormente interessano i partecipanti.

14.03.2020 | ore 15:30 | Vita perinatale: aspetti psichici ed emotivi

A cura della Dott.ssa Scampoli, psicologa psicoterapeuta, l’incontro si concentrerà sulle esperienze immediatamente precedenti e successive la nascita. Verranno toccati temi relativi a nascite premature, lutti perinatali, interruzioni di gravidanza per favorire la condivisione di esperienze anche difficili e complesse. Molto spazio verrà dedicato al racconto di esperienze personali e non, a domande e perplessità su tutti gli aspetti psichici ed emotivi relativi ai temi proposti.

Baby Blues e Depressione post-partum: lo stigma del non poter mai essere tristi

I giorni che seguono la nascita di un figlio, rappresentano una fase delicata nella vita di una donna, del suo compagno e del loro neonato. È uno dei passaggi più importanti all’interno di una coppia, definito come “il momento più felice”, ma porta con sé anche aspetti di criticità, che non bisogna sottovalutare. Coinvolge fattori emozionali, fisiologici, psicologici, attiva nuove relazioni e cambiamenti di ruolo, tutti elementi che influenzano la salute della mamma e del bambino, con conseguenze sul benessere dell’intero nucleo familiare.
There is not such a thing as an infant“, ovvero, “Non esiste il bambino come una cosa a sé” (Winnicott, 1940). Con queste parole, lo psicoanalista inglese Donald Winnicott, sintetizza il suo pensiero rispetto all’importanza, fin dall’inizio, degli scambi tra la madre-ambiente e il bambino. Secondo questi presupposti è chiaro, quanto la salute della madre e dell’ambiente giochino un ruolo determinante per uno sviluppo armonico del bambino.
Oggi, nonostante la grande attenzione data al periodo della gravidanza, vige ancora forte lo stigma nell’ammettere che ci si può sentire tristi, dopo aver dato alla luce un bambino. Le mamme sentono la pressione sociale di dover essere felici, per questa ragione non parlano dei propri sentimenti e anzi li vivono con enorme vergogna e solitudine. Una delle grandi opportunità, per arginare questo fenomeno è sicuramente l’informazione. Partiamo proprio cercando di far chiarezza su due condizioni, con caratteristiche simili, ma decorsi differenti. Parliamo di baby blues (o maternity blues) e di depressione post partum, termini molto usati e diffusi, ma che generano ancora confusione.

Cos’è il Baby Blues o il Maternity Blues?
È un disturbo piuttosto diffuso, ma transitorio e di lieve entità. Colpisce la grande maggioranza delle madri, il 60-80% e il suo esordio avviene nella prima settimana dopo il parto, di solito il terzo o quarto giorno dopo la nascita. In questa fase la donna ha un brusco calo ormonale, che incide molto sul tono emotivo. I sintomi riguardano: sentimenti di inadeguatezza nei confronti del neonato, sensazione di non sentirsi più sé stesse, irritabilità, tristezza, mancanza di concentrazione, labilità emotiva con crisi di pianto senza motivo apparente, difficoltà a dormire, perdita di appetito e calo ponderale. Possono perdurare fino a due, tre settimane ma tendono a scomparire spontaneamente con il passare dei giorni. Spesso le madri ignare di questa condizione, vanno in allarme, creando così uno stato di angoscia ancora più profondo, per questo è giusto sapere che è una condizione comune e del tutto passeggera.

