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Tag: dipendenza da internet

Come posso staccare mio figlio dai videogiochi?

Regole di sopravvivenza genitori-figli sull’uso dei videogames

Alla soglia del 2020 possiamo facilmente ammettere che i videogiochi sono entrati a fare parte delle nostra quotidianità, in particolare nella vita dei bambini. Ormai è una consuetudine passare davanti ad una scuola e vedere gli alunni che aspettano l’entrata inchiodati sui loro telefonini, per fare l’ultima partita prima del suono della campanella o entrare in un ristorante e vedere al tavolo accanto qualche bambino “parcheggiato” di fronte allo smartphone, invece di correre fra i tavoli.

Il problema spesso sorge nel momento in cui decidiamo che è arrivato il momento di farli smettere, o perché abbiamo finito la cena ed è “ora di andare”, o perché bisogna cominciare a fare i compiti, o semplicemente perché ci accorgiamo che è passato troppo tempo da quando nostro figlio ha accesso la consolle o il cellulare. Sono rare le volte in cui ci verrà risposto “Va bene, spengo immediatamente”, sarà molto più probabile l’inizio del solito braccio di ferro: “aspetta, finisco la partita”, “dai solo altri 5 minuti”, fino all’insorgere di veri e proprio comportamenti oppositivi (talvolta anche aggressivi).

Parlare di dipendenza da videogames è ormai troppo generico (leggi anche I social network e il loro effetto sulla mente). Un articolo uscito sul Wall Street Journal mette in evidenza come il problema sia soprattutto neurologico: in questo tipo di comportamento viene imputata principalmente la corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alla gestione degli impulsi, e il sistema della ricompensa, dato che il nostro cervello è programmato per ricercare un appagamento. L’appagamento arriva nei videogiochi al termine di una partita, nel momento in cui c’è stato un esito positivo, ma sarà anche la frustrazione della sconfitta a farci cominciare una nuova partita.

Inoltre i videogiochi attuali sono programmati in maniera tale che le partite siano brevi (come per esempio quelli degli smartphone) e che ci siano sia degli aspetti di crescita di difficoltà rispetto al livello (in maniera tale da non abituarsi all’appagamento iniziale), ma anche rispetto ai personaggi che di volta in volta possiamo acquisire. Ciò comporta che a volte si è costretti a “shoppare” (acquistare) per rimanere al passo con gli altri utenti. I videogame sono concepiti per offrire piccole ricompense intermittenti e non conclusive, che spingono a continuare il gioco. La fine in realtà non esiste perché le app vengono aggiornate in continuazione, con nuovi livelli da superare o nuovi personaggi da sbloccare.

Forse adesso sarà più chiaro il motivo per cui è difficile interrompere un videogame, ma come poter risolvere questo problema?

In primis bisogna stabilire insieme ai bambini un sistema di regole di base condiviso, in particolare sulla quantità di tempo che si può trascorrere a giocare (preferibilmente non più di un’ora al giorno). L’importante è che tale quantità non sia variabile. Spesso alcuni genitori preferiscono parcheggiare i figli davanti ad un televisore durante il fine settimana, per poi pretendere di limitarne l’uso solo quando gli fa più comodo.

In ogni caso, aiuta anche avvisare i bambini una manciata di minuti prima dell’interruzione, in modo che si possano autoregolare (può essere utile mettere un timer che suoni allo scadere del termine del tempo). E’ inoltre utile fare delle pause, durante il gioco, in maniera tale che non si arrivi ad uno stato di alienazione e che ci sia un tempo di recupero della stanchezza cognitiva e visiva. Proprio perché questa stanchezza può, a volte, limitare le performance cognitive ed attentive, sarebbe sicuramente più opportuno fare prima i compiti e successivamente iniziare a giocare.

Ovviamente il contenuto dei videogame deve essere sempre adatto all’età del bambino, ci sono giochi che possono addirittura favorire lo sviluppo di competenze e il potenziamento di altre.

