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Conflitto genitoriale e famiglie separate: c’è un nesso con i Disturbi alimentari?

È ormai chiaro il ruolo che la famiglia svolge all’interno dello sviluppo dei disturbi alimentari in adolescenza. Se, però, cinquanta anni fa la famiglia veniva coinvolta nella terapia in quanto responsabile principale del disturbo stesso, attualmente la direzione è di una ricerca di collaborazione e alleanza con i familiari, in quanto l’adolescente che vive ancora in famiglia può influenzare ed essere a sua volta influenzato dal sistema familiare e dai comportamenti dei suoi membri.

È stato ampiamente dimostrato l’impatto del disturbo alimentare sul sistema familiare, laddove spesso amplifica caratteristiche preesistenti che diventano disfunzionali e possono costituire fattori di mantenimento del disturbo stesso. Avere un figlio con un disturbo alimentare aumenta l’espressione di emozioni negative (criticismo, irritabilità), crea una situazione di freezing rispetto al futuro e di angoscia sul presente, e favorisce comportamenti di iperprotettività (Hooley, 2007). I conflitti aumentano non solo tra genitore e figlio, ma anche tra genitori che spesso hanno idee diverse su come affrontare la malattia.

Tale contesto diventa ancora più complesso se i genitori sono separati. Intuitivamente siamo portati a pensare che le famiglie separate mostrino una maggiore conflittualità nella gestione della co-genitorialità e che questo sia ancora più vero quando nel contesto familiare irrompe il sintomo alimentare. Ma esiste realmente una differenza tra famiglie separate e famiglie unite nel funzionamento familiare? Tale differenza si può riversare, poi, sul sintomo alimentare?

La letteratura e l’esperienza clinica ci suggeriscono che non ci sono grandi differenze tra le famiglie unite di pazienti con Disturbo Alimentare e quelle separate. L’evento separativo di per sé non incide sulla gravità della sintomatologia alimentare e psicopatologica. Piuttosto che il conflitto stesso, infatti, è la gestione del conflitto il fattore che più influenza il funzionamento familiare e l’adattamento del figlio.

La gestione del conflitto è definita come “l’insieme di comportamenti, attitudini, strategie e tattiche messe in atto dai genitori, per interagire all’interno di dinamiche conflittuali” (Malagoli Togliatti et al., 2001).

Una gestione positiva del conflitto genitoriale favorisce il ricorso alla negoziazione e al compromesso, preservando così l’integrità della famiglia, anche nelle situazioni separative (Carone et al., 2017; Criscuolo et al., 2020).

Una gestione negativa del conflitto genitoriale, invece, può portare a esiti negativi nel bambino (in associazione con fattori di rischio e altre caratteristiche individuali dei genitori o del bambino), indipendentemente dal fatto che costui sia direttamente esposto al conflitto o semplicemente ad una genitorialità negativa causata da controversie coniugali irrisolte che influenzano la funzione genitoriale, esponendo il bambino alla mancanza di reattività, calore emotivo e rifiuto (Cummings & Davies, 2010).

La terapia familiare favorisce una rapida remissione dei sintomi e una riduzione dei conflitti familiari, in particolare quelli connessi alla sfera alimentare (Arthur et al, 1995; Onnis et al., 2014; Wallis et al., 2017).

L’intervento potrebbe esplorare i modi in cui la famiglia si è riorganizzata intorno al sintomo alimentare, la possibilità di riconoscere e di affrontare il conflitto e le strategie messe in atto per risolverlo, al fine di sviluppare modalità più costruttive e accompagnare il paziente e la sua famiglia nel delicato processo di guarigione.

Dott.ssa Michela Criscuolo
Psicologa clinica e Psicoterapeuta
Esperta in Psicodiagnostica e in Diritto del Minore, Mediatore Familiare
Rete Psicologi Alimentari (PASS) – Ordine degli Psicologi del Lazio

Photo by Jackson Simmer on Unsplash

Qual è il costo emotivo della cura?

Compassion fatigue, trauma secondario e burn out

Normalmente ci troviamo a parlare della qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie, del loro benessere psicofisico, lasciando sullo sfondo  quello che succede a chi se ne prende cura, non considerando la stretta relazione che intercorre tra chi cura e chi è curato.

Possiamo parlare di una progressiva fatica della cura che coinvolge diverse figure professionali in diversi settori e colpisce anche  chi spesso si trova ad assistere a casa un familiare malato. Si sviluppa quando vi è un’ esposizione   ripetuta alla sofferenza e al dolore degli altri,   per questa ragione i più colpiti   risultano  i professionisti che lavorano in campo sanitario.  Questo stato può portare un individuo a sviluppare una serie di disturbi comportamentali  ed emotivi, che si possono manifestare in diverse forme e che possono  compromettere la qualità della vita personale e lavorativa, fino a sviluppare una vera e propria sindrome,  la Compassion Fatigue, spesso collegata ed in stretta relazione con il Trauma Secondario e la Sindrome da Burnout. Sebbene ci siano alcune differenze,  i concetti di Stress Traumatico Secondario e Compassion Fatigue possono essere considerati sovrapponibili (Bride, Radey e Figley, 2007). Ma cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta.