Cos’è la Depressione post-partum?
La depressione post partum è una vera e propria condizione patologica, che rientra nei disturbi dell’umore e colpisce il 10-15% delle donne (Società italiana di Ginecologia e Ostetricia: SIGO, 2008). È uno stato che emerge più frequentemente dopo la nascita del primo figlio e insorge nelle quattro, sei settimane successive al parto. Secondo i dati del 2013 del Ministero della Salute, l’incidenza in Italia è prevalentemente nel primo trimestre dalla nascita del bambino.
Spesso i sintomi sono tenuti nascosti per motivi di vergogna, arrivando così a consultazione quando la sintomatologia risulta già conclamata. Il disturbo si manifesta con: un umore depresso, eccessiva preoccupazione, ansia, astenia, irritabilità; difficoltà a concentrarsi o prendere decisioni, sentimenti di colpa, disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia), disturbi dell’alimentazione, facile faticabilità, perdita di interesse e piacere anche nelle attività quotidiane e pensieri pessimistici.
Alcune madri, inoltre, sentono il bambino come un peso, hanno difficoltà a tollerare le emozioni ambivalenti o negative nei confronti del piccolo oppure ad accudirlo e a rispondere ai suoi bisogni fisici e relazionali, con un conseguente sentimento di inadeguatezza e di colpa. Tale disturbo ha un impatto sulla donna, sul bambino, sulla coppia e soprattutto sulla relazione madre-bambino. Per questo, risulta fondamentale poterne parlare liberamente e avere il coinvolgimento e il sostegno da parte dei familiari.

Che differenza c’è tra le due condizioni e come distinguerle?
Il Baby Blues:
– si manifesta nella prima settimana dopo il parto;
– i sintomi sono transitori e vanno in remissione completamente entro circa 15 giorni dopo il parto;
– causato principalmente dalle sollecitazioni psicologiche ed ormonali (cali di estrogeno e progesterone);
– non ha conseguenze sulla relazione madre-bambino;
– non è previsto un intervento specifico, di solito basta aspettare che i sintomi vadano in remissione spontanea dopo qualche settimana. Qualora se ne sentisse la necessità è consigliabile una consulenza psicologica di sostegno, per affrontare nel modo migliore il periodo difficile, anche se transitorio.

La Depressione Post-partum:
– si manifesta nelle quattro, sei settimane dopo il parto;
– i sintomi sono patologici e più gravi, persistono oltre i 10-15 giorni e compromettono il funzionamento della mamma;
– disturbo psicologico ad eziologia multifattoriale: variabili biologiche, ambientali e psicosociali;
– produce una limitazione nell’espressione dell’affettività, c’è la tendenza ad interpretare negativamente il comportamento del bambino e una ridotta responsività ai suoi segnali, interferendo in modo significativo sulle funzioni di accudimento genitoriale;
– in questa situazione bisogna contattare uno specialista è progettare l’intervento più indicato. È necessario di solito un intervento multidisciplinare: un percorso psicoterapeutico integrato ad un trattamento farmacologico, soprattutto se i sintomi sono di notevole gravità.

Quali consigli si possono dare? Quali gli errori da evitare?
È importante la capacità di resilienza della donna in primis, ma le figure che vivono in stretta relazione con la mamma hanno un ruolo molto importante. Possono accorgersi di cambiamenti nel comportamento e nell’umore ed intervenire, qualora la donna non riuscisse a chiedere aiuto da sola. Sono una grande risorse per la mamma, possono offrire un sostegno emotivo, validando i suoi vissuti e concreto nella gestione del bambino e della casa. Bisogna evitare di sminuire il malessere e di criticare il comportamento della donna, tali atteggiamenti potrebbero farla sentire ancora più in colpa e inadeguata, aggravando la sintomatologia.
Detto ciò la cosa più importante, se i sintomi dovessero peggiorare e far sospettare una depressione è chiedere aiuto ad uno specialista, senza pensare che sia una cosa vergognosa o eccessiva, ma anzi una scelta responsabile per il benessere di tutti, soprattutto della mamma e del piccolo. Intervenire tempestivamente vuol dire non far perdere alla mamma dei momenti molto importanti, vuol dire aiutare la relazione tra questa e il bambino ed evitare conseguenze negative nello sviluppo. Dobbiamo iniziare a pensare alla maternità non solo come momento di estrema gioia, ma anche come momento che può portare a stare male. Sapere di potersi sentire così, che è possibile, consente di ridurre il senso di solitudine e vergogna e anzi, di chiedere più facilmente aiuto.