E’ fondamentale che l’uso dei videogiochi sia limitato e sia sempre alternato ad attività sportive, di gioco all’aperto e di socializzazione con gli altri. Si dovrebbe evitare il più possibile di avere le consolle o i telefonini nelle proprie camere, per poter essere supervisionati dagli adulti, perché dato che il sistema di regolazione e della ricompensa del bambino non è ancora sufficientemente maturo, serve un limite imposto dall’esterno, ovvero dal genitore.

Infine, il genitore deve essere il primo a rispettare tali regole, limitando l’uso del proprio smartphone, altrimenti non possiamo arrabbiarci quando nostro figlio non si riesce a staccare dai videogame quando siamo noi i primi a non riuscire a staccarci dai social.

I Social Network e il loro effetto sulla mente

Il SOCIAL NETWORK PUO’ MODIFICARE LA MENTE?

Vi ricordate com’era la vostra vita una decina di anni fa circa? Quando era il compleanno di un amico gli si facevano gli auguri dandogli un bacio e magari regalando un pensierino. Se avessimo voluto comunicare qualche evento significativo della nostra vita, si usciva con qualcuno e si parlava davanti ad un caffè. L’uso intensivo dei social sta cambiando il modo in cui agiamo: oggi possiamo fare gli auguri di compleanno su Facebook e sbirciare le attività  quotidiane di amici, conoscenti e sconosciuti su Instagram. Tuttavia a cambiare non è solo il nostro comportamento: i social network stanno cambiando le nostre menti.

Fin dai tempi dell’antica Grecia è nota l’importanza dell’interazione faccia a faccia, rispetto alle semplici parole scritte su una pagina. Socrate diceva che una volta messo per iscritto, ogni discorso circola per le mani di tutti, tra chi l’intende e tra chi non si interessa(1). Oggi il social network dà  l’opportunità  di abbandonare l’interazione interpersonale  e con questo abbandono arriva una riduzione globale nel rischio di imbarazzo e dei sentimenti di disagio nelle interazioni sociali. Nessuno può vedervi arrossire, sentire la voce che diventa acuta o sentire il palmo della mano sudato; al contempo, non ci si può accorgere di tutti quegli importanti indizi che fanno capire come un’altra persona potrebbe reagire.

Secondo alcuni studi, il social network agirebbe come deterrente e via di fuga per persone che nella vita sociale reale sperimentano difficoltà  di socializzazione; a causa di tratti del carattere come la timidezza o situazioni d’isolamento sociale, l’utilizzo delle nuove tecnologie  e dei social network sembrano divenire una fonte privilegiata di emozioni e sensazioni appaganti ed intense , seppure scaturite da dimensioni del tutto virtuali (2). Il social network può rappresentare così un mezzo per fuggire dalla realtà quotidiana e rifugiarsi in un mondo illusorio e gratificante, in cui l’elemento virtuale  permette di superare le difficoltà e le inibizioni che possono caratterizzare le interazioni reali (3).

 

COS’E’ L’INTERNET ADDICTION DISORDER?

Secondo alcune stime, una media compresa tra il 5 ed il 10% dei fruitori di internet è affetto da una vera e propria patologia legata all’utilizzo del web, un disturbo la cui sigla psichiatrica è IAD (Internet Addiction Disorder). Nei soggetti affetti da questo disturbo, staccarsi dalla rete è vissuto come un incubo e può comportare crisi simili a quelle generate dall’astinenza  per i tossicodipendenti, con ansie, preoccupazioni, tremori e crisi di panico.

Un uso totalmente sregolato e privo di limiti della rete che, oltre ad incidere vistosamente sulle relazioni sociali che risultano fortemente danneggiate, agisce come una vera dipendenza, come le dipendenze da sostanze. Le scansioni cerebrali di queste persone rivelano danni nelle stesse aree colpite nel cervello di chi fa abuso di droghe: si nota una degradazione della sostanza bianca (fasci di fibre nervose che collegano l’encefalo al midollo), nelle regioni che controllano le emozioni, l’attenzione e i processi decisionali. La ragione è da ricercare nell’appagamento immediato, con poco sforzo, offerto dai social media, che fa sì che il cervello sviluppi dipendenza dagli stimoli da essi offerti.

