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Tag: scuola

Consigli per l’uso: BES, DSA, sostegno e rapporti scuola-famiglia. Come muoversi step by step.

Una guida per il genitore

L’articolo che segue vuole essere una guida per il genitore che sospetta difficoltà nel figlio, aiutarlo a comprendere quali sono i passi da fare, comprendere le varie sigle che incontreranno lungo il percorso e meglio capire i rapporti scuola-famiglia.

Negli ultimi anni sarà spesso capitato di sentir parlare di BES: tale sigla indica Bisogni Educativi Speciali, sono svariati e racchiudono oltre alla disabilità certificata (legge 104/92) e ai Disturbi Specifici d’Apprendimento (legge 170/10, di cui parleremo in seguito), anche difficoltà dovute a svantaggio sociale, culturale e determinato dalla non conoscenza della lingua e della cultura italiana.

Con la direttiva sui BES del 27/12/12 i consigli di classe sono chiamati a redigere, per tutti i casi di alunni con BES, un Piano Educativo Personalizzato (PEP). Questa direttiva estende a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento con il fine di promuovere le potenzialità di ciascuno, adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo.

Quando, invece, nel particolare, si ha il dubbio di trovarsi di fronte ad un bambino che fatica negli apprendimenti scolastici, la scuola è tenuta, secondo quanto stabilisce la legge 170 dell’8 ottobre 2010, a predisporre specifiche attività di recupero e potenziamento. Se, in seguito a queste misure persistono le difficoltà dell’alunno, sarà necessaria una comunicazione alla famiglia. Di fondamentale importanza sarà rivolgersi al più presto agli specialisti sanitari del settore (Neuropsichiatra Infantile, Psicologo, Logopedista) per effettuare una valutazione diagnostica.

Dopo una prima fase di anamnesi, il bambino sarà sottoposto ad una serie di test che valutano l’intelligenza, la lettura, la scrittura, la comprensione del testo, la matematica. In alcuni casi si riterrà opportuno approfondire le capacità linguistiche, di attenzione, di memoria. Quanto ottenuto dalla valutazione verrà poi comunicato alla famiglia tramite relazione scritta.

Molto spesso i genitori non appena ricevuta la diagnosi di Disturbo Specifico d’Apprendimento (DSA) si trovano in difficoltà su quali siano i passi da compiere per garantire la giusta attenzione da parte della scuola.

La famiglia deve consegnare la diagnosi alla scuola che la protocolla, la inserisce nel fascicolo personale dello studente ed informa il coordinatore di classe e/o il referente DSA.

Piano Didattico Personalizzato PDP

Successivamente si richiede stesura di un Piano Didattico Personalizzato PDP, stilato dalla scuola dopo essersi confrontata con la famiglia e lo specialista che ha formulato la diagnosi o i professionisti che hanno in carico il bambino.

La famiglia è tenuta, ad ogni cambio di ciclo scolastico, a consegnare copia della diagnosi e del PDP all’ordine di scuola successivo.

La stesura di un PDP (Piano Didattico Personalizzato) è prevista dalla legge 170/10, che ha come finalità quella di garantire il diritto all’istruzione, favorire il successo scolastico, ridurre i disagi relazionali ed emozionali, favorire una diagnosi precoce. In questo documento la scuola garantisce ed esplicita interventi didattici personalizzati ed individualizzati, con l’indicazione degli strumenti compensativi e delle misure dispensative adottate.

Strumenti compensativi:

  • Sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito d’ascolto;
  • Registratore, che consente allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;
  • Programmi di videoscrittura con correttore ortografico, che permettono la realizzazione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori;
  • Calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo;
  • Altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali.

Misure dispensative:

Le misure dispensative permettono allo studente di svolgere con alcuni accorgimenti o non svolgere le prestazioni che risultano particolarmente difficili a causa del proprio DSA.

  • Interrogazioni programmate;
  • Verifiche orali e non scritte;
  • Tempi supplementari per lo svolgimento delle prove;
  • Valutazione dei contenuti e non della forma;
  • Dispensa dal copiare e dal prendere appunti;
  • Dispensa dall’uso del corsivo.

Il PDP viene costantemente monitorato, verificato e potrà essere modificato nel corso dell’anno scolastico, viene considerato come strumento di lavoro in itinere.

Piano Educativo Individualizzato, PEI

Nel caso di alunni con Disabilità certificata, si redige, invece, un PEI (Piano Educativo Individualizzato), si definisce entro il secondo mese dell’anno scolastico ed è congiuntamente condiviso e stilato tra operatori della scuola, dei servizi sanitari e sociali, in collaborazione con la famiglia.

