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Tag: bulimia

La selettività alimentare nei bambini: tra normalità e patologia

È frequente che durante la crescita i bambini mostrino una selettività alimentare ovvero una preferenza, più o meno flessibile, verso alcuni alimenti, con difficoltà ad assaggiare cibi nuovi di diversa consistenza o colore. Questi comportamenti possono rientrare in un normale quadro evolutivo oppure inserirsi all’interno di una patologia specifica, l’ARFID o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo. È il più recente tra i Disturbi Alimentari ad essere stato classificato secondo i criteri del DSM-5, il manuale statistico e diagnostico più usato in psichiatria e, come la Bulimia e l’Anoressia Nervosa, è un problema che può causare complicanze, anche gravi, se non trattato precocemente.

Colpisce soprattutto i bambini, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza, e si manifesta con diversi comportamenti che vanno dall’alimentazione selettiva (restrizione a poche o pochissime categorie di alimenti, scelti in base al colore, all’odore, alla consistenza o altro), alla paura di soffocare o al completo disinteresse per il cibo. Nell’ARFID non c’è mai quella preoccupazione ossessiva per la forma del corpo, per la magrezza e per la perdita volontaria di peso che caratterizza l’Anoressia Nervosa o gli altri Disturbi Alimentari, tuttavia il bambino può mostrare una significativa perdita di peso a causa del disturbo e carenze nutrizionali, nonché limitazioni nella vita sociale.

È necessario distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Certi atteggiamenti verso il cibo, infatti, possono essere transitori o espressione di un temperamento introverso: bambini molto prudenti, timidi, un po’ rigidi, che non amano le novità, potrebbero avere un’alimentazione un po’ ripetitiva e poco varia, ma non si deve per forza parlare di un disturbo del comportamento alimentare.

La diagnosi di Arfid, infatti, viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare ad una significativa perdita di peso, insorgenza di carenze nutrizionali, che possono essere evidenziate dagli esami del sangue; necessità di ricorrere ad integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

Le cause dell’Arfid possono essere molteplici, complesse e di varia natura: biologica, sociale, psicologica.

Potrebbero entrare in gioco fattori genetici, che predispongono ad esempio ad una maggiore sensibilità verso alcuni stimoli sensoriali. Il bambino, allora, che sente i sapori acidi in modo accentuato avrebbe più difficoltà ad assaggiare quegli alimenti anche con una minima nota di acidità, evitandoli di conseguenza.

Altre volte, invece, si evidenziano cause organiche, o un problema fisico sottostante: un’intolleranza alimentare, la celiachia, un reflusso gastroesofageo molto accentuato o, ancora, un disturbo del neurosviluppo.

In alcuni casi è il risultato di un’esperienza traumatica: rischiare di soffocare per un boccone andato di traverso o aver visto qualcuno in questa condizione può portare a una vera e propria fobia del cibo che può durare anche molto a lungo.

Altre volte, l’Arfid diventa un modo per esprimere qualche difficoltà emotiva o relazionale. Può succedere se ci sono forti tensioni in famiglia, in caso di una fortissima timidezza, oppure in presenza di un disturbo di apprendimento non diagnosticato come la dislessia. Sono bambini intelligenti e capaci, che quando cominciano ad andare a scuola si rendono conto che c’è qualcosa che non va e possono allora manifestare il proprio disagio evitando o selezionando molto il cibo.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto. È utile quindi parlare con bambini e ragazzi delle proprie paure e delle proprie difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante ed evitando atteggiamenti iperprotettivi o rigidi.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato e non troppo apprensivo permane la percezione di un problema è utile contattare il pediatra o un centro specialistico per la diagnosi e il trattamento dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si presenta il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi: la personalità di un bambino è ancora in via di sviluppo, il disturbo non ha tempo di cronicizzare ed è per questo che l’intervento terapeutico risulta più efficace.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e relazionali-familiari. Pertanto, il trattamento deve essere integrato richiedendo l’intervento di più figure professionali: psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna, etc.  Le più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004) suggeriscono come fondamentale il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei DA in età evolutiva ma importante risultano anche i laboratori del gusto, dove il bambino viene aiutato a familiarizzare con cibi nuovi e di diversa consistenza.

Le nuove forme di disagio alimentare: ortoressia, bigoressia e drunkoressia

Il disagio psicologico non è mai stato una dimensione stabile nel tempo ma ha sempre assunto forme e contorni diversificati, a seconda delle richieste provenienti dal mondo circostante e, di conseguenza, da se stessi. Ciò è ancor più vero quando soffermiamo lo sguardo sull’adolescenza, un periodo delicato e difficile per ognuno, perché terreno di cambiamenti importanti sia sul piano psicologico che su quello fisico.

