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Conflitto genitoriale e famiglie separate: c’è un nesso con i Disturbi alimentari?

È ormai chiaro il ruolo che la famiglia svolge all’interno dello sviluppo dei disturbi alimentari in adolescenza. Se, però, cinquanta anni fa la famiglia veniva coinvolta nella terapia in quanto responsabile principale del disturbo stesso, attualmente la direzione è di una ricerca di collaborazione e alleanza con i familiari, in quanto l’adolescente che vive ancora in famiglia può influenzare ed essere a sua volta influenzato dal sistema familiare e dai comportamenti dei suoi membri.

È stato ampiamente dimostrato l’impatto del disturbo alimentare sul sistema familiare, laddove spesso amplifica caratteristiche preesistenti che diventano disfunzionali e possono costituire fattori di mantenimento del disturbo stesso. Avere un figlio con un disturbo alimentare aumenta l’espressione di emozioni negative (criticismo, irritabilità), crea una situazione di freezing rispetto al futuro e di angoscia sul presente, e favorisce comportamenti di iperprotettività (Hooley, 2007). I conflitti aumentano non solo tra genitore e figlio, ma anche tra genitori che spesso hanno idee diverse su come affrontare la malattia.

Tale contesto diventa ancora più complesso se i genitori sono separati. Intuitivamente siamo portati a pensare che le famiglie separate mostrino una maggiore conflittualità nella gestione della co-genitorialità e che questo sia ancora più vero quando nel contesto familiare irrompe il sintomo alimentare. Ma esiste realmente una differenza tra famiglie separate e famiglie unite nel funzionamento familiare? Tale differenza si può riversare, poi, sul sintomo alimentare?

La letteratura e l’esperienza clinica ci suggeriscono che non ci sono grandi differenze tra le famiglie unite di pazienti con Disturbo Alimentare e quelle separate. L’evento separativo di per sé non incide sulla gravità della sintomatologia alimentare e psicopatologica. Piuttosto che il conflitto stesso, infatti, è la gestione del conflitto il fattore che più influenza il funzionamento familiare e l’adattamento del figlio.

La gestione del conflitto è definita come “l’insieme di comportamenti, attitudini, strategie e tattiche messe in atto dai genitori, per interagire all’interno di dinamiche conflittuali” (Malagoli Togliatti et al., 2001).

Una gestione positiva del conflitto genitoriale favorisce il ricorso alla negoziazione e al compromesso, preservando così l’integrità della famiglia, anche nelle situazioni separative (Carone et al., 2017; Criscuolo et al., 2020).

Una gestione negativa del conflitto genitoriale, invece, può portare a esiti negativi nel bambino (in associazione con fattori di rischio e altre caratteristiche individuali dei genitori o del bambino), indipendentemente dal fatto che costui sia direttamente esposto al conflitto o semplicemente ad una genitorialità negativa causata da controversie coniugali irrisolte che influenzano la funzione genitoriale, esponendo il bambino alla mancanza di reattività, calore emotivo e rifiuto (Cummings & Davies, 2010).

La terapia familiare favorisce una rapida remissione dei sintomi e una riduzione dei conflitti familiari, in particolare quelli connessi alla sfera alimentare (Arthur et al, 1995; Onnis et al., 2014; Wallis et al., 2017).

L’intervento potrebbe esplorare i modi in cui la famiglia si è riorganizzata intorno al sintomo alimentare, la possibilità di riconoscere e di affrontare il conflitto e le strategie messe in atto per risolverlo, al fine di sviluppare modalità più costruttive e accompagnare il paziente e la sua famiglia nel delicato processo di guarigione.

Dott.ssa Michela Criscuolo
Psicologa clinica e Psicoterapeuta
Esperta in Psicodiagnostica e in Diritto del Minore, Mediatore Familiare
Rete Psicologi Alimentari (PASS) – Ordine degli Psicologi del Lazio

Photo by Jackson Simmer on Unsplash

Incontri informativi gratuiti sulla genitorialità

Uno spazio gratuito di apprendimento, un’occasione di confronto tra genitori e professionisti e un momento di ascolto per mamme e papà alle prese con il nuovo bebè!

Gli incontri informativi gratuiti sulla genitorialità hanno lo scopo di creare uno spazio di condivisione tra mamme, papà e gli esperti del settore nelle varie tematiche che interessano le prime fasi della vita del bambino.

Gli incontri si terranno presso la sede del Centro Il Tulipano in via Sciadonna 9/A e avranno una durata di circa due ore ciascuno. Sono aperti a tutti, ma è necessario prenotarsi per garantire un’organizzazione ottimale da parte del Centro scrivendo una mail a centro.iltulipano@gmail.com oppure telefonando alla responsabile del progetto dott.ssa Criscuolo 3931617222.

15.02.2020 | ore 15:30 | Negoziazione e gestione dei conflitti tra neogenitori

L’incontro, a cura delle Dott.sse Criscuolo e Stefanile, psicologhe e mediatrici familiari, approfondirà il tema della genitorialità nei diversi momenti evolutivi della coppia e del bambino. Verranno affrontati i temi di maggiore complessità all’interno della coppia genitoriale (alimentazione, educazione, lavoro e tempo libero) e le possibili strategie di negoziazione e gestione del conflitto. Ampio spazio sarà dato alle esperienze dirette dei partecipanti e alla discussione di gruppo.

22.02.2020 | ore 15:30 | Gioco e linguaggio nei primi anni di vita del bambino

L’obiettivo dell’incontro presentato dalla Logopedista Dott.ssa Del Pinto e dalla Neuropsicomotricista Dott.ssa Puntillo è sensibilizzare circa le situazioni di ritardo del linguaggio nel bambino piccolo e mostrare come il gioco, nelle sue evoluzioni, sia tra i più importanti prerequisiti per l’emergere del linguaggio e come le due competenze procedano parallelamente nel corso dei primi anni di vita del bambino.

07.03.2020 | ore 15:30 | Alimentazione e ciclo di vita del bambino

L’incontro, a cura della Dott.sa Criscuolo, psicologa, e della Dott.ssa Cinelli, biologa nutrizionista, affronterà il tema dell’alimentazione in età pediatrica rispetto alle tappe evolutive del bambino e della famiglia. Partendo dall’allattamento, verranno illustrati i momenti più critici che la coppia genitore-bambino affronta e le possibili strategie da adottare, attraverso un’ottica che integra gli aspetti relazionali e le esigenze alimentari. Verranno inoltre approfonditi i correlati comportamentali legati all’assunzione di specifici alimenti (es. zuccheri e/o carboidrati) e verrà lasciato spazio a eventuali domande e approfondimenti sui temi che maggiormente interessano i partecipanti.

14.03.2020 | ore 15:30 | Vita perinatale: aspetti psichici ed emotivi

A cura della Dott.ssa Scampoli, psicologa psicoterapeuta, l’incontro si concentrerà sulle esperienze immediatamente precedenti e successive la nascita. Verranno toccati temi relativi a nascite premature, lutti perinatali, interruzioni di gravidanza per favorire la condivisione di esperienze anche difficili e complesse. Molto spazio verrà dedicato al racconto di esperienze personali e non, a domande e perplessità su tutti gli aspetti psichici ed emotivi relativi ai temi proposti.

L’obesità infantile: come migliorare le abitudini dei nostri bambini

L’obesità infantile è una delle problematiche di salute più preoccupanti negli ultimi anni tanto da essere stata definita come una vera e propria epidemia a livello mondiale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS – WHO, World Health Organization) per obesità si intende “quella condizione caratterizzata da un eccesso di peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo, in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute”.

Purtroppo l’obesità infantile rappresenta ad oggi una condizione sempre più importante per numero di soggetti interessati e gravità delle complicanze cliniche ad essa associate. In età evolutiva, dai 2 anni in poi, si parla di eccesso ponderale quando l’Indice di Massa Corporea, ovvero il rapporto tra il peso e l’altezza al quadrato, è superiore all’85° percentile per età e sesso. In Italia gli ultimi dati dell’indagine OKkio alla Salute, presentati il 4 maggio 2017, mostrano come quasi un terzo dei bambini tra gli 8 e i 9 anni si trovino in una condizione di eccesso ponderale (21,3% in sovrappeso, 9,3% obesi).

Più del 95% dei casi di obesità in età pediatrica rientrano nella forma cosiddetta “essenziale”, sono cioè classificabili come malattie multifattoriali che nascono dall’interazione di gene e ambiente. In poche parole, sulla base di quella che si può definire una predisposizione genetica, i fattori ambientali, come abitudini sedentarie e un’alimentazione non salutare e sbilanciata, rivestono un ruolo centrale nell’insorgenza di tale patologia.