Il PEI, come il PDP, non è un documento immutabile, viene analizzato nel corso dell’anno per valutarne l’efficacia e modificato, aggiornato o confermato in base agli obiettivi raggiunti e alle necessità emerse durante l’anno. Gli obiettivi possono non essere aderenti al programma ministeriale e si ha quindi un Piano Didattico Differenziato che permetterà di proseguire gli studi ma non ha valore per il conseguimento del titolo di studio: l’allievo consegue un attestato e non un diploma; la famiglia può dare o negare il consenso.

Come e quando richiedere l’insegnante di sostegno.

Anche in questi casi spesso il genitore si chiede come poter accedere alla figura dell’insegnante di Sostegno. Il primo passo è formalizzare una richiesta al servizio di Neuropsichiatria Infantile della ASL di riferimento. Se il medico Neuropsichiatra Infantile ritiene che il minore possa beneficiare della presenza di alcune ore di insegnante di sostegno, questo indicherà di richiedere l’accertamento di handicap (legge 104/92 art.3).

Nel frattempo il Neuropsichiatra Infantile preparerà un documento “Profilo di funzionamento- Diagnosi Funzionale” che evidenzia quello che il bambino sa e non sa fare e in che grado.

In caso di autonomia ridotta le ore di sostegno sono integrabili con ore di assistente all’autonomia e alla comunicazione (AEC).

Per quanto riguarda BES e DSA non hanno diritto alla presenza dell’insegnate di sostegno.

Nella speranza di aver reso più chiaro il percorso che la famiglia congiuntamente con la scuola può intraprendere, si lasciano alcuni riferimenti per ulteriori delucidazioni:

www.aiditalia.org

www.istruzione.it/web/istruzione/dsa

I GENERAL MOVEMENTS: cosa sono e cosa ci rivelano

Lo sviluppo motorio del bambino è un processo complesso che ha il suo inizio fin dalla vita fetale. Il neonato infatti possiede già un repertorio di schemi motori che emergono gradualmente durante la vita prenatale e rimangono immutati nelle prime settimane di vita, diventando poi sempre più controllati e consapevoli.
Heinz Prechtl, pioniere della comprensione del comportamento fetale, pretermine e neonatale, scoprì la stretta correlazione tra l’attività motoria spontanea e lo stato del sistema nervoso del feto e del neonato tramite l’osservazione della qualità e della quantità dei General Movements (GMs).

Cosa sono i General Movements?

I General Movements sono definiti come un repertorio di movimenti spontanei che iniziano e finiscono gradualmente e coinvolgono tutto il corpo, con durata variabile da pochi secondi ad alcuni minuti. Sono variabili nella sequenza in cui braccia, tronco, gambe e collo vengono interessati nel movimento e presentano un crescendo e decrescendo in termini di velocità, intensità e forza. Sono caratterizzati da flessione ed estensione di gambe e braccia, rotazioni e cambi di direzione, che rendono i movimenti eleganti e fluenti e si osservano soprattutto durante il sonno REM, il pianto e la veglia attiva.


Writhing Movements e Fidgety Movements


I primi a manifestarsi sono i Writhing Movements (movimenti “contorsivi”); essi compaiono in epoca prenatale e si manifestano nel pretermine. Nel neonato a termine fino alle 6-9 settimane di vita, hanno ampiezza piccola o media, velocità bassa o moderata e sono di forma tipicamente ellittica. Comprendono la flessione, estensione e rotazione su tutti i piani dello spazio, rendendoli simili a degli stiracchiamenti (movimenti contorsivi, o “writhing”).

A partire dalle 7-9 settimane post-termine, questi movimenti si modificano dal punto di vista qualitativo, diventando continui e più fini: sono i Fidgety Movements, sono circolari, di piccola ampiezza, velocità moderata e accelerazione variabile. Si esprimono durante le settimane successive fino a scomparire intorno alle 15, massimo 20, settimane post-termine. Possono manifestarsi anche insieme ad altri movimenti come lo scalciare, scoppi improvvisi di piacere e movimenti oscillatori.

Dopo le 15 settimane post-termine si sviluppano altri pattern di attività motoria spontanea come il sollevare le gambe, il rotolamento e il toccare gli oggetti.

Cosa rivelano i GMs?

L’osservazione dei GMs è molto importante perché predittiva di neonati a rischio per lo sviluppo disordini evolutivi come le Paralisi Cerebrali Infantili (PCI).

Le deviazioni dalla norma per i Writhing Movements possono essere:
– ipocinesia: assenza quasi totale di GMs
repertorio povero: sequenze monotone e scarsa complessità di movimento
– movimenti crampiformi-sincroni: sono caratterizzati da contrazione e rilasciamento quasi simultaneo dei muscoli
– movimenti caotici: senza fluidità e morbidezza, ma improvvisi e bruschi

I Fidgety Movements invece possono essere:
– anormali: con ampiezza, velocità e andamento a scatti esagerati
– assenti: quando non vengono mai osservati tra la sesta e la ventesima settimana post-termine.

L’individuazione di bambini a rischio evolutivo tramite l’osservazione dei GMs è quindi fondamentale per poter mettere in atto un intervento precoce e globale che li accompagni verso il raggiungimento del loro massimo potenziale di sviluppo.

Dott.ssa Claudia Puntillo
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)

Disprassia: cos’è e come riconoscerla nei bambini

La disprassia è una difficoltà di coordinazione dei movimenti che può portare a problemi anche nelle attività di autonomia della vita quotidiana del bambino, come: vestirsi, svestirsi, lavarsi, allacciarsi le scarpe, usare gesti per esprimere stati d’animo, fino a difficoltà didattiche di scrittura (disgrafia) o lettura.

I bambini con questa difficoltà non riescono a compiere movimenti intenzionali in sequenza per portare a termine un’azione, hanno bisogno di pensare ai movimenti da fare per raggiungere un obiettivo, ed una volta raggiunto hanno difficoltà a ripetere la stessa azione nuovamente.

In parole più semplici, la disprassia è una difficoltà a programmare ed eseguire azioni in sequenza per raggiungere un obiettivo (ad es. se devo salire le scale mi devo avvicinare allo scalino, mettere la mano sulla ringhiera, guardare lo scalino e piegare la gamba, poggiare il piede sullo scalino e darmi la spinta per salire).

Tali difficoltà si possono riscontrare anche nei movimenti delle braccia, delle mani, delle dita e di produzione verbale del linguaggio, chiamata disprassia verbale.

Già nel primo anno di vita si possono notare difficoltà nelle prensione e deficit dei movimenti delle mani e delle dita. E’ inoltre presente nella maggioranza dei casi poca forza degli arti superiori. Spesso sono associati disturbi di percezione, visivi, problemi di attenzione e di comportamento, ed anche problemi di apprendimento (per approfondire leggi anche Disturbi dell’apprendimento e Deficit di attenzione e iperattività). Può sembrare una difficoltà poco conosciuta, ma è presente dal 2 al 5% dei bambini di età scolastica.

Il bambino disprattico, anche quando ha imparato ad eseguire determinate azioni, necessita di tempi più lunghi ed è più lento nell’eseguire movimenti sia della vita quotidiana sia nelle attività scolastiche. Va ricordato che molti di questi bambini sono molto intelligenti, perciò il carico di frustrazione rispetto alla consapevolezza del proprio deficit, è tale da portarli verso disturbi comportamentali o della condotta. Importante quindi un tempestivo riconoscimento del problema e la presa in carico in terapia più precocemente possibile.

Le cause della disprassia sono poco definite ed ancora incerte: si riscontrano bambini che possono avere genitori che hanno avuto gli stessi problemi (familiarità, fattori genetici), nel 50% dei casi si sono avuti problemi durante la gravidanza o il parto, è spesso presente anche nei bambini prematuri, ma anche postmaturi (41-42° settimana).

Chi fa la diagnosi?
La diagnosi di disprassia richiede un’accurata valutazione che, a seconda dei casi, investe diversi settori dello sviluppo. La valutazione viene fatta quindi da un’equipe costituita da vari esperti: neuropsichiatra infantile, psicologi dell’età evolutiva, logopedisti, terapisti della neuropsicomotricità, terapisti occupazionali, che insieme collaborano per effettuare una diagnosi ed in seguito decidere un progetto mirato di terapia. Importante l’apporto del pediatra per un’ipotesi diagnostica ed un tempestivo invio a chi di competenza.

Segnali ed indicatori di rischio

Primo anno di vita
Il bambino è facilmente irritabile e non consolabile, presenta difficoltà di suzione e alimentazione, ha problemi di sonno, difficoltà nei cambi di posizione e di sguardo. Difficoltà e/o ritardo nella prensione, ad afferrare piccoli oggetti. Nel linguaggio vi è un ritardo nella produzione dei primi vocalizzi o prime sillabe (per approfondire leggi anche Ritardo nel linguaggio nel bambino sotto i due anni). Anche le tappe evolutive motorie sono ritardate (gattonare, stare seduto, mettersi in piedi, deambulare in modo autonomo).

Età prescolare
Il bambino è in continuo movimento, necessità di tempi lunghi per svolgere un qualsiasi compito e rinuncia se trova qualche difficoltà, presenta tempi brevi di attenzione (2 – 3 minuti), e mostra difficoltà ad addormentarsi o un sonno agitato. Produce suoni isolati, ma non parole (se le produce sono articolate in modo errato), a due anni produce meno di 50 parole, ha difficoltà a seguire canzoncine. Sale e scende le scale solo con aiuto ed ha difficoltà a scendere o saltare un gradino. Viene ancora imboccato o usa le dita. Difficoltà di equilibrio o a stare su un solo piedino. Le braccia sono rigide o cadenti lungo i fianchi durante la deambulazione. Disegna a livello di scarabocchi. Non riesce a usare le forbici. Difficoltà ad usare il triciclo o pedalare. Non fa giochi di costruzione. Ha difficoltà nell’infilare chiodini nei buchi, ha problemi nell’afferrare e manipolare oggetti. Non presenta sequenze di gioco simbolico oppure sono limitate. Evita e non ama fare puzzle.

Età scolare
Facile distraibilità e tempi di attenzione molto brevi: questi bambini fanno fatica a seguire le spiegazioni dell’insegnante e a mantenere l’attenzione costante per un tempo prolungato e necessario allo svolgimento di un intero compito. L’esecuzione dei compiti è lenta, migliora se non si trova nell’ambiente classe ma in rapporto singolo con l ‘adulto. Può esserci disgrafia, difficoltà in matematica e nell’elaborazione di storie. Anche la copiatura alla lavagna può essere difficoltosa, meglio infatti posizionare il bimbo vicino alla lavagna e dare più tempo per la copiatura.

 

Dott.ssa Francesca Pretagostini

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)
Esperta in valutazione e riabilitazione del bambino con Difficoltà di Sviluppo

www.centroiltulipano.com

Diagnosi di Autismo: niente paura!

Oggi torniamo a parlare di un argomento che tanto spaventa i genitori di bambini che posseggono un repertorio linguistico molto limitato o compromesso: la possibilità che il proprio bambino sia autistico. In realtà, la difficoltà linguistica è solo uno dei tanti sintomi che possono accompagnare la diagnosi di autismo. Molto più frequentemente, se un bambino produce o comprende poche parole, si tratta di ritardo o disturbo di linguaggio (leggi anche Ritardo nel linguaggio nel bambino sotto i due anni: quali sono i campanelli d’allarme?).

Ma andiamo ad osservare quali possono essere eventuali campanelli d’allarme che devono portarci a chiedere il consulto di uno specialista.

Generalmente le difficoltà comunicative devono andare ad incidere significativamente sul piano sociale, il che si traduce in: scarsa iniziativa nell’interazione sociale (specialmente con i coetanei), mancanza di espressività facciale e gestualità, contatto di sguardo limitato. Devono inoltre essere presenti comportamenti, interessi e attività ristrette e ripetitive come un’eccessiva fedeltà alla routine con forte insistenza a riprodurre sempre gli stessi schemi e con eccessivo stress a seguito di piccoli cambiamenti. Altro segno che potrebbe presentarsi è una “insolita sensibilità agli stimoli sensoriali” come eccessivo annusare o toccare oggetti e una forte attrazione per luci e oggetti roteanti.
Tutti questi sintomi devono essere limitanti, compromettendo il funzionamento quotidiano.

Ma attenzione, ribadisco che, se anche aveste un dubbio da genitori attenti non c’è da allarmarsi: il primo passo da compiere è consultare il pediatra per richiedere una visita dal neuropsichiatra infantile, il quale, a seguito di un’attenta visita e solo dopo aver raccolto le informazioni necessarie, potrà fare o meno diagnosi. Dopo la diagnosi potrà poi inviarvi agli specialisti che prenderanno in carico il vostro bambino per poter lavorare su aspetti deficitari e punti di forza, con lo scopo di migliorare la qualità della vita del bambino e di tutta la sua rete di supporto sociale.

E se arriva la diagnosi di autismo? Calma. Prima di tutto non colpevolizzatevi. È stata ormai da tempo abbandonata la teoria della “mamma frigorifero” per cui non avete “colpa”. Non avete coccolato poco vostro figlio e non gli avete dato cure poco amorevoli. Nonostante siano tanti gli studi genetici condotti per ricercare le possibili cause di autismo, ancora non si è giunti alla verità. Siamo in attesa e intanto lavoriamo sugli effetti.

Noi terapisti siamo poco interessati a cause o etichette: al centro c’è il bambino con la sua forza e la sua fragilità. E la forza al bambino viene anche trasmessa da tutte le persone che lo amano e se ne prendono cura. Per questo è importante che il genitore stesso venga accolto e supportato psicologicamente, per poter essere pronto ad accettare e mettere in pratica suggerimenti e consigli fondamentali per il buon esito della terapia, che non può finire in seduta, ma va necessariamente continuata a casa e negli ambienti frequentati dal bambino, in modo da bloccare eventuali comportamenti problema e da gestire in modo ottimale le situazioni quotidiane senza compromettere o vanificare il lavoro svolto insieme allo specialista (leggi anche Lo sviluppo sociale nell’autismo: l’importanza del rapporto con i genitori).

L’unione fa la forza e tutti ne possono trarre vantaggio, ma questo naturalmente vale per qualsiasi disturbo del neurosviluppo e anzi, per qualsiasi situazione difficile ci troviamo ad affrontare, perché quando ci sentiamo disarmati e spaventati, può essere davvero d’aiuto essere presi per mano e accompagnati lungo la strada, che diventa dolcemente meno impervia.

 

Dott.ssa Claudia Cevoli

Logopedista

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Ritardo del linguaggio nel bambino sotto i due anni: quali sono i campanelli d’allarme?

Quest’articolo nasce dalla necessità di sensibilizzazione circa le situazioni di ritardo del linguaggio nel bambino piccolo che, di fatto, rappresentano in moltissimi casi il primo segnale di un futuro sviluppo atipico e di sequele successive di grande importanza come quelle nell’area dell’apprendimento (per ulteriore approfondimento sul tema leggi Disturbi dell’apprendimento e deficit d’attenzione e iperattività oppure Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento)

TAPPE DELLO SVILUPPO LINGUISTICO

Analizziamo le prime fasi di sviluppo di linguaggio.

Già tra il sesto e l’ottavo mese di vita del bambino compare il babbling canonico (sequenze di sillabe consonante-vocale es.papapapa, mamamama) e si sviluppa quello che è il primo importante prerequisito per un corretto sviluppo linguistico: l’intenzionalità comunicativa. Il bambino trova un rinforzo nell’ambiente perché i genitori sono contenti delle sue vocalizzazioni, quindi iniziano le prime produzioni consapevoli.

Tra l’ottavo e il decimo mese compare il babbling variato, sempre sequenze consonante-vocale, ma da sillaba a sillaba cambia uno dei suoni, e compaiono i primi gesti, prerequisiti necessari per poi sviluppare il linguaggio.

Il bambino inizia poi a produrre le prime parole intorno ai 12 mesi.

Tra i 18 e i 20 mesi le parole aumentano in maniera esponenziale, esplosione del vocabolario, e quando il bambino ha tante parole inizia a combinarle tra loro per formare le prime frasi.

CAMPANELLI D’ALLARME E INDICATORI DI RISCHIO

Conoscendo quindi ora l’andamento naturale dello sviluppo linguistico, pur considerando e rispettando la variabilità individuale per la quale aspettare un tempo finestra di 4 mesi, andremo a chiederci quando iniziarci a preoccupare? Quando sospettare un ritardo del linguaggio?

  • presenza di meno di 50 parole a 24 mesi
  • assenza di frasi intorno ai 30 mesi
  • difficoltà in comprensione

Andiamo ora a vedere quali sono quegli indicatori di rischio della possibilità che il ritardo del linguaggio che stiamo osservando diventi persistente:

  • otiti severe e frequenti nel primo anno di vita
  • assenza di babbling
  • ritardo nella comprensione di parole
  • gioco simbolico immaturo
  • ridotta o assente abilità di imitazione vocale
  • funzionamento cognitivo al limite
  • repertorio fonologico inferiore a 12 consonanti a 24 mesi
  • familiarità per difficoltà di linguaggio e/o apprendimento

EVOLUZIONE DI UN RITARDO DEL LINGUAGGIO

Tra la popolazione di bambini tra i 18 e i 36 mesi in cui si osserva un ritardo del linguaggio, una parte potrebbe recuperare spontaneamente rispetto al ritardo iniziale, rientrando quindi nel profilo linguistico dei loro coetanei. Si tratta dei cosiddetti “Late Bloomers”, cioè bambini che sbocciano in ritardo.

Per un altro gruppo di questi bambini le difficoltà linguistiche evolveranno positivamente verso i 5 anni. Si tratterà tuttavia di un recupero illusorio, poiché il bambino che fino ai 4 anni aveva un linguaggio poco intellegibile avrà delle lacune a livello fonologico che porteranno a difficoltà di analisi e programmazione dei suoni delle parole e quindi difficoltà nell’acquisizione della letto-scrittura.

È chiaro quindi che il problema potrebbe risolversi oppure no, non posso saperlo prima e di sicuro aspettare non porta alla risoluzione. Si rischia di trovarsi con 8-10 mesi di ritardo rispetto alle acquisizioni e dover fornire al bambino in poco tempo 300 parole e linguaggio combinatorio.

Importante quindi in ogni caso un intervento precoce. Non aspettare che diventi una difficoltà conclamata, ma rivolgersi al professionista di riferimento per quei bambini che mostrano condizioni di rischio, per i quali è possibile realizzare interventi di prevenzione.

Gli studi indicano come un gruppo numeroso di bambini che hanno avuto un disturbo di linguaggio in epoca prescolare sviluppino poi un disturbo d’apprendimento in epoche successive, anche quando il disturbo di linguaggio non è più in atto. Si consiglia quindi di inserire questi bambini all’età di 5 anni in percorsi di prealfabetizzazione, alla luce dei dati di letteratura che indicano come questo rappresenti un fattore protettivo.

PERCHE’ INTERVENIRE A 24 MESI?

I bambini hanno consapevolezza delle proprie difficoltà da molto presto, quindi un bambino può riuscire a selezionare delle parole ma non dirle perché contengono suoni che sa di non riuscire a produrre e questo crea nel bambino frustrazione e conseguente chiusura in se stesso.

Inoltre è importante intervenire anche perché non dare al bambino strumenti linguistici ha ripercussioni sul pensiero e sulla cognitività. Un bambino con disturbo di linguaggio ha meno risorse per usare il linguaggio come strumento di pensiero.

Infine molti studi hanno messo in rilievo come rispetto ai coetanei con sviluppo tipico, nei bambini con ritardo di linguaggio sono più frequenti comportamenti negativi durante il gioco (piangere, colpire, buttare via…) e che questi bambini sono spesso più timidi, paurosi, difficili da coinvolgere e mostrano minore capacità di adattamento e autoregolazione emotiva, minore socievolezza e livelli di stress più elevati.

INTERVENTO NEL BAMBINO PICCOLO

Con bambini di età inferiore ai 24 mesi, e con condizioni di ritardo di linguaggio non associato a fragilità in altri ambiti non linguistici, in una fase iniziale la terapia consisterà semplicemente in un counseling alla famiglia con lo scopo di incentivare i giusti atteggiamenti dell’adulto ed eliminare quei comportamenti che possono inibire o frustrare il bambino.

In una fase successiva l’intervento si comporrà di:

  • INTERVENTI PSICOEDUCATIVI: sono presenti soltanto i genitori. Si tratta di incontri in cui si offrono ai genitori suggerimenti di base per sostenere la crescita comunicativa del bambino. I genitori sono impegnati in molti differenti contesti interattivi con i propri figli dal gioco simbolico alla lettura di fiabe ai giochi ritmico-musicali
  • INTERVENTI MEDIATI DAI GENITORI: il beneficiario diretto della terapia è il bambino ed il genitore è presente durante l’intervento, osserva e ripresenta giochi/esercizi a casa, cosi che possa proporre comportamenti comunicativi calibrati sul livello di sviluppo del bambino.

 

Dott.ssa Silvia Del Pinto
Logopedista
Esperta in DSA, DGS e Autismo
Esperta in Riabilitazione Neuropsicologica dell’adulto
www.centroiltulipano.com

Il bullismo: tra fenomenologia e intervento

Il tema del bullismo richiama sempre una forte attenzione pubblica e sociale. Risulta essere un fenomeno, seppur ormai molto conosciuto, radicato fortemente fra i giovani, come si può constatare dalle frequenti notizie di cronaca. Si adegua ai tempi che cambiano e si trasforma nelle sue manifestazioni, proprio per questo rimane difficile arginare la sua diffusione e i suoi effetti. Può portare con sé conseguenze psicologiche ed emotive gravi per lo sviluppo, per questo è determinante continuare a sensibilizzare ed intervenire precocemente.

 

COS’È IL BULLISMO?!

Il bullismo è un fenomeno sociale oggetto di studio di diverse discipline. Con il termine bullismo si intende un fenomeno multidimensionale, che può includere una vasta gamma di comportamenti.

Una persona vittima di bullismo è prevaricato o vittimizzato quando è esposto ripetutamente, nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da uno o più compagni (Olweus 1993)

 

COME SI MANIFESTA?

Il bullismo si basa su alcune specifiche caratteristiche:

  • Intenzionalità: sono messi in atto comportamenti volontari dal bullo, per provocare un danno alla vittima o per divertimento
  • Persistenza nel tempo: le azioni dei bulli durano nel tempo
  • Asimmetria nella relazione: per ragioni di età, di forza, di genere e/o per popolarità rispetto al gruppo di coetanei
  • La vittima non è in grado di difendersi: è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme possibili ritorsioni

 

 COSA NON È?

  • uno scherzo: nello scherzo l’intento è di divertirsi tutti insieme, non di ferire l’altro
  • un conflitto fra coetanei: il conflitto, come può essere un litigio è episodico

 

QUALI FORME ASSUME?

Il bullismo diretto, caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e può essere suddiviso in:

  • fisico: il bullo colpisce la vittima in maniera fisica, con azioni aggressive, anche verso gli effetti personali della persona presa di mira.
  • verbale: il bullo prende in giro la vittima attraverso insulti, offese affermazioni razziste, discriminatorie e minacciandola verbalmente

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso. Tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo di pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo.

 

QUALI SONO LE PARTI COINVOLTE?

Nelle azioni di bullismo si riscontrano i seguenti ruoli:

  • Bullo: è colui che fa prepotenze ai compagni
  • Vittima: è colui che subisce le prepotenze
  • Complice: colui che, ride all’azione del bullo, lo incita, ne prende parte
  • Spettatore silente: colui che partecipa all’evento, senza prendervi parte attivamente
  • Difensore: colui che prende le parti della vittima

Il ruolo del gruppo influenza fortemente  il comportamento del bullo

 

PERCHÉ SI DIVENTA BULLI E VITTIME?

Nel tempo, si sono messe in evidenza caratteristiche che possono influenzare le dinamiche del bullismo come:

Il Concetto di sé: aspetti cognitivi su come ci si vede e ci si descrive nei vari ambiti della vita

L’Autostima:  gli aspetti valutativi del sé, il valore che attribuiamo a noi stessi

Empatia: capacità di mettersi nei panni degli altri

Resilienza: capacità di far fronte alle avversità mantenendo fiducia in sé stessi

 

Le VITTIME si caratterizzano solitamente per:

  • Basso concetto di sé
  • Scarsa autostima
  • Bassa capacità di resilienza
  • Sottomissione, che attiva una risposta vista come stimolante da parte del bullo

I BULLI  si caratterizzano solitamente per

  • Elevato concetto di sé, ma in realtà è un tentativo di sembrare ciò che non si è
  • Spesso caratterizzati da
un’alta autostima, in realtà spesso “autostima difensiva”

 

CONSEGUENZE A LUNGO TERMINE DEL BULLISMO?

Essere vittime di episodi di bullismo da bambini può comportare difficoltà non solo nell’immediato, ma comporta un rischio di sviluppare diverse tipologie di disturbo nel tempo. Numerosi studi hanno evidenziato che, le vittime di bullismo continuano nel tempo a presentare in misura rilevante, disturbo d’ansia, sintomi di stress, depressivi, spesso i ragazzi decidono di ritrarsi da scuola  ed isolarsi. Per coloro che invece hanno caratterizzato il loro passato esclusivamente con il ruolo di bullo incorrerebbero il  rischio di sviluppare un disturbo del comportamento nella sfera antisociale.

COME SI PUÒ INTERVENIRE?

  • Promuovere comportamenti pro-sociali e cooperativi, soprattutto nelle scuole, teatro della maggior parte dei fenomeni di bullismo
  • Valorizzare le differenze individuali
  • Promuovere le capacità empatiche
  • Stimolare lo sviluppo di una sana autostima
  • Responsabilizzare i giovani rispetto al loro ruolo, soprattutto se spettatori

 

Dott.ssa Roberta Mattone

Psicologa clinica
Esperta in Psicodiagnostica clinica

www.centroiltulipano.com

Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA)

Gli anni dell’educazione scolastica si inseriscono in un periodo di crescita dell’individuo di per sé già molto complesso in cui si vanno ad affollare nuove conoscenze ed esperienze fondamentali per lo sviluppo. In particolare, in questa fase, la scuola riveste un ruolo tutt’altro che marginale non solo perché fornisce gli insegnamenti formali necessari per un funzionale inserimento all’interno della società, ma anche perché attraverso gli stessi insegnamenti o mediante la cornice che essa crea, contribuisce alla strutturazione della personalità e delle ambizioni per la realizzazione futura.

Sempre più spesso negli ultimi anni si sente parlare di Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), la cui diagnosi spesso è preceduta dalla descrizione di quadri di bassi rendimenti scolastici. Per quanto affermato finora, gli scarsi risultati conseguiti nell’ambiente di formazione hanno dunque la possibilità di tradursi nella riduzione della realizzazione delle proprie potenzialità sociali e lavorative.

La rilevanza dell’argomento presentato è dovuta dunque alle conseguenze che questi disturbi determinano a livello individuale e anche alla prevalenza con cui si presentano (oscillante tra il 2,5 e il 3,5% della popolazione in età evolutiva per la lingua italiana). Per queste ragioni è necessario che i servizi sanitari specialistici e la scuola siano in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni dei soggetti con DSA, favorendo la piena espressione delle loro potenzialità e garantendo la possibilità di apprendere, scopo primario dell’istituzione scolastica.

Lo scopo di questo testo è dunque quello di fornire degli elementi di conoscenza di base dei DSA e delle diverse possibilità di apprendimento, mirando alla promozione della diffusione della conoscenza sull’argomento.

La Consensus Conference, tenutasi a Roma il 6 e 7 dicembre del 2010, ha visto il confronto dei maggiori esperti che hanno redatto un documento di consenso volto a definire l’argomento, formulando raccomandazioni per la migliore prassi clinica, ove le prove scientifiche a disposizione si siano rivelate sufficienti. Secondo i dati della Consensus, i Disturbi Specifici di Apprendimento interessano la condizione clinica evolutiva di difficoltà di apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo che si ha in soggetti con intelligenza nella norma e che si manifesta all’inizio della scolarizzazione. Si distinguono in genere le seguenti condizioni cliniche:

  • dislessia cioè disturbo della lettura;
  • disortografia cioè disturbo della scrittura (intesa come abilità di trasferimento suono-segno grafico e di competenza ortografica);
  • disgrafia cioè disturbo nella grafia (intesa come abilità grafo-motoria);
  • discalculia cioè disturbo delle abilità di numero e di calcolo.

La diagnosi di dislessia, disortrografia e disgrafia è possibile al termine della seconda classe della scuola primaria ossia quando si considerano presentati gli insegnamenti riguardo queste specifiche abilità. Per la diagnosi di discalculia è invece necessario aspettare la fine della terza classe della scuola primaria, momento considerato migliore per identificare eventuali difficoltà delle abilità numeriche e di calcolo, al termine degli insegnamenti formali che in genere permettono lo sviluppo di queste competenze. Avvisaglie rispetto la possibilità di difficoltà di apprendimento sono riconoscibili anche prima del momento considerato opportuno per la diagnosi. In questi casi, la messa in atto di interventi di prevenzione specifici è considerato dagli esperti fattore prognostico positivo, potendo potenziare le aree deboli e permettendo il riallineamento con gli altri discenti oppure, in caso di effettivo disturbo specifico, mirando alla riduzione degli effetti del disturbo stesso.

La diagnosi è seguita dalla formulazione da parte di un team clinico multiprofessionale e multidisciplinare di un progetto di intervento condiviso con le famiglie e con gli insegnanti al fine di integrare programmi educativi e interventi specifici, mantenendo l’obiettivo primario per il bambino/adolescente che è apprendere.

È opportuno dunque chiarire come avviene l’apprendimento. Esistono dei fattori chiave che influenzano il processo di apprendimento che non sono isolati tra loro, ma interagiscono come parte integrante di un processo dinamico in continuo sviluppo. Un cambiamento di uno di loro, influenza l’intero sistema.

Uno tra questi fattori è sicuramente l’insegnante che si pone tra lo studente e il compito, stimolando il trasferimento di conoscenze attraverso la presentazione di stimoli selezionati e promuovendo l’attivazione di un processo che porti il discente ad imparare ad imparare attraverso lo sviluppo di strategie e abilità. Altro fattore dell’apprendimento è sicuramente lo studente che interpreta il compito in modi che gli sono propri e traendone apprendimenti. Si ha poi il compito che costituisce l’interfaccia tra studente e insegnante. Tutti questi fattori possono inoltre essere influenzati dal contesto che riguarda il bambino/ragazzo, ossia il suo ambiente di vita, il suo stato emotivo, tutto ciò che ruota intorno a lui e che può allo stesso tempo sostenerlo oppure ostacolarlo.

È necessario anche considerare e ricordare che l’apprendimento può avvenire sfruttando diversi canali e che qualsiasi esperienza può costituire un apprendimento. Vi sono cinque sensi attraverso i quali apprendere (vista; udito; tatto; olfatto; gusto) e tutti dunque possono costituire un canale che realizza il nostro apprendimento. È opportuno ricordare ciò perché un ragazzo con dislessia può avere difficoltà ad apprendere sfruttando il canale visivo, ma una stessa conoscenza può essere appresa sfruttando il canale uditivo, ascoltando dunque quanto avrebbe dovuto leggere (con una sintesi vocale, ad esempio).

In una visione di apprendimento accessibile a tutti, i bambini/ragazzi con DSA possono essere considerati dunque come soggetti che apprendono in maniera diversa da quello che viene considerato lo standard nelle scuole. Per gli stessi devono essere garantite le stesse possibilità di apprendimento degli altri studenti, valorizzando i loro punti di forza. Le direttive della legge n°170 del 2010 tutelano proprio questi aspetti. L’intervento educativo e clinico mira dunque a favorire l’apprendimento attraverso tutti i canali che si rivelano più utili e funzionali per il bambino o per il ragazzo stesso.

In conclusione, “lavorare con un ragazzo con DSA non significa intervenire unicamente sulle sue difficoltà di lettura, scrittura e calcolo per migliorare le abilità strumentali. Tutt’altro: è fondamentale mantenere uno sguardo d’insieme sulle implicazioni funzionali delle sue caratteristiche di apprendimento per permettergli di adottare le strategie e gli strumenti più idonei a raggiungere la massima autonomia possibile” (Verni, 2014).

 

Dott.ssa Marta Tedeschi

Logopedista, Segnante Lis

Esperta in DSA e ADHD

http://www.centroiltulipano.com