Dott.ssa Roberta Mattone
Psicologa clinica
www.centroiltulipano.com

Sessualità e metodi anticoncezionali: facciamolo… in sicurezza!

Per “metodi anticoncezionali” si intendono tutti i metodi validi atti ad impedire la fecondazione dell’ovulo al fine di compiere una scelta consapevole rispetto alla procreazione e di tutelare la propria salute sessuale. Infatti, si usano per prevenire una gravidanza (indesiderata) e come protezione nei confronti di malattie sessualmente trasmissibili.

La scelta del metodo contraccettivo è molto importante e, qualora vi fosse una relazione stabile, sarebbe opportuno parlarne e scegliere insieme. Avvalersi di metodi contraccettivi appropriati – quando una gravidanza inattesa costituirebbe un problema – è sinonimo di consapevolezza e maturità. La scelta di una pratica contraccettiva piuttosto che un’altra è chiaramente soggettiva, e dipende dalla sua efficacia, dalla praticità e dalla percezione del rischio che la coppia associa al verificarsi di una gravidanza non prevista. Nella scelta si deve tenere comunque in considerazione la possibilità reale di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, evenienza probabile in caso di rapporti non protetti con partner multipli ed occasionali.

Per far fronte alle problematiche appena descritte, sono stati identificati alcuni requisiti che un metodo contraccettivo “perfetto” dovrebbe possedere:

  • Protezione da gravidanze indesiderate a malattie sessualmente trasmissibili
  • Semplicità e praticità di utilizzo
  • Scarsi effetti collaterali
  • Reversibilità
  • Minima o scarsa percezione durante il rapporto
  • Facile reperibilità

Ad oggi, gli anticoncezionali ad oggi possono essere suddivisi in:

  • metodi a barriera/ meccanici
  • metodi ormonali
  • metodi “naturali”

A. METODI A BARRIERA / MECCANICI

Nel primo gruppo possiamo inserire il più utilizzato metodo a barriera: il preservativo maschile. Il preservativo è l’unico metodo che permette una protezione sia da malattie sessualmente trasmissibili, sia da un’eventuale gravidanza indesiderata. È una guaina in lattice che deve essere applicata sul pene in erezione prima dell’inserimento nella vagina. Il preservativo va srotolato lungo tutta la sua lunghezza, avendo cura di stringere il serbatoio (nella parte superiore del preservativo) tra pollice e indice per evitare che si creino bolle d’aria durante il rapporto, ipotetiche responsabili della rottura del profilattico.

Ha una potenziale efficacia del 100%, che potrebbe diminuire se non conservato o utilizzato adeguatamente. Ad oggi sul mercato è presente anche il preservativo femminile, FEMIDOM.

Il Femidom (profilattico femminile) è uno strumento di prevenzione dell’HIV e delle altre malattie sessualmente trasmesse che può essere utilizzato dalle donne.

In Italia è ancora da reperire e assolutamente assente dai consultori ginecologici ma può essere ordinato su internet o in alcune farmacie.

Il preservativo femminile è una guaina trasparente in nitrile sintetico che, introdotta nella vagina prima del rapporto, forma una barriera tra gli organi genitali dei due partner, garantendo protezione da gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale. Il materiale con cui è realizzato fa sì che sia più resistente dei condom maschili in lattice, che non provochi reazioni allergiche e che si riveli compatibile sia con i lubrificanti a base acquosa sia con quelli a base oleosa. Usato correttamente, ha la stessa efficacia degli altri metodi contraccettivi e non presenta effetti collaterali o rischi.

Perché usarlo?

A parte l’efficacia nella prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili, c’è un altro fondamentale motivo per decidere di usare il preservativo femminile. Si tratta della libertà di scelta.