Negli ultimi anni, per esempio, accanto alle forme più tradizionali di Disturbi Alimentari, come le ormai tristemente note Anoressia e Bulimia Nervosa, gli esperti hanno evidenziato nuove forme di disagio alimentare che, seppur più rare, non risultano per questo meno pericolose. Si tratta di disturbi ancora non totalmente riconosciuti dalla comunità scientifica medica, tuttavia tali comportamenti sono così diffusi da dover richiamare l’attenzione di quanti, medici, familiari o amici, si trovano a contatto con essi perché presentano un elevato rischio di convertirsi in veri e propri disturbi alimentari.

Ma di quali comportamenti stiamo parlando e in cosa si distinguono dalle forme più tradizionali?

L’ortoressia (dal greco orto e orexis, sano e appetito) è l’atteggiamento di chi prova una sorta di ossessione per i cibi giusti e a differenza di chi soffre di anoressia o bulimia che è ossessionato dalla quantità, la preoccupazione dell’ortoressico è la qualità del cibo. Per paura di essere contaminato, deve poter accertarsi che l’alimento è sano, puro e attivo nella prevenzione delle malattie e per rispettare ciò, si impone un regime talmente rigoroso da esporsi paradossalmente al rischio di carenze nutrizionali gravi e quindi a danni dovuti alla drastica riduzione di vitamine e sali minerali (avitaminosi e osteoporosi). I pasti sono scrupolosamente programmati e controllati, affinchè ogni ingrediente sia conosciuto e questo ha conseguenze anche sul piano sociale e lavorativo.

Il soggetto ortoressico non è disposto ad adattarsi ma deve acquistare, controllare e cucinare solo cibi sani, tanto da portare con sé cibi pronti e stoviglie personali se costretto a consumare i pasti fuori casa. Non sono presenti paura di ingrassare e insoddisfazione per il proprio corpo, ma è spesso presente in queste persone isolamento sociale e un sentimento di superiorità rispetto a chi non mangia come loro.

La bigoressia, invece, è la preoccupazione di essere troppo deboli o magri e riguarda soprattutto i ragazzi in età adolescenziale o giovane adulta. A differenza della paziente anoressica, che si vede grassa pur essendo gravemente in sottopeso, il soggetto bigoressico si vede sempre magro e debole anche quando ha raggiunto un fisico molto atletico. Tale insoddisfazione si ripercuote inevitabilmente sul tono dell’umore, che risulta tendenzialmente deflesso, e  può spingere il soggetto ad assumere ormoni androgeni, farmaci anabolizzanti e sostanze ergogeniche illecite, con rischio di grave compromissione epatica e renale. Infine, sono possibili anche ripercussioni sulla capacità lavorativa.

Infine, c’è la drunkoressia, un nuovo pericoloso comportamento alimentare emergente tra gli adolescenti che riguarda il digiuno prolungato durante il giorno per poter “risparmiare” calorie e arrivare ad assumere ingenti quantità di alcolici all’ora dell’aperitivo. In questo caso, la volontà di dimagrire non è fine a se stessa (come sembra essere per la paziente anoressica), ma è strumentale all’assunzione di alcol. L’alcol diventa così uno strumento per integrarsi socialmente, per non avvertire il senso della fame e, in alcuni casi, anche per indurre il vomito. Ai danni tipici dell’anoressia si sommano i rischi derivanti dall’abuso di alcolici, cioè epatopatia, neuropatia periferica e danni al sistema nervoso centrale.

Se da una parte l’esordio dei disturbi è sempre più precoce, dall’altra la diagnosi arriva troppo spesso tardi. È ormai noto che riuscire a intercettare i casi di recente insorgenza è la strategia più efficace per risolverli, ma non sempre è facile intuire cosa si nasconde dietro a un comportamento insolito o ad una restrizione alimentare. È importante, però, essere attenti non solo ai cambiamenti nella dieta dei figli, ma anche al disagio dovuto a una non accettazione del proprio corpo. Spesso, infatti, ci sono problemi di autostima che spingono, soprattutto le donne giovani, a cercare nella magrezza una via per sentirsi accettate.

Le cause possono essere molteplici: un momento di difficoltà familiare, l’adesione a modelli di efficienza e magrezza provenienti dal mondo esterno, una predisposizione individuale. Tuttavia, è importante identificare i comportamenti a rischio precocemente e, in caso di dubbio, richiedere una consulenza specifica, prima che questi comportamenti possano sfociare in veri e propri disturbi alimentari.

 

Dott.ssa Michela Criscuolo

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Valutazione Psicodiagnostica clinica e peritale

http://www.centroiltulipano.com