Cos’è la Compassion Fatigue?  

Il concetto di  Compassion Fatigue descrive i sentimenti di profonda partecipazione e comprensione per qualcuno colpito da sofferenza, accompagnati da un forte desiderio di alleviarne la sofferenza o eliminarne la causa.  Possiamo definirla come il disagio psicologico indotto dal vivere costantemente a contatto con il dolore altrui, uno stato di  tensione e preoccupazione, caratterizzato da una sintomatologia che ricorda quella del Disturbo Post-Traumatico da Stress  e che può manifestarsi in chi è frequentemente  esposto alla sofferenza e al racconto delle altrui esperienze traumatiche (Figley, 2002).

Quali sono gli effetti?

I primi studi su questa condizione psichica sono stati fatti nel campo della traumatologia  e hanno  definito la Compassion Fatigue anche come il costo emotivo della cura. Ha un’insorgenza  acuta ed improvvisa, che può essere scatenata anche da una sola esperienza percepita come particolarmente critica dalla persona che ne è colpita. Si può manifestare con un  senso di solitudine; incubi; senso di irrequietezza, ipersensibilità, ansia diffusa, alterazione dell’umore, rabbia, disturbi del sonno, tristezza. I segni di questa condizione possono sfociare in quello che viene definito Stress Traumatico Secondario. 

Cos’e il Trauma Secondario? 

Inizialmente chiamato  traumatizzazione vicaria (McCann e Pearlman, 1990)  poi Stress Traumatico Secondario  (Figley, 1995), si manifesta con una serie di reazioni comportamentali ed emotive derivate  dalla conoscenza di eventi traumatici sperimentati da altri o in seguito all’aiuto o al tentativo di aiuto a persone traumatizzate. Secondario quindi deriva dal fatto che si tratta  del vissuto indiretto di eventi traumatici. 

Si manifesta come conseguenza  di un forte carico emotivo e impegno  nella cura di un altro individuo, in seguito al tentativo di supportarlo. Dunque, coloro che sono esposti al rischio di trauma secondario sono tipicamente professionisti e volontari quali soccorritori e personale socio-sanitario. Se si esclude il fatto che in questa particolare condizione l’esposizione all’evento traumatico è indiretta, i sintomi sono gli stessi presenti  nel Disturbo Post-Traumatico da Stress ovvero: pensieri intrusivi, la tendenza ad evitare qualsiasi situazione che possa ricordare o mettere nella condizione di ripercorrere con la mente l’evento traumatico, poiché troppo doloroso da sopportare a livello psicologico, aumento dell’arousal cioè dello stato di attivazione neurovegetativa dell’organismo e più in generale una compromissione del funzionamento dell’individuo.  

Per chi soffre di questa forma di trauma, il peso emotivo dell’assistenza risulta insostenibile. Spesso gli operatori si mettono maggiormente a rischio quando adottano strategie di distacco e controllo delle proprie emozioni, portando gradualmente a diventare incapaci di verbalizzare ciò che stanno vivendo, a distaccarsi da ciò che provano e quindi dalla sofferenza dell’altro. Possiamo sostenere che la reazione in questo caso non è dovuta al trauma in sé, ma  alla relazione d’aiuto, basata su empatia e immedesimazione, che si instaura tra “vittima” e “soccorritore” in situazioni ad alto impatto emotivo.

La Sindrome da Burnout  

Il Burnout può essere un’altra forma di Compassion Fatigue (Beck 2011; Ricard 2015), indica una condizione di spossamento e insoddisfazione nel proprio lavoro, dovuto alla percezione di un carico eccessivo che perdura per un lungo periodo di tempo, ma la Sindrome da Burnout può colpire indipendentemente dal tipo di professione o dall’esposizione indiretta a situazioni traumatiche, in quanto è conseguenze della scarsa qualità di vita professionale.  

Viene provata nel momento in cui il soggetto percepisce la mancanza di gratificazione, di aver esaurito le risorse per svolgere al meglio il proprio lavoro e nel caso si verifichi nelle professioni d’aiuto, può portare alla deresponsabilizzazione, ovvero ad una  perdita d’interesse nei confronti delle persone a cui il professionista dovrebbe rivolgere le proprie attenzioni. Avverrebbe un conflitto  tra sentimenti di rabbia, frustrazione e stanchezza e la capacità di mostrare empatia rispetto a chi si deve curare (Maslach, Schaufeli e Leiter 2001). 

La Compassione Fatigue e il Burnout  differiscono anche per la modalità di insorgenza, la prima è uno stato che scaturisce immediato e acuto, mentre il Burnout è un processo più  graduale, corrisponde a un  progressivo consumarsi motivazionale dell’operatore, che si sente sopraffatto dal proprio lavoro e incapace di promuovere un cambiamento positivo (Figley, 1995). Il Burnout risulta associato al contrasto tra la richiesta di inibire le proprie emozioni sul lavoro per favorire un buon risultato e quella di mostrare empatia per il fatto di avere un ruolo di colui che cura.