Studi in risonanza magnetica funzionale hanno dimostrato che i centri della ricompensa nel cervello sono più attivi quando, in una conversazione, stiamo parlando di noi, piuttosto che quando ci è chiesto di ascoltare. Questo dato potrebbe spiegare perchè le persone trascorrono ore su Facebook: quando scriviamo di noi nel nostro cervello si libera dopamina, un neurotrasmettitore associato alle sensazioni di benessere.

 

SOCIAL O A-SOCIAL: LA COMPROMISSIONE DELL’EMPATIA

Secondo Sherry Turkle , Facebook da’ l’illusione di compagnia senza le pretese di un’amicizia (4). Quindi sembra che l’intimità  del mondo reale e l’intimità  di Facebook siano lontane dall’essere la stessa cosa, distinzione emersa da un recente sondaggio (5). Questa separazione tra il numero di cyber-amici ed il numero di amici reali si può applicare anche alle generazioni più vecchie. Uno studio ha valutato le relazioni tra l’uso di social media e la vicinanza emotiva in soggetti di età compresa tra i 12 ed i 63 anni (6).

Come potrebbe differire la socializzazione online da quella del mondo reale? Una differenza potrebbe essere nello sviluppo delle abilità  di comunicazione interpersonale e, di conseguenza, nell’empatia.

L’abilità  di preoccuparsi per gli altri e di condividere esperienze emotive è qualcosa che differenzia gli esseri umani dalla maggior  parte del regno animale (tuttavia gli scimpanzé, come gli esseri umani, possiedono neuroni specchio che operano nel cervello: ovvero cellule, come quelle che codificano il comportamento del mangiare, che possono essere attivate semplicemente dall’osservazione di tale comportamento, ad esempio dall’osservazione di un altro scimpanzé che mangia. Sembra che lo scimpanzé osservatore abbia empatizzato con il suo compagno che sta effettivamente mangiando l’uva. Quindi la capacità  di entrare in empatia è una componente basilare  del sistema cerebrale dei primati).

Tuttavia non si nasce con la garanzia di avere una buona empatia. Sarebbe difficile immaginare un tratto così complesso come il semplice prodotto dei nostri geni. La vera e propria capacità di empatizzare con altri continua a maturare fino ai nostri vent’anni; quindi c’è un ampio lasso di tempo in cui ambiente ed esperienza nelle relazioni giocano un ruolo cruciale nel determinare la nostra capacità  di empatizzare.

Secondo il Dr. Maxson McDowell i soggetti che usano ossessivamente i social network potrebbero sviluppare tratti simil-autistici , come l’evitare il contatto oculare. Gli esseri umani hanno un mandato evolutivo che porta all’adattamento al proprio ambiente, e quando questo ambiente non fornisce le opportunità  di provare quelle abilità interpersonali essenziali per l’empatia , una conseguenza potrebbe essere lo sviluppo di difficoltà simil-autistiche.

E’ interessante notare che , secondo David Amodio della New York University e Chris Frith dello University College London, uno dei sintomi dell’autismo è l’ipoattività  della corteccia frontale; quest’area è essenziale affinchè il cervello lavori in modo coeso. Se quest’area risulta ipoattiva, potrebbe esserci  un significativo impatto sulle operazioni cerebrali, creando quella mentalità in cui il sensoriale trionfa sul cognitivo e nulla ha più significato, tutto è esattamente com’: una risata, un’espressione accigliata, un arrossamento, un sorriso potrebbero significare molto meno: ciò che si vede è una modificazione superficiale del volto, nulla di più.

 

IL SOCIAL NETWORK PUO’ DISTRUGGERE LE RELAZIONI REALI?

Quando il tempo trascorso ad instaurare e mantenere relazioni online rimpiazza il tempo trascorso nelle reali interazioni umane, è probabile che venga a mancare una più profonda intimità  con gli altri. Quindi è necessario ragionare sull’impatto delle relazioni virtuali  sullo stile di vita. Un eccessivo uso dei social network potrebbe degenerare in problematiche interpersonali e danneggiare , o addirittura distruggere, carriere e matrimoni.

Secondo uno studio del 2013, un uso elevato di Facebook era associato ad esiti negativi nelle relazioni portando a più imbrogli, rotture e divorzi. Questo effetto era influenzato da quanto conflitto le coppie avessero sperimentato in relazione a Facebook (7). I siti di social network ora espongono gli utenti a informazioni a cui non avrebbero altrimenti accesso, come foto di un ex fidanzato/a con l’attuale compagno/a. Quindi Facebook può alimentare il lato insicuro e geloso della natura umana.

Uno studio si è basato su una precedente scoperta secondo la quale un continuo contatto offline con un precedente partner potrebbe compromettere il recupero emotivo dopo la rottura (8). I risultati ottenuti da 464 partecipanti hanno rivelato che coloro che rimanevano amici su Facebook con i precedenti partners, rispetto a coloro che non avevano più l’amicizia, hanno riportato un desiderio sessuale e brama per l’ex compagno/a; questo risultato era combinato, come in una miscela tossica, ad una crescita personale ridotta. Secondo i ricercatori “nell’insieme queste scoperte suggeriscono che l’esposizione all’ex compagno/a tramite Facebook possa bloccare il processo di cura  e di distacco dalla passata relazione”.

E’ difficile dimenticarsi di una persona se la si vede quotidianamente e Facebook rende questa insana perversione molto accessibile e molto difficile da resistere. Tradizionalmente le nostre relazioni sarebbero periodicamente ridotte: per esempio attraverso la fine di una relazione intima, il litigio con un amico, il cambio di lavoro, scuola o residenza, o semplicemente perdendo i contatti con la persona. Ora, grazie a Facebook, possiamo trasportare tutto quel bagaglio emotivo dal passato al presente, come nei Gironi danteschi in cui si sconta, in un eterno presente, ciò che si è agito nel passato.

 

Dr.ssa Loredana Di Cicco

Psicologa clinica e del lavoro

Esperta in Neuroscienze per le disabilità cognitive

Esperta in tecniche di rilassamento profondo

http://www.centroiltulipano.com

 

Note:
1-Plato. 1925, Plato in Twelve Volumes.
2-Caretti, La Barbera, 2005.
3-Cantelmi et al., 2000.
4-Turkle S., 2012. Alone together: why we expect more technology and less from each other. New  York: Basic Books.
5-Grieve, R., Indian, M., Witteveen, K., Tolan, G. A., and Marrington, J. 2013. Face-to-face or Facebook: Can social connectedness be derived online? Computers in Human Behavior.
6-Pollet, T. V., Roberts, S. G. B., and Dunbar, R. I. M. 2011. Cyberpsychology, Behavior and Social Networking.
7-Clayton, R. B., Nagurney, A., and Smith, J. R. 2013. Cheating, breakup, and divorce: is Facebook use to blame? Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.
8- Marshall, T. C. 2012. Facebook surveillance of former romantic partners: Associations with post-breakup recovery and personal growth. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.

Approfondimenti:
Begley, S. (2008). The plastic mind. London: constable & robinson.
Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. New York: Basic Books.
Greenfield, S. (2011). You and me: The neuroscience of identity. London: Notting Hill.
Greenfield, S. A. (2007). I. D.: The quest for meaning in the 21st Century. London: vintage.
Turkle, S. (2011). Alone Together: Why we espect more from technology and less from each other. New York: Basic Books.
Watson, R. (2010). Future Files: A brief history of the next 50 years. London: Nicholas Brealey.