Il preservativo femminile, infatti, costituisce un’ulteriore opzione per le donne che intendano gestire in prima persona la propria salute sessuale. È la donna, cioè, a decidere in piena autonomia quale protezione adottare, senza dipendere dall’uomo e dalla sua eventuale riluttanza a indossare il profilattico. Una conquista importante, che rende indipendenti le donne nel vivere serenamente la loro vita sessuale.

La spirale o IUD (dall’inglese Intra Uterine Device) è uno strumento contraccettivo che impedisce “fisicamente” l’annidamento all’interno dell’utero di un potenziale ovulo fecondato. Infatti, la spirale è un piccolo supporto in plastica avvolto da un filo di rame (da qui il nome “spirale”) che viene inserito nell’utero, solitamente durante il ciclo mestruale, da un ginecologo.

Ad oggi sul mercato esistono delle spirali “medicate” che oltre ad impedire fisicamente la gravidanza, rilasciano ormoni (progesterone) in piccole quantità. Il funzionamento è paragonabile a quello di un metodo anticoncezionale ormonale. Generalmente può essere utilizzato per un periodo che va da tre a cinque anni a seconda del modello. Può essere rimosso in qualsiasi momento senza particolari interventi dal ginecologo.

Il diaframma è una calotta di lattice che va inserita prima di ogni rapporto, associandola a degli spermicidi (sotto forma di spugnette, gel, creme o supposte). Non assicura una garanzia di protezione dalla trasmissione delle malattie sessualmente trasmissibili. In Italia, il diaframma è un metodo anticoncezionale ormai in disuso, soprattutto perché non considerato del tutto affidabile ed ormai difficilmente reperibile; inoltre presuppone una conoscenza approfondita del proprio corpo per l’inserimento manuale.

B. METODI ORMONALI

I contraccettivi ormonali funzionano inibendo l’ovulazione e la fecondazione. Essi sono disponibili in una serie di forme diverse.

La più famosa è la pillola anticoncezionale, che viene assunta quotidianamente per bocca; poi possiamo considerare tra questi la spirale medicata di cui sopra; il cerotto e l’anello vaginale.

Questi metodi anticoncezionali hanno una alta efficacia se utilizzati correttamente e necessitano di un controllo medico ginecologico e la prescrizione. I metodi ormonali prevengono una gravidanza indesiderata ma non proteggono dalle malattie sessualmente trasmissibili.

C. METODI CONTRACCETTIVI NATURALI

Per metodi contraccettivi naturali intendiamo i metodi che mirano all’individuazione del momento esatto in cui avviene l’ovulazione, e prevedono l’astensione dai rapporti sessuali 3-4 giorni, prima e dopo, dell’ovulazione stessa. Questi metodi naturali non hanno effetti collaterali né controindicazioni, ma la loro sicurezza è molto bassa per la variabilità dell’ovulazione e del ciclo mestruale. Tra i metodi contraccettivi naturali possiamo annoverare anche il coito interrotto, cioè la fuoriuscita del pene dalla vagina prima dell’eiaculazione, nel tentativo di evitare il contatto diretto dello sperma con quest’ultima. Questa pratica, pur essendo ancora molto diffusa, non assicura alcun tipo di difesa dal punto di vista della prevenzione delle malattie veneree e la sua efficacia contraccettiva è molto scarsa, poiché diversi studi sottolineano la possibilità di una fuoriuscita di sperma pre- eiaculazione.

E’ importante sottolineare quanto la scelta personale e di coppia del metodo contraccettivo sia un passo rilevante per vivere al meglio una sessualità serena, consapevole ed in salute. Non si deve correre il rischio di sottovalutare il valore della decisione in merito, scegliendo il metodo più adatto alle proprie esigenze e necessità.

 

 

Dott.ssa Agnese Eleuteri

Psicologa e Sessuologa Clinica

Responsabile dell’Area Psico-sessuologica e dell’Intervento di Coppia

http://www.centroiltulipano.com