Non solo effetti negativi della cura

Ovviamente l’ambito della cura non comporta solo conseguenze negative per gli operatori. La risposta dell’esposizione a un evento traumatico si inserisce  lungo una linea che va da un estremo positivo di Compassion Satisfaction, la soddisfazione percepita dalla cura,  ad un estremo negativo di  Compassion Fatigue. Lo sviluppo della Compassion Fatigue può essere determinato sia dalla situazione contestuale, quindi dal tipo e dal tempo di esposizione ad un certo evento, sia dalle proprie strategie di coping (Figley, 2002). 

Spesso si è osservato che i medesimi fattori che possono produrre soddisfazione in un professionista, in termini di impegno e  gratitudine, possono improvvisamente tramutarsi nella fonte del malessere. E’ un confine a volte sottile e del quale possiamo non essere consapevoli.

Cosa fare per prevenire e gestire il rischio di Compassion Fatigue, Trauma Secondario e Burnout?

Sicuramente un’ambiente di lavoro adeguato, che tenga conto del rischio   fisico, ma anche del rischio emotivo dei propri operatori, che offra loro la possibilità di un sostegno individuale o di gruppo, sembrerebbe la condizione ideale, ma  sappiamo che spesso per diversi motivi, non è possibile garantire un’ambiente ottimale. 

Risulta fondamentale sicuramente il ruolo svolto dal gruppo di lavoro, riuscire ad utilizzarlo come risorsa per poter avere un confronto, narrare e condividere i propri vissuti può essere di aiuto.  Possiamo adottare, se possibile, piccoli accorgimenti personali che possono ulteriormente contribuire alla riduzione del rischio:  garantirsi un tempo personale che possa bilanciare lavoro con altre attività di svago e riposo, mantenere viva la propria rete personale, amicale e familiare, tutto questo  per favorire una decompressione del carico emotivo che si sta vivendo.

Certamente la principale prevenzione risulta diffondere la  conoscenza di queste sindromi, spesso confuse o sottovalutate, capire qual è la loro insorgenza, cosí da riconoscerne facilmente i segni e in maniera tempestiva poter chiedere aiuto.

#iorestoacasa Guida per i genitori

Siamo nel bel mezzo di una grave emergenza sanitaria a causa della diffusione del Covid-19, non ci sono obiettivi a breve termine riguardo la ripresa delle attività, sono tanti giorni che siamo a casa, tanti giorni in cui i genitori stanno creando di tutto per tenere impegnati i bambini. Con l’andare avanti nelle settimane, si rischia, però, di perdere un po’ la cognizione del tempo e di trovare sempre più difficoltà nella gestione dei bambini.

Ecco un piccolo suggerimento per far mantenere ai bimbi (anche i più piccoli) una routine quotidiana e ridurre i livelli di ansia, per aiutarli a prevedere cosa li aspetterà nell’arco della giornata.

Create insieme un’agenda visiva giornaliera. È uno strumento per visualizzare velocemente la successione delle attività giornaliere utilizzando foto ed immagini.

Come strutturare la giornata?

Sveglia

Cerchiamo di stabilire un orario per la sveglia, che non sia troppo distante da quello a cui erano abituati quado andavano a scuola. La regolazione del ritmo sonno-veglia permette al bambino di trascorrere meglio la giornata, senza innervosirsi, ed avita che si addormentino troppo tardi.

Colazione

Siamo abituati a correre dalla mattina alla sera. Anche il momento della colazione è sempre una corsa contro il tempo. Cambiamo i nostri ritmi e le nostre abitudini e prepariamo un bel pasto tutti insieme, proponendo ben altro che il solito latte e biscotti. I bambini aiuteranno volentieri la mamma ed il papà a preparare la tavola e cucinare.

Igiene personale

Di solito i genitori per non far tardi si sostituiscono ai bambini. Ad oggi, con tutti i limiti del momento, abbiamo recuperato TEMPO,  quale momento migliore per provare da soli? Possiamo permetterci di rispettare i loro tempi, perciò puntiamo alla loro autonomia.

Lavori domestici

I bambini guardano noi adulti come modelli da imitare, perché non approfittare per proporre loro alcuni lavori domestici? Non pretendiamo la perfezione ma premiamo il loro impegno. Anche ai bambini più piccoli, già dai due anni, possiamo chiedere di aiutarci a rifare il letto, a spolverare, aiutarci ad apparecchiare la tavola, gettare i rifiuti nei vari cestini per la raccolta differenziata, aiutare a stendere il bucato, innaffiare le piante, sistemare la biancheria nel proprio cassetto, per arrivare a chiedere ai più grandi di lavare i piatti o scaricare la lavastoviglie, riempire le ciotole dei propri animali domestici, aiutare a riordinare la spesa. I bambini si sentiranno più efficienti ed incoraggiandoli all’autonomia li aiuteremo nella loro crescita psicosociale.

Compiti

La maggior parte delle scuole è riuscita ad organizzarsi con la teledidattica. I bambini saranno impegnati 2-3 ore al mattino con le attività scolastiche, mentre per i più piccoli è il momento buono per proporre giochi che vadano a potenziare abilità attentive, di coordinazione motoria, di motricità fine.

Gioco

Facciamo sperimentare ai bambini, sempre troppo impegnati in mille attività, il gioco libero suddividendolo in gioco movimentato (balli, palla, ruba bandiera…) e gioco tranquillo per i più grandi che non riposano nel primo pomeriggio (disegno, puzzle, carte, forza4…).

Pranzo

Dopo tanto impegno ci vuole un bel pranzo. Ora sì che possiamo preparare un buon pasto salutare ed invitare il bambino a sperimentare nuovi cibi. Fatevi aiutare dai ragazzi ad apparecchiare, cucinare, sparecchiare, lavare i piatti.

Riposino o gioco tranquillo

Sia grandi che piccoli hanno bisogno di ricaricarsi, per non parlare dei genitori!

Merenda

Prepariamo insieme una merenda sana: un ciambellone gustoso, una spremuta di arance, una fetta di pane e pomodoro…

Gioco

Non si finisce mai di divertirsi. È il momento per i bambini di sperimentare giochi che si stanno andando perdendo. Con queste belle giornate di primavera giochiamo a campana, a corda, non servono grandi spazi, basta tanta fantasia.

Cena

Si può parlare di quali attività organizzare insieme domani. Renderli partecipi dell’organizzazione della giornata, fornire orari per i più grandi, li aiuterà ad imparare a gestire il tempo, a regolarsi ed essere più responsabili. Ricordiamoci di farli partecipare ai lavori domestici.

Serata

Dopo esserci messi il pigiama, lavati, puliti i denti, possiamo rilassarci un pochino, leggere storie, guadare la tv.

Buonanotte

Dopo una giornata intensa è l’ora di dormire. È importante che il bambino si addormenti ad un orario regolare per poter affrontare al meglio la nuova giornata.

Quando la coppia s-coppia. La mediazione familiare: un percorso alternativo alla separazione giudiziale

La separazione (o il divorzio) rappresentano dei “processi” che, inevitabilmente, implicano un’evoluzione, e una conseguente riorganizzazione, delle relazioni familiari rispetto al piano coniugale, genitoriale, familiare e sociale (Malagoli Togliatti, Lubrano, 2002).

Le fasi che precedono la decisione della separazione (ufficializzata con il ricorso ai legali, leggi anche Gratuito patrocinio: requisiti e modalità d’accesso all’assistenza legale gratuita) sono soventemente caratterizzate da una oscillazione di sentimenti con polarità fortemente contrastanti: rabbia, aggressività, disprezzo si alternano a momenti in cui la coppia tenta delle riappacificazioni.

Questa alternanza di cicli può portare alla cronicizzazione del conflitto e ad un inasprimento del clima emotivo familiare che, in alcuni casi, dura per anni con plurime e dolorose battaglie legali in Tribunale (Bohannan, 1973; Kaslow, 1981).  I minori spesso vengono, più o meno consapevolmente, coinvolti dai genitori in queste dinamiche, anche solo come spettatori di eventi che non dipendono da loro ma che hanno delle ripercussioni rispetto alla loro vita. Si pensi, ad esempio, a quante volte avvengono accesi litigi davanti ai bambini o, al contrario, quando la comunicazione si interrompe e vi è quel silenzio ostile.

Nelle fasi successive alla separazione legale, il disaccordo tra coniugi, se non viene adeguatamente gestito, si traduce in un disaccordo genitoriale che colpisce vari ambiti: educazione, tipo di scuola da frequentare, quale sport praticare, etc.

La  Mediazione Familiare si colloca in questo scenario come una forma di prevenzione del conflitto distruttivo che favorisce la tutela del benessere sia dei genitori sia dei minori. Si tratta di un intervento finalizzato alla riorganizzazione delle relazioni familiari in vista o in seguito alla separazione, al divorzio o alla rottura della coppia a qualsiasi titolo costituita (http://www.simef.net/associazione/cosa-e-la-mediazione-familiare/).

Il percorso si focalizza sulla genitorialità in un’ottica diversa da quella vincente-perdente, colpevole-vittima. Infatti, all’interno di un conteso professionale e accogliente, autonomo rispetto all’ambito giudiziario e con la garanzia del segreto professionale, il Mediatore valorizza le competenze di ciascun genitore attraverso una facilitazione del dialogo e dell’ascolto reciproco. Ai genitori viene così ridato il potere di decidere nel miglior interesse per i propri figli, facilitando il raggiungimento di accordi direttamente negoziati tra loro, al fine di mantenere una comune responsabilità genitoriale.

 La mediazione familiare (da non confondere con la mediazione civile) è un percorso che si articola in una serie circoscritta di incontri (solitamente 12 cadenzati una volta ogni 15 giorni, salvo diverse esigenze legate alla tipologia del caso in questione) e può essere totale, quindi focalizzata anche sugli aspetti economici (leggi anche Nuovi parametri per la quantificazione dell’assegno di mantenimento), o parziale, affrontando solo specifici aspetti.

Scegliere un intervento di mediazione ha diversi vantaggi emotivi ed economici:

  1. Aiuta i genitori a riaprire un dialogo costruttivo, valorizzando e sostenendo le rispettive competenze, al fine di poter prendere delle decisioni idonee per il/i loro figlio/i
  2. Tutela il legame genitori -figli
  3. Facilita la comprensione dei bisogni dei propri figli
  4. Riduce i tempi ed i costi di una separazione/divorzio

Il primo colloquio informativo è gratuito.

Per saperne di più consulta il sito: http://www.simef.net/

Dott.ssa  Simona Stefanile

Incontri informativi gratuiti sulla genitorialità

Uno spazio gratuito di apprendimento, un’occasione di confronto tra genitori e professionisti e un momento di ascolto per mamme e papà alle prese con il nuovo bebè!

Gli incontri informativi gratuiti sulla genitorialità hanno lo scopo di creare uno spazio di condivisione tra mamme, papà e gli esperti del settore nelle varie tematiche che interessano le prime fasi della vita del bambino.

Gli incontri si terranno presso la sede del Centro Il Tulipano in via Sciadonna 9/A e avranno una durata di circa due ore ciascuno. Sono aperti a tutti, ma è necessario prenotarsi per garantire un’organizzazione ottimale da parte del Centro scrivendo una mail a centro.iltulipano@gmail.com oppure telefonando alla responsabile del progetto dott.ssa Criscuolo 3931617222.

15.02.2020 | ore 15:30 | Negoziazione e gestione dei conflitti tra neogenitori

L’incontro, a cura delle Dott.sse Criscuolo e Stefanile, psicologhe e mediatrici familiari, approfondirà il tema della genitorialità nei diversi momenti evolutivi della coppia e del bambino. Verranno affrontati i temi di maggiore complessità all’interno della coppia genitoriale (alimentazione, educazione, lavoro e tempo libero) e le possibili strategie di negoziazione e gestione del conflitto. Ampio spazio sarà dato alle esperienze dirette dei partecipanti e alla discussione di gruppo.

22.02.2020 | ore 15:30 | Gioco e linguaggio nei primi anni di vita del bambino

L’obiettivo dell’incontro presentato dalla Logopedista Dott.ssa Del Pinto e dalla Neuropsicomotricista Dott.ssa Puntillo è sensibilizzare circa le situazioni di ritardo del linguaggio nel bambino piccolo e mostrare come il gioco, nelle sue evoluzioni, sia tra i più importanti prerequisiti per l’emergere del linguaggio e come le due competenze procedano parallelamente nel corso dei primi anni di vita del bambino.

07.03.2020 | ore 15:30 | Alimentazione e ciclo di vita del bambino

L’incontro, a cura della Dott.sa Criscuolo, psicologa, e della Dott.ssa Cinelli, biologa nutrizionista, affronterà il tema dell’alimentazione in età pediatrica rispetto alle tappe evolutive del bambino e della famiglia. Partendo dall’allattamento, verranno illustrati i momenti più critici che la coppia genitore-bambino affronta e le possibili strategie da adottare, attraverso un’ottica che integra gli aspetti relazionali e le esigenze alimentari. Verranno inoltre approfonditi i correlati comportamentali legati all’assunzione di specifici alimenti (es. zuccheri e/o carboidrati) e verrà lasciato spazio a eventuali domande e approfondimenti sui temi che maggiormente interessano i partecipanti.

14.03.2020 | ore 15:30 | Vita perinatale: aspetti psichici ed emotivi

A cura della Dott.ssa Scampoli, psicologa psicoterapeuta, l’incontro si concentrerà sulle esperienze immediatamente precedenti e successive la nascita. Verranno toccati temi relativi a nascite premature, lutti perinatali, interruzioni di gravidanza per favorire la condivisione di esperienze anche difficili e complesse. Molto spazio verrà dedicato al racconto di esperienze personali e non, a domande e perplessità su tutti gli aspetti psichici ed emotivi relativi ai temi proposti.

Come posso staccare mio figlio dai videogiochi?

Regole di sopravvivenza genitori-figli sull’uso dei videogames

Alla soglia del 2020 possiamo facilmente ammettere che i videogiochi sono entrati a fare parte delle nostra quotidianità, in particolare nella vita dei bambini. Ormai è una consuetudine passare davanti ad una scuola e vedere gli alunni che aspettano l’entrata inchiodati sui loro telefonini, per fare l’ultima partita prima del suono della campanella o entrare in un ristorante e vedere al tavolo accanto qualche bambino “parcheggiato” di fronte allo smartphone, invece di correre fra i tavoli.

Il problema spesso sorge nel momento in cui decidiamo che è arrivato il momento di farli smettere, o perché abbiamo finito la cena ed è “ora di andare”, o perché bisogna cominciare a fare i compiti, o semplicemente perché ci accorgiamo che è passato troppo tempo da quando nostro figlio ha accesso la consolle o il cellulare. Sono rare le volte in cui ci verrà risposto “Va bene, spengo immediatamente”, sarà molto più probabile l’inizio del solito braccio di ferro: “aspetta, finisco la partita”, “dai solo altri 5 minuti”, fino all’insorgere di veri e proprio comportamenti oppositivi (talvolta anche aggressivi).

Parlare di dipendenza da videogames è ormai troppo generico (leggi anche I social network e il loro effetto sulla mente). Un articolo uscito sul Wall Street Journal mette in evidenza come il problema sia soprattutto neurologico: in questo tipo di comportamento viene imputata principalmente la corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alla gestione degli impulsi, e il sistema della ricompensa, dato che il nostro cervello è programmato per ricercare un appagamento. L’appagamento arriva nei videogiochi al termine di una partita, nel momento in cui c’è stato un esito positivo, ma sarà anche la frustrazione della sconfitta a farci cominciare una nuova partita.

Inoltre i videogiochi attuali sono programmati in maniera tale che le partite siano brevi (come per esempio quelli degli smartphone) e che ci siano sia degli aspetti di crescita di difficoltà rispetto al livello (in maniera tale da non abituarsi all’appagamento iniziale), ma anche rispetto ai personaggi che di volta in volta possiamo acquisire. Ciò comporta che a volte si è costretti a “shoppare” (acquistare) per rimanere al passo con gli altri utenti. I videogame sono concepiti per offrire piccole ricompense intermittenti e non conclusive, che spingono a continuare il gioco. La fine in realtà non esiste perché le app vengono aggiornate in continuazione, con nuovi livelli da superare o nuovi personaggi da sbloccare.

Forse adesso sarà più chiaro il motivo per cui è difficile interrompere un videogame, ma come poter risolvere questo problema?

In primis bisogna stabilire insieme ai bambini un sistema di regole di base condiviso, in particolare sulla quantità di tempo che si può trascorrere a giocare (preferibilmente non più di un’ora al giorno). L’importante è che tale quantità non sia variabile. Spesso alcuni genitori preferiscono parcheggiare i figli davanti ad un televisore durante il fine settimana, per poi pretendere di limitarne l’uso solo quando gli fa più comodo.

In ogni caso, aiuta anche avvisare i bambini una manciata di minuti prima dell’interruzione, in modo che si possano autoregolare (può essere utile mettere un timer che suoni allo scadere del termine del tempo). E’ inoltre utile fare delle pause, durante il gioco, in maniera tale che non si arrivi ad uno stato di alienazione e che ci sia un tempo di recupero della stanchezza cognitiva e visiva. Proprio perché questa stanchezza può, a volte, limitare le performance cognitive ed attentive, sarebbe sicuramente più opportuno fare prima i compiti e successivamente iniziare a giocare.

Ovviamente il contenuto dei videogame deve essere sempre adatto all’età del bambino, ci sono giochi che possono addirittura favorire lo sviluppo di competenze e il potenziamento di altre.

E’ fondamentale che l’uso dei videogiochi sia limitato e sia sempre alternato ad attività sportive, di gioco all’aperto e di socializzazione con gli altri. Si dovrebbe evitare il più possibile di avere le consolle o i telefonini nelle proprie camere, per poter essere supervisionati dagli adulti, perché dato che il sistema di regolazione e della ricompensa del bambino non è ancora sufficientemente maturo, serve un limite imposto dall’esterno, ovvero dal genitore.

Infine, il genitore deve essere il primo a rispettare tali regole, limitando l’uso del proprio smartphone, altrimenti non possiamo arrabbiarci quando nostro figlio non si riesce a staccare dai videogame quando siamo noi i primi a non riuscire a staccarci dai social.

Depressione: sintomi e possibilità di cura

Depressione: cos’è?

In termini generici la parola depressione oggi racchiude molti significati, per lo più è usata per descrivere sentimenti vicino alla tristezza.

In termini clinici la situazione è più complessa: parliamo di sindrome depressiva, o di disturbo depressivo maggiore, o di disturbo depressivo persistente (PDM-2, 2018), per indicare quella condizione di base caratterizzata da sintomi ben precisi che riguardano sia il vissuto soggettivo (come ci sentiamo) sia il comportamento.

Gli stati affettivi sperimentati dalle persone con depressione sono descritti da sintomi quali tono dell’umore basso, perdita di interessi, sentimenti di impotenza, vergogna, inutilità e inferiorità (leggi anche Baby blues e Depressione post-partum).

Dal punto di vista cognitivo compaiono pensieri negativi riferiti a sé, visione negativa del mondo, aspettative negative sul futuro e idee di suicidio. Compaiono disturbi gastrointestinali, insonnia e riduzione dell’appetito o, al contrario, bisogno di dormire molto e aumento di peso.

Possono verificarsi anche scoppi d’ira e manifestazioni aggressive, crisi di pianto (leggi anche Cutting: condotte autolesive in adolescenza).

L’umore depresso e i sintomi associati, possono arrivare a compromettere il funzionamento quotidiano della persona: non riuscire ad andare a lavoro o a scuola, scarsa capacità di prendersi cura di sé stessi, difficoltà a svolgere mansioni quotidiane,  perdita della dimensione del piacere, incapacità di concentrarsi e quindi a portare a termine compiti o progetti.

Alcune volte la depressione si esprime con il corpo e, dunque, non si osserva il tipico abbassamento dell’umore, ma compaiono sintomi somatici come dolori diffusi, mal di stomaco, mal di testa, apparentemente inspiegabili.

In altri casi può accadere che persone gravemente depresse, ma con un “alto funzionamento”, nascondono la loro difficoltà con comportamenti quali “superlavoro”, alcolismo e aggressività.

A volte, infine, è un costante stato di agitazione e allarme a mascherare una condizione depressiva sottostante. Il senso interno di precarietà, incapacità e fragilità estremi, tipici della depressione, inducono uno stato di allarme continuo (ansia, agitazione) che deriva dalla paura di trovarsi in una condizione (esterna o interna) che possa minacciare il proprio – fragile – equilibrio (leggi anche Stress: come distinguere ciò che ci fa bene da ciò che ci rende infelici).

Da dove viene?

Tenendo conto della predisposizione genetica, secondo un approccio psicodinamico, quindi più centrato sullo stato emotivo interno e sull’esperienza soggettiva, la condizione depressiva si instaura sul terreno delle fragilità infantili. Sono quei casi in cui le esperienze precoci della vita del bambino, addirittura del neonato, avvengono in un contesto che non riesce a rispondere ai suoi bisogni emotivi e/o fisici. Il senso di solitudine interna, sperimentato nelle prima fasi della vita, può sedimentarsi dentro di noi, non lasciarci per lungo tempo e anzi, amplificarsi.

Uno stato depressivo transitorio può verificarsi anche a seguito, e in reazione a, un lutto o un evento traumatico. La separazione dal partner o dei propri genitori, la morte di un parente o di una persona cara, un fallimento economico o lavorativo, una malattia grave…

In questi casi, una fase limitata nel tempo in cui compariranno segni e sintomi tipici della depressione, non indicherà una condizione patologica di per sé, ma una reazione temporanea a un evento doloroso.

Cosa non fare e cosa fare?

Se il campo degli interessi è ristretto, se è difficile stare insieme agli amici e alle persone, se i sintomi fisici (stanchezza, dolori ecc.) impediscono di portare avanti le normali attività quotidiane, è importante non sottovalutare la situazione. Ciò non significa necessariamente doversi autodiagnosticare una sindrome depressiva, allarmarsi in maniera eccessiva, ricorrere autonomamente all’uso di farmaci, vuol dire iniziare a prestare attenzione a quello che accade dentro di noi. Non è utile lasciar passare troppo tempo nella speranza che tutto passi magicamente, non è utile rimanere nello sconforto e giudicarsi incapaci di reagire agli eventi della vita.

E’ utile rivolgersi a un professionista competente. Uno psicoterapeuta che possa aiutare a comprendere cosa alimenta questa condizione dentro di noi, a capire il senso di questa esperienza alla luce della propria storia di vita. E’ necessario gettare luce sui meccanismi, spesso inconsapevoli, che generano quel circolo vizioso per cui ogni cosa e il futuro stesso, sono privi di senso e di speranza.

La psicoterapia psicodinamica, o l’analisi,  attraverso l’esplorazione delle radici intrapsichiche, familiari e ambientali della condizione di malessere, ha la funzione di “motore “ per riavviare un processo vitale che, in maniera inconsapevole, un giorno si è interrotto. In tal senso sarà di primaria importanza comprendere la depressione, capire cosa inneschi lo stato depressivo e contribuisca al suo mantenimento e quindi quali trasformazioni devono essere affrontate per ottenere un cambiamento stabile nel tempo.

Nessuno si ammala di depressione allo stesso modo, e ognuno ha la sua modalità di reazione alla malattia, ma l’obiettivo della cura è per ognuno la trasformazione da soggetto passivo in preda a uno stato depressivo, a un soggetto attivo e consapevole delle proprie modalità di funzionamento affettivo e relazionale. In questa nuova fase sarà possibile dunque agire attivamente sul corso della propria vita, più liberi e più vivi.

Consigli per l’uso: BES, DSA, sostegno e rapporti scuola-famiglia. Come muoversi step by step.

Una guida per il genitore

L’articolo che segue vuole essere una guida per il genitore che sospetta difficoltà nel figlio, aiutarlo a comprendere quali sono i passi da fare, comprendere le varie sigle che incontreranno lungo il percorso e meglio capire i rapporti scuola-famiglia.

Negli ultimi anni sarà spesso capitato di sentir parlare di BES: tale sigla indica Bisogni Educativi Speciali, sono svariati e racchiudono oltre alla disabilità certificata (legge 104/92) e ai Disturbi Specifici d’Apprendimento (legge 170/10, di cui parleremo in seguito), anche difficoltà dovute a svantaggio sociale, culturale e determinato dalla non conoscenza della lingua e della cultura italiana.

Con la direttiva sui BES del 27/12/12 i consigli di classe sono chiamati a redigere, per tutti i casi di alunni con BES, un Piano Educativo Personalizzato (PEP). Questa direttiva estende a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento con il fine di promuovere le potenzialità di ciascuno, adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo.

Quando, invece, nel particolare, si ha il dubbio di trovarsi di fronte ad un bambino che fatica negli apprendimenti scolastici, la scuola è tenuta, secondo quanto stabilisce la legge 170 dell’8 ottobre 2010, a predisporre specifiche attività di recupero e potenziamento. Se, in seguito a queste misure persistono le difficoltà dell’alunno, sarà necessaria una comunicazione alla famiglia. Di fondamentale importanza sarà rivolgersi al più presto agli specialisti sanitari del settore (Neuropsichiatra Infantile, Psicologo, Logopedista) per effettuare una valutazione diagnostica.

Dopo una prima fase di anamnesi, il bambino sarà sottoposto ad una serie di test che valutano l’intelligenza, la lettura, la scrittura, la comprensione del testo, la matematica. In alcuni casi si riterrà opportuno approfondire le capacità linguistiche, di attenzione, di memoria. Quanto ottenuto dalla valutazione verrà poi comunicato alla famiglia tramite relazione scritta.

Molto spesso i genitori non appena ricevuta la diagnosi di Disturbo Specifico d’Apprendimento (DSA) si trovano in difficoltà su quali siano i passi da compiere per garantire la giusta attenzione da parte della scuola.

La famiglia deve consegnare la diagnosi alla scuola che la protocolla, la inserisce nel fascicolo personale dello studente ed informa il coordinatore di classe e/o il referente DSA.

Piano Didattico Personalizzato PDP

Successivamente si richiede stesura di un Piano Didattico Personalizzato PDP, stilato dalla scuola dopo essersi confrontata con la famiglia e lo specialista che ha formulato la diagnosi o i professionisti che hanno in carico il bambino.

La famiglia è tenuta, ad ogni cambio di ciclo scolastico, a consegnare copia della diagnosi e del PDP all’ordine di scuola successivo.

La stesura di un PDP (Piano Didattico Personalizzato) è prevista dalla legge 170/10, che ha come finalità quella di garantire il diritto all’istruzione, favorire il successo scolastico, ridurre i disagi relazionali ed emozionali, favorire una diagnosi precoce. In questo documento la scuola garantisce ed esplicita interventi didattici personalizzati ed individualizzati, con l’indicazione degli strumenti compensativi e delle misure dispensative adottate.

Strumenti compensativi:

  • Sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito d’ascolto;
  • Registratore, che consente allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;
  • Programmi di videoscrittura con correttore ortografico, che permettono la realizzazione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori;
  • Calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo;
  • Altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali.

Misure dispensative:

Le misure dispensative permettono allo studente di svolgere con alcuni accorgimenti o non svolgere le prestazioni che risultano particolarmente difficili a causa del proprio DSA.

  • Interrogazioni programmate;
  • Verifiche orali e non scritte;
  • Tempi supplementari per lo svolgimento delle prove;
  • Valutazione dei contenuti e non della forma;
  • Dispensa dal copiare e dal prendere appunti;
  • Dispensa dall’uso del corsivo.

Il PDP viene costantemente monitorato, verificato e potrà essere modificato nel corso dell’anno scolastico, viene considerato come strumento di lavoro in itinere.

Piano Educativo Individualizzato, PEI

Nel caso di alunni con Disabilità certificata, si redige, invece, un PEI (Piano Educativo Individualizzato), si definisce entro il secondo mese dell’anno scolastico ed è congiuntamente condiviso e stilato tra operatori della scuola, dei servizi sanitari e sociali, in collaborazione con la famiglia.

Il PEI, come il PDP, non è un documento immutabile, viene analizzato nel corso dell’anno per valutarne l’efficacia e modificato, aggiornato o confermato in base agli obiettivi raggiunti e alle necessità emerse durante l’anno. Gli obiettivi possono non essere aderenti al programma ministeriale e si ha quindi un Piano Didattico Differenziato che permetterà di proseguire gli studi ma non ha valore per il conseguimento del titolo di studio: l’allievo consegue un attestato e non un diploma; la famiglia può dare o negare il consenso.

Come e quando richiedere l’insegnante di sostegno.

Anche in questi casi spesso il genitore si chiede come poter accedere alla figura dell’insegnante di Sostegno. Il primo passo è formalizzare una richiesta al servizio di Neuropsichiatria Infantile della ASL di riferimento. Se il medico Neuropsichiatra Infantile ritiene che il minore possa beneficiare della presenza di alcune ore di insegnante di sostegno, questo indicherà di richiedere l’accertamento di handicap (legge 104/92 art.3).

Nel frattempo il Neuropsichiatra Infantile preparerà un documento “Profilo di funzionamento- Diagnosi Funzionale” che evidenzia quello che il bambino sa e non sa fare e in che grado.

In caso di autonomia ridotta le ore di sostegno sono integrabili con ore di assistente all’autonomia e alla comunicazione (AEC).

Per quanto riguarda BES e DSA non hanno diritto alla presenza dell’insegnate di sostegno.

Nella speranza di aver reso più chiaro il percorso che la famiglia congiuntamente con la scuola può intraprendere, si lasciano alcuni riferimenti per ulteriori delucidazioni:

www.aiditalia.org

www.istruzione.it/web/istruzione/dsa