Dal sistema OKkio alla salute si evince come le abitudini alimentari dei nostri bambini e ragazzi siano lontane dalle raccomandazioni internazionali e dalla cosiddetta Dieta Mediterranea. Assenza della prima colazione, spuntini troppo abbondanti, scarso consumo di frutta e verdura, frequente consumo di bevande zuccherate, sedentarietà e inattività fisica la fanno da padroni.

L’obesità infantile costituisce ad oggi un’importante problema di sanità pubblica, dunque la sua prevenzione è uno degli obiettivi principali delle campagne e degli interventi del sistema sanitario nazionale, che prevedono il coinvolgimento essenziale delle famiglie e dell’intera comunità scolastica.

Cosa si può fare nel quotidiano?

Qualche consiglio per la vita di tutti i giorni in famiglia:

  • I genitori e tutto l’ambiente familiare sono fonte di esempio e di imitazione per i bambini. Se l’intera famiglia segue abitudini alimentari e di vita sane tutto sarà più facile!
  • È importante cercare di invogliare i bambini ad assaggiare nuovi alimenti, anche i meno graditi, senza forzature. Portiamoli al supermercato a scegliere nuova frutta e nuova verdura ed una volta a casa coinvolgiamoli nella preparazione del pasto.
  • Il pasto è un momento di riunione e condivisione. Mangiamo tutti insieme, le stesse cose e senza distrazioni come giochi, videogiochi e TV.
  • Una sana giornata alimentare è costituita da 5 pasti: colazione, spuntino, pranzo, merenda, cena.
  • La colazione è uno dei pasti più importanti! Ci permette di ricaricare le energie necessarie per tutta la giornata. Una colazione tipo potrebbe essere costituita da latte con panino integrale e marmellata, oppure da una spremuta con un uovo e del pane integrale tostato, o ancora da uno yogurt bianco senza zuccheri con frutta a pezzi, frutta secca e cereali integrali. Ci possiamo sbizzarrire con la fantasia, ricondiamoci però che per fare una buona prima colazione bisogna svegliarsi in tempo!
  • Gli spuntini sono dei piccoli break che aiutano a non arrivare troppo affamati al pasto successivo. Privilegiamo frutta fresca, macedonie (senza zucchero aggiunto), frutta secca, yogurt e frullati.
  • I pasti principali, pranzo e cena, dovrebbero essere completi: un primo a base di cereali integrali (pane, riso, farro, pasta, orzo, patate ecc), un secondo (legumi, pesce, carne, uova, formaggi) e uno o più contorni di verdure.
  • Durante la settimana è importante ruotare i secondi piatti: legumi (4-5 v/sett), pesce (3-4 v/sett), carne (1-2 v/sett), formaggi (1-2 v/sett), uova (1-2 v/sett).
  • Le porzioni di frutta e verdura giornaliere sono 5! La verdura deve essere sempre presente a pranzo e cena!
  • Ricordiamoci che le patate non sono un contorno, ma sostituiscono pane, pasta, riso
  • Ricordiamoci che i legumi non sono un contorno ma un secondo piatto come carne, pesce, formaggi e uova
  • L’olio extravergine di oliva è il condimento principe della Dieta Mediterranea.
  • È importante variare giornalmente gli alimenti proposti e le modalità di cottura, in modo da non annoiare i bambini/ragazzi e da stimolarli sempre nell’assaggio di nuovi cibi.
  • È importante cercare di evitare il consumo di bevande zuccherate, dolci confezionati e alimenti precotti (es. bastoncini, cotolette pronte).
  • È importante cercare di limitare le fritture, l’utilizzo di salse e l’aggiunta di sale da cucina.
  • Le porzioni sono importanti! Ricordiamo che un bambino non può mangiare quanto un adulto.
  • L’acqua è un costituente fondamentale del nostro corpo: cerca di bere almeno 1.5 litri di acqua al giorno.
  • Il movimento è importante. Un bambino dovrebbe muoversi 60 minuti al giorno (passeggiate, giochi all’aperto etc.) e scegliere uno sport da fare 2-3 v/sett.

Dott.ssa Giulia Cinelli
Biologa Nutrizionista
Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

www.centroiltulipano.com

La selettività alimentare nei bambini: tra normalità e patologia

È frequente che durante la crescita i bambini mostrino una selettività alimentare ovvero una preferenza, più o meno flessibile, verso alcuni alimenti, con difficoltà ad assaggiare cibi nuovi di diversa consistenza o colore. Questi comportamenti possono rientrare in un normale quadro evolutivo oppure inserirsi all’interno di una patologia specifica, l’ARFID o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo. È il più recente tra i Disturbi Alimentari ad essere stato classificato secondo i criteri del DSM-5, il manuale statistico e diagnostico più usato in psichiatria e, come la Bulimia e l’Anoressia Nervosa, è un problema che può causare complicanze, anche gravi, se non trattato precocemente.

Colpisce soprattutto i bambini, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza, e si manifesta con diversi comportamenti che vanno dall’alimentazione selettiva (restrizione a poche o pochissime categorie di alimenti, scelti in base al colore, all’odore, alla consistenza o altro), alla paura di soffocare o al completo disinteresse per il cibo. Nell’ARFID non c’è mai quella preoccupazione ossessiva per la forma del corpo, per la magrezza e per la perdita volontaria di peso che caratterizza l’Anoressia Nervosa o gli altri Disturbi Alimentari, tuttavia il bambino può mostrare una significativa perdita di peso a causa del disturbo e carenze nutrizionali, nonché limitazioni nella vita sociale.

È necessario distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Certi atteggiamenti verso il cibo, infatti, possono essere transitori o espressione di un temperamento introverso: bambini molto prudenti, timidi, un po’ rigidi, che non amano le novità, potrebbero avere un’alimentazione un po’ ripetitiva e poco varia, ma non si deve per forza parlare di un disturbo del comportamento alimentare.

La diagnosi di Arfid, infatti, viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare ad una significativa perdita di peso, insorgenza di carenze nutrizionali, che possono essere evidenziate dagli esami del sangue; necessità di ricorrere ad integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

Le cause dell’Arfid possono essere molteplici, complesse e di varia natura: biologica, sociale, psicologica.

Potrebbero entrare in gioco fattori genetici, che predispongono ad esempio ad una maggiore sensibilità verso alcuni stimoli sensoriali. Il bambino, allora, che sente i sapori acidi in modo accentuato avrebbe più difficoltà ad assaggiare quegli alimenti anche con una minima nota di acidità, evitandoli di conseguenza.

Altre volte, invece, si evidenziano cause organiche, o un problema fisico sottostante: un’intolleranza alimentare, la celiachia, un reflusso gastroesofageo molto accentuato o, ancora, un disturbo del neurosviluppo.

In alcuni casi è il risultato di un’esperienza traumatica: rischiare di soffocare per un boccone andato di traverso o aver visto qualcuno in questa condizione può portare a una vera e propria fobia del cibo che può durare anche molto a lungo.

Altre volte, l’Arfid diventa un modo per esprimere qualche difficoltà emotiva o relazionale. Può succedere se ci sono forti tensioni in famiglia, in caso di una fortissima timidezza, oppure in presenza di un disturbo di apprendimento non diagnosticato come la dislessia. Sono bambini intelligenti e capaci, che quando cominciano ad andare a scuola si rendono conto che c’è qualcosa che non va e possono allora manifestare il proprio disagio evitando o selezionando molto il cibo.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto. È utile quindi parlare con bambini e ragazzi delle proprie paure e delle proprie difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante ed evitando atteggiamenti iperprotettivi o rigidi.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato e non troppo apprensivo permane la percezione di un problema è utile contattare il pediatra o un centro specialistico per la diagnosi e il trattamento dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si presenta il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi: la personalità di un bambino è ancora in via di sviluppo, il disturbo non ha tempo di cronicizzare ed è per questo che l’intervento terapeutico risulta più efficace.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e relazionali-familiari. Pertanto, il trattamento deve essere integrato richiedendo l’intervento di più figure professionali: psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna, etc.  Le più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004) suggeriscono come fondamentale il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei DA in età evolutiva ma importante risultano anche i laboratori del gusto, dove il bambino viene aiutato a familiarizzare con cibi nuovi e di diversa consistenza.

Le nuove forme di disagio alimentare: ortoressia, bigoressia e drunkoressia

Il disagio psicologico non è mai stato una dimensione stabile nel tempo ma ha sempre assunto forme e contorni diversificati, a seconda delle richieste provenienti dal mondo circostante e, di conseguenza, da se stessi. Ciò è ancor più vero quando soffermiamo lo sguardo sull’adolescenza, un periodo delicato e difficile per ognuno, perché terreno di cambiamenti importanti sia sul piano psicologico che su quello fisico.

Negli ultimi anni, per esempio, accanto alle forme più tradizionali di Disturbi Alimentari, come le ormai tristemente note Anoressia e Bulimia Nervosa, gli esperti hanno evidenziato nuove forme di disagio alimentare che, seppur più rare, non risultano per questo meno pericolose. Si tratta di disturbi ancora non totalmente riconosciuti dalla comunità scientifica medica, tuttavia tali comportamenti sono così diffusi da dover richiamare l’attenzione di quanti, medici, familiari o amici, si trovano a contatto con essi perché presentano un elevato rischio di convertirsi in veri e propri disturbi alimentari.

Ma di quali comportamenti stiamo parlando e in cosa si distinguono dalle forme più tradizionali?

L’ortoressia (dal greco orto e orexis, sano e appetito) è l’atteggiamento di chi prova una sorta di ossessione per i cibi giusti e a differenza di chi soffre di anoressia o bulimia che è ossessionato dalla quantità, la preoccupazione dell’ortoressico è la qualità del cibo. Per paura di essere contaminato, deve poter accertarsi che l’alimento è sano, puro e attivo nella prevenzione delle malattie e per rispettare ciò, si impone un regime talmente rigoroso da esporsi paradossalmente al rischio di carenze nutrizionali gravi e quindi a danni dovuti alla drastica riduzione di vitamine e sali minerali (avitaminosi e osteoporosi). I pasti sono scrupolosamente programmati e controllati, affinchè ogni ingrediente sia conosciuto e questo ha conseguenze anche sul piano sociale e lavorativo.

Il soggetto ortoressico non è disposto ad adattarsi ma deve acquistare, controllare e cucinare solo cibi sani, tanto da portare con sé cibi pronti e stoviglie personali se costretto a consumare i pasti fuori casa. Non sono presenti paura di ingrassare e insoddisfazione per il proprio corpo, ma è spesso presente in queste persone isolamento sociale e un sentimento di superiorità rispetto a chi non mangia come loro.

La bigoressia, invece, è la preoccupazione di essere troppo deboli o magri e riguarda soprattutto i ragazzi in età adolescenziale o giovane adulta. A differenza della paziente anoressica, che si vede grassa pur essendo gravemente in sottopeso, il soggetto bigoressico si vede sempre magro e debole anche quando ha raggiunto un fisico molto atletico. Tale insoddisfazione si ripercuote inevitabilmente sul tono dell’umore, che risulta tendenzialmente deflesso, e  può spingere il soggetto ad assumere ormoni androgeni, farmaci anabolizzanti e sostanze ergogeniche illecite, con rischio di grave compromissione epatica e renale. Infine, sono possibili anche ripercussioni sulla capacità lavorativa.

Infine, c’è la drunkoressia, un nuovo pericoloso comportamento alimentare emergente tra gli adolescenti che riguarda il digiuno prolungato durante il giorno per poter “risparmiare” calorie e arrivare ad assumere ingenti quantità di alcolici all’ora dell’aperitivo. In questo caso, la volontà di dimagrire non è fine a se stessa (come sembra essere per la paziente anoressica), ma è strumentale all’assunzione di alcol. L’alcol diventa così uno strumento per integrarsi socialmente, per non avvertire il senso della fame e, in alcuni casi, anche per indurre il vomito. Ai danni tipici dell’anoressia si sommano i rischi derivanti dall’abuso di alcolici, cioè epatopatia, neuropatia periferica e danni al sistema nervoso centrale.

Se da una parte l’esordio dei disturbi è sempre più precoce, dall’altra la diagnosi arriva troppo spesso tardi. È ormai noto che riuscire a intercettare i casi di recente insorgenza è la strategia più efficace per risolverli, ma non sempre è facile intuire cosa si nasconde dietro a un comportamento insolito o ad una restrizione alimentare. È importante, però, essere attenti non solo ai cambiamenti nella dieta dei figli, ma anche al disagio dovuto a una non accettazione del proprio corpo. Spesso, infatti, ci sono problemi di autostima che spingono, soprattutto le donne giovani, a cercare nella magrezza una via per sentirsi accettate.

Le cause possono essere molteplici: un momento di difficoltà familiare, l’adesione a modelli di efficienza e magrezza provenienti dal mondo esterno, una predisposizione individuale. Tuttavia, è importante identificare i comportamenti a rischio precocemente e, in caso di dubbio, richiedere una consulenza specifica, prima che questi comportamenti possano sfociare in veri e propri disturbi alimentari.

 

Dott.ssa Michela Criscuolo

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Valutazione Psicodiagnostica clinica e peritale

http://www.centroiltulipano.com