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Depressione: sintomi e possibilità di cura

Depressione: cos’è?

In termini generici la parola depressione oggi racchiude molti significati, per lo più è usata per descrivere sentimenti vicino alla tristezza.

In termini clinici la situazione è più complessa: parliamo di sindrome depressiva, o di disturbo depressivo maggiore, o di disturbo depressivo persistente (PDM-2, 2018), per indicare quella condizione di base caratterizzata da sintomi ben precisi che riguardano sia il vissuto soggettivo (come ci sentiamo) sia il comportamento.

Gli stati affettivi sperimentati dalle persone con depressione sono descritti da sintomi quali tono dell’umore basso, perdita di interessi, sentimenti di impotenza, vergogna, inutilità e inferiorità (leggi anche Baby blues e Depressione post-partum).

Dal punto di vista cognitivo compaiono pensieri negativi riferiti a sé, visione negativa del mondo, aspettative negative sul futuro e idee di suicidio. Compaiono disturbi gastrointestinali, insonnia e riduzione dell’appetito o, al contrario, bisogno di dormire molto e aumento di peso.

Possono verificarsi anche scoppi d’ira e manifestazioni aggressive, crisi di pianto (leggi anche Cutting: condotte autolesive in adolescenza).

L’umore depresso e i sintomi associati, possono arrivare a compromettere il funzionamento quotidiano della persona: non riuscire ad andare a lavoro o a scuola, scarsa capacità di prendersi cura di sé stessi, difficoltà a svolgere mansioni quotidiane,  perdita della dimensione del piacere, incapacità di concentrarsi e quindi a portare a termine compiti o progetti.

Alcune volte la depressione si esprime con il corpo e, dunque, non si osserva il tipico abbassamento dell’umore, ma compaiono sintomi somatici come dolori diffusi, mal di stomaco, mal di testa, apparentemente inspiegabili.

In altri casi può accadere che persone gravemente depresse, ma con un “alto funzionamento”, nascondono la loro difficoltà con comportamenti quali “superlavoro”, alcolismo e aggressività.

A volte, infine, è un costante stato di agitazione e allarme a mascherare una condizione depressiva sottostante. Il senso interno di precarietà, incapacità e fragilità estremi, tipici della depressione, inducono uno stato di allarme continuo (ansia, agitazione) che deriva dalla paura di trovarsi in una condizione (esterna o interna) che possa minacciare il proprio – fragile – equilibrio (leggi anche Stress: come distinguere ciò che ci fa bene da ciò che ci rende infelici).

Da dove viene?

Tenendo conto della predisposizione genetica, secondo un approccio psicodinamico, quindi più centrato sullo stato emotivo interno e sull’esperienza soggettiva, la condizione depressiva si instaura sul terreno delle fragilità infantili. Sono quei casi in cui le esperienze precoci della vita del bambino, addirittura del neonato, avvengono in un contesto che non riesce a rispondere ai suoi bisogni emotivi e/o fisici. Il senso di solitudine interna, sperimentato nelle prima fasi della vita, può sedimentarsi dentro di noi, non lasciarci per lungo tempo e anzi, amplificarsi.

Uno stato depressivo transitorio può verificarsi anche a seguito, e in reazione a, un lutto o un evento traumatico. La separazione dal partner o dei propri genitori, la morte di un parente o di una persona cara, un fallimento economico o lavorativo, una malattia grave…

In questi casi, una fase limitata nel tempo in cui compariranno segni e sintomi tipici della depressione, non indicherà una condizione patologica di per sé, ma una reazione temporanea a un evento doloroso.

Cosa non fare e cosa fare?

Se il campo degli interessi è ristretto, se è difficile stare insieme agli amici e alle persone, se i sintomi fisici (stanchezza, dolori ecc.) impediscono di portare avanti le normali attività quotidiane, è importante non sottovalutare la situazione. Ciò non significa necessariamente doversi autodiagnosticare una sindrome depressiva, allarmarsi in maniera eccessiva, ricorrere autonomamente all’uso di farmaci, vuol dire iniziare a prestare attenzione a quello che accade dentro di noi. Non è utile lasciar passare troppo tempo nella speranza che tutto passi magicamente, non è utile rimanere nello sconforto e giudicarsi incapaci di reagire agli eventi della vita.

E’ utile rivolgersi a un professionista competente. Uno psicoterapeuta che possa aiutare a comprendere cosa alimenta questa condizione dentro di noi, a capire il senso di questa esperienza alla luce della propria storia di vita. E’ necessario gettare luce sui meccanismi, spesso inconsapevoli, che generano quel circolo vizioso per cui ogni cosa e il futuro stesso, sono privi di senso e di speranza.

La psicoterapia psicodinamica, o l’analisi,  attraverso l’esplorazione delle radici intrapsichiche, familiari e ambientali della condizione di malessere, ha la funzione di “motore “ per riavviare un processo vitale che, in maniera inconsapevole, un giorno si è interrotto. In tal senso sarà di primaria importanza comprendere la depressione, capire cosa inneschi lo stato depressivo e contribuisca al suo mantenimento e quindi quali trasformazioni devono essere affrontate per ottenere un cambiamento stabile nel tempo.

Nessuno si ammala di depressione allo stesso modo, e ognuno ha la sua modalità di reazione alla malattia, ma l’obiettivo della cura è per ognuno la trasformazione da soggetto passivo in preda a uno stato depressivo, a un soggetto attivo e consapevole delle proprie modalità di funzionamento affettivo e relazionale. In questa nuova fase sarà possibile dunque agire attivamente sul corso della propria vita, più liberi e più vivi.

L’obesità infantile: come migliorare le abitudini dei nostri bambini

L’obesità infantile è una delle problematiche di salute più preoccupanti negli ultimi anni tanto da essere stata definita come una vera e propria epidemia a livello mondiale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS – WHO, World Health Organization) per obesità si intende “quella condizione caratterizzata da un eccesso di peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo, in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute”.

Purtroppo l’obesità infantile rappresenta ad oggi una condizione sempre più importante per numero di soggetti interessati e gravità delle complicanze cliniche ad essa associate. In età evolutiva, dai 2 anni in poi, si parla di eccesso ponderale quando l’Indice di Massa Corporea, ovvero il rapporto tra il peso e l’altezza al quadrato, è superiore all’85° percentile per età e sesso. In Italia gli ultimi dati dell’indagine OKkio alla Salute, presentati il 4 maggio 2017, mostrano come quasi un terzo dei bambini tra gli 8 e i 9 anni si trovino in una condizione di eccesso ponderale (21,3% in sovrappeso, 9,3% obesi).

Più del 95% dei casi di obesità in età pediatrica rientrano nella forma cosiddetta “essenziale”, sono cioè classificabili come malattie multifattoriali che nascono dall’interazione di gene e ambiente. In poche parole, sulla base di quella che si può definire una predisposizione genetica, i fattori ambientali, come abitudini sedentarie e un’alimentazione non salutare e sbilanciata, rivestono un ruolo centrale nell’insorgenza di tale patologia.

Dal sistema OKkio alla salute si evince come le abitudini alimentari dei nostri bambini e ragazzi siano lontane dalle raccomandazioni internazionali e dalla cosiddetta Dieta Mediterranea. Assenza della prima colazione, spuntini troppo abbondanti, scarso consumo di frutta e verdura, frequente consumo di bevande zuccherate, sedentarietà e inattività fisica la fanno da padroni.

L’obesità infantile costituisce ad oggi un’importante problema di sanità pubblica, dunque la sua prevenzione è uno degli obiettivi principali delle campagne e degli interventi del sistema sanitario nazionale, che prevedono il coinvolgimento essenziale delle famiglie e dell’intera comunità scolastica.

Cosa si può fare nel quotidiano?

Qualche consiglio per la vita di tutti i giorni in famiglia:

  • I genitori e tutto l’ambiente familiare sono fonte di esempio e di imitazione per i bambini. Se l’intera famiglia segue abitudini alimentari e di vita sane tutto sarà più facile!
  • È importante cercare di invogliare i bambini ad assaggiare nuovi alimenti, anche i meno graditi, senza forzature. Portiamoli al supermercato a scegliere nuova frutta e nuova verdura ed una volta a casa coinvolgiamoli nella preparazione del pasto.
  • Il pasto è un momento di riunione e condivisione. Mangiamo tutti insieme, le stesse cose e senza distrazioni come giochi, videogiochi e TV.
  • Una sana giornata alimentare è costituita da 5 pasti: colazione, spuntino, pranzo, merenda, cena.
  • La colazione è uno dei pasti più importanti! Ci permette di ricaricare le energie necessarie per tutta la giornata. Una colazione tipo potrebbe essere costituita da latte con panino integrale e marmellata, oppure da una spremuta con un uovo e del pane integrale tostato, o ancora da uno yogurt bianco senza zuccheri con frutta a pezzi, frutta secca e cereali integrali. Ci possiamo sbizzarrire con la fantasia, ricondiamoci però che per fare una buona prima colazione bisogna svegliarsi in tempo!
  • Gli spuntini sono dei piccoli break che aiutano a non arrivare troppo affamati al pasto successivo. Privilegiamo frutta fresca, macedonie (senza zucchero aggiunto), frutta secca, yogurt e frullati.
  • I pasti principali, pranzo e cena, dovrebbero essere completi: un primo a base di cereali integrali (pane, riso, farro, pasta, orzo, patate ecc), un secondo (legumi, pesce, carne, uova, formaggi) e uno o più contorni di verdure.
  • Durante la settimana è importante ruotare i secondi piatti: legumi (4-5 v/sett), pesce (3-4 v/sett), carne (1-2 v/sett), formaggi (1-2 v/sett), uova (1-2 v/sett).
  • Le porzioni di frutta e verdura giornaliere sono 5! La verdura deve essere sempre presente a pranzo e cena!
  • Ricordiamoci che le patate non sono un contorno, ma sostituiscono pane, pasta, riso
  • Ricordiamoci che i legumi non sono un contorno ma un secondo piatto come carne, pesce, formaggi e uova
  • L’olio extravergine di oliva è il condimento principe della Dieta Mediterranea.
  • È importante variare giornalmente gli alimenti proposti e le modalità di cottura, in modo da non annoiare i bambini/ragazzi e da stimolarli sempre nell’assaggio di nuovi cibi.
  • È importante cercare di evitare il consumo di bevande zuccherate, dolci confezionati e alimenti precotti (es. bastoncini, cotolette pronte).
  • È importante cercare di limitare le fritture, l’utilizzo di salse e l’aggiunta di sale da cucina.
  • Le porzioni sono importanti! Ricordiamo che un bambino non può mangiare quanto un adulto.
  • L’acqua è un costituente fondamentale del nostro corpo: cerca di bere almeno 1.5 litri di acqua al giorno.
  • Il movimento è importante. Un bambino dovrebbe muoversi 60 minuti al giorno (passeggiate, giochi all’aperto etc.) e scegliere uno sport da fare 2-3 v/sett.

Dott.ssa Giulia Cinelli
Biologa Nutrizionista
Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

www.centroiltulipano.com

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L’alimentazione nei primi anni di vita

L’alimentazione di un figlio nei primi 1000 giorni è un fattore cruciale per il benessere della mamma e del piccolo in quanto i primi anni di vita rappresentano un periodo estremamente importante per garantire un adeguato sviluppo del bambino. Il conto dei 1000 giorni comincia a partire dall’inizio della gravidanza e si prolunga per i primi due anni di vita del bambino.

Se vuoi saperne di più sull’alimentazione prima e durante la gravidanza puoi leggere anche Alimentazione in gravidanza: cosa favorire e cosa evitare?

Quali sono i punti fondamentali che caratterizzano l’alimentazione dalla nascita al compimento del 2° anno di vita?

Allattamento al seno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento al senso esclusivo (senza l’introduzione di altri solidi o liquidi) per i primi 6 mesi di vita, essendo il latte materno un alimento “su misura” per il piccolo, garantendo l’apporto di tutti i nutrienti necessari, nelle giuste quantità e proporzioni. La composizione del latte materno è, infatti, irripetibile, dinamica, cambia adattandosi fisiologicamente alle necessità del piccolo durante la crescita ed è indispensabile per la costruzione delle difese immunitarie nonché di un’adeguata flora batterica intestinale.

L’allattamento al seno, inoltre, ha innumerevoli benefici anche per la mamma: 1) aiuta a perdere il peso accumulato in gravidanza, le riserve adipose sono, infatti, indispensabili fonti energetiche che l’organismo utilizza per la produzione di latte; 2) riduce il rischio di alcune forme di tumore al seno, all’endometrio e all’ovaio; 3) protegge contro malattie cardiovascolari.

Non dimentichiamoci, infine, che il latte materno è gratuito, pratico, igienicamente sicuro, sempre pronto e alla giusta temperatura.

Quali sono i consigli per le mamme?

  • I consigli per le mamme sono:
  • non fermarsi ai primi tentativi: la produzione del latte viene stimolata ogni qual volta il bambino si attacca al seno.
  • non esitare, in caso di difficoltà, a chiedere aiuto a figure esperte e competenti a cui è possibile rivolgersi per chiedere supporto e assistenza, anche a domicilio.

Svezzamento: tempi e modalità

Oltre i primi 6 mesi di vita il latte materno non è più sufficiente a coprire i fabbisogni energetici e di nutrienti del bambino ed è necessario l’introduzione di alimenti complementari. In particolare, le Linee Guida dell’ESPGHAN (European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition) suggeriscono di non iniziare l’alimentazione complementare prima dei 4 mesi.

Lo svezzamento è un momento importantissimo non solo per garantire il giusto accestimento, ma anche per lo sviluppo del gusto del bambino, naturalmente propenso verso la preferenza di sapori dolci, e la prevenzione di comportamenti alimentari selettivi. È bene dunque sfruttare questo momento per variare il più possibile la tipologia e la consistenza degli alimenti introdotti, senza fermarsi al primo rifiuto. In particolare è bene fare attenzione all’introduzione di frutta e verdura, anche quelle dai sapori meno graditi, e di legumi, fonte proteica vegetale da sostituire a carne, pesce, formaggi e uova.

Il secondo semestre di vita del piccolo è, dunque, importante per arrivare a costruire passo dopo passo un’alimentazione regolarmente ripartita su cinque pasti di cui tre principali e due spuntini. Attenzione però alle porzioni, che devono sempre essere adeguate per l’età!

Per tutto il primo anno di vita si consiglia: 1) di continuare l’allattamento materno, nel caso in cui fosse ancora presente; 2) di evitare l’aggiunta di sale e zucchero; 3) di evitare l’introduzione di latte vaccino, consigliato solo dopo il compimento dell’anno in quanto alimento povero di ferro ma ricco in energia, proteine e grassi.

Quali sono i consigli per i genitori?

  • Fare attenzione non solo alla quantità ma anche alla qualità di quello che viene proposto al piccolo
  • Cercare di non preoccuparsi solo se il bambino mangia poco, occhio anche agli eccessi (è bene ricordarsi che le porzioni non possono essere quelle di un adulto)
  • Fare attenzione alla pressione a finire il pasto: i bambini in questo periodo devono acquisire il senso di autoregolazione negli apporti di cibo
  • Ricordarsi che i genitori sono il primo esempio per il piccolo, anche nelle scelte alimentari
  • Fare attenzione a quello che viene offerto fuori pasto

 

Per maggiori informazioni:

http://www.quadernidellasalute.it/portale/news/p3_2_6_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=campagne&p=dacampagne&id=106

www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_303_allegato.pdf

World Health Organization, & UNICEF: “Global strategy for infant and young child feeding.” World Health Organization, 2003. [whqlibdoc.who.int/publications/2003/9241562218.pdf]

Fewtrell M, Bronsky J, Campoy C, Domellöf M, Embleton N, Fidler Mis N, Hojsak I, Hulst JM, Indrio F, Lapillonne A, Molgaard C: Complementary Feeding: A Position Paper by the European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology, and Nutrition (ESPGHAN) Committee on Nutrition. J Pediatr Gastroenterol Nutr 64:119-132, 2017.

 

 

Dott.ssa Giulia Cinelli

Biologa Nutrizionista

Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

www.centroiltulipano.com

 

La selettività alimentare nei bambini: tra normalità e patologia

È frequente che durante la crescita i bambini mostrino una selettività alimentare ovvero una preferenza, più o meno flessibile, verso alcuni alimenti, con difficoltà ad assaggiare cibi nuovi di diversa consistenza o colore. Questi comportamenti possono rientrare in un normale quadro evolutivo oppure inserirsi all’interno di una patologia specifica, l’ARFID o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo. È il più recente tra i Disturbi Alimentari ad essere stato classificato secondo i criteri del DSM-5, il manuale statistico e diagnostico più usato in psichiatria e, come la Bulimia e l’Anoressia Nervosa, è un problema che può causare complicanze, anche gravi, se non trattato precocemente.

Colpisce soprattutto i bambini, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza, e si manifesta con diversi comportamenti che vanno dall’alimentazione selettiva (restrizione a poche o pochissime categorie di alimenti, scelti in base al colore, all’odore, alla consistenza o altro), alla paura di soffocare o al completo disinteresse per il cibo. Nell’ARFID non c’è mai quella preoccupazione ossessiva per la forma del corpo, per la magrezza e per la perdita volontaria di peso che caratterizza l’Anoressia Nervosa o gli altri Disturbi Alimentari, tuttavia il bambino può mostrare una significativa perdita di peso a causa del disturbo e carenze nutrizionali, nonché limitazioni nella vita sociale.

È necessario distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Certi atteggiamenti verso il cibo, infatti, possono essere transitori o espressione di un temperamento introverso: bambini molto prudenti, timidi, un po’ rigidi, che non amano le novità, potrebbero avere un’alimentazione un po’ ripetitiva e poco varia, ma non si deve per forza parlare di un disturbo del comportamento alimentare.

La diagnosi di Arfid, infatti, viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare ad una significativa perdita di peso, insorgenza di carenze nutrizionali, che possono essere evidenziate dagli esami del sangue; necessità di ricorrere ad integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

Le cause dell’Arfid possono essere molteplici, complesse e di varia natura: biologica, sociale, psicologica.

Potrebbero entrare in gioco fattori genetici, che predispongono ad esempio ad una maggiore sensibilità verso alcuni stimoli sensoriali. Il bambino, allora, che sente i sapori acidi in modo accentuato avrebbe più difficoltà ad assaggiare quegli alimenti anche con una minima nota di acidità, evitandoli di conseguenza.

Altre volte, invece, si evidenziano cause organiche, o un problema fisico sottostante: un’intolleranza alimentare, la celiachia, un reflusso gastroesofageo molto accentuato o, ancora, un disturbo del neurosviluppo.

In alcuni casi è il risultato di un’esperienza traumatica: rischiare di soffocare per un boccone andato di traverso o aver visto qualcuno in questa condizione può portare a una vera e propria fobia del cibo che può durare anche molto a lungo.

Altre volte, l’Arfid diventa un modo per esprimere qualche difficoltà emotiva o relazionale. Può succedere se ci sono forti tensioni in famiglia, in caso di una fortissima timidezza, oppure in presenza di un disturbo di apprendimento non diagnosticato come la dislessia. Sono bambini intelligenti e capaci, che quando cominciano ad andare a scuola si rendono conto che c’è qualcosa che non va e possono allora manifestare il proprio disagio evitando o selezionando molto il cibo.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto. È utile quindi parlare con bambini e ragazzi delle proprie paure e delle proprie difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante ed evitando atteggiamenti iperprotettivi o rigidi.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato e non troppo apprensivo permane la percezione di un problema è utile contattare il pediatra o un centro specialistico per la diagnosi e il trattamento dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si presenta il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi: la personalità di un bambino è ancora in via di sviluppo, il disturbo non ha tempo di cronicizzare ed è per questo che l’intervento terapeutico risulta più efficace.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e relazionali-familiari. Pertanto, il trattamento deve essere integrato richiedendo l’intervento di più figure professionali: psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna, etc.  Le più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004) suggeriscono come fondamentale il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei DA in età evolutiva ma importante risultano anche i laboratori del gusto, dove il bambino viene aiutato a familiarizzare con cibi nuovi e di diversa consistenza.

Atttacchi di panico: come comprenderli e affrontarli

Il termine “panico” indica un “senso di forte ansia e paura che un individuo può provare di fronte a un pericolo inaspettato, e che determina uno stato di confusione ideomotoria, caratterizzata per lo più da comportamenti irrazionali”; rientra nella macro-area dei Disturbi d’Ansia. L’ansia è una normale risposta del nostro organismo che si prepara ad affrontare ciò che avverte come un pericolo. Quando i nostri antenati si trovavano di fronte alla minaccia di animali feroci o popoli ostili, i cambiamenti che avvenivano nel loro corpo li preparavano alla lotta o alla fuga. Al giorno d’oggi i pericoli sono di tutt’altra natura, ma di fronte ad una situazione che ci mette paura, o che percepiamo come minacciosa, in noi si verificano gli stessi cambiamenti di allora.

L’attacco di panico è un’eccessiva reazione fisica e psichica dovuta a quello che noi percepiamo come un pericolo; consiste in una intensa apprensione, paura e ansia; arriva di solito quasi improvvisamente e ha, generalmente, una breve durata. Rappresenta uno tra i disturbi più diffusi della nostra società contemporanea.

Quando gli attacchi di panico sono ricorrenti, si parla di Disturbo di Panico. Spesso un attacco di panico non è preannunciato da nessun sintomo in particolare, arriva improvvisamente e inaspettatamente. E’ questo il motivo per cui spaventa tanto. In realtà  ha sempre un fattore scatenante, anche quando non siamo in grado di riconoscerlo come tale.

Durante l’attacco di panico i nostri pensieri si modificano, e si affaccia il timore che accadrà qualcosa di grave: morte imminente, follia, o pericolo di una terribile umiliazione di fronte ad altri…il cuore batte più forte, il respiro diventa più affannoso, dolori al petto, senso di confusione, gambe molli, sudorazione eccessiva, vampate, vertigini, rossore, mal di testa. Spesso, a fronte di ciò, la reazione primaria è quella di recarsi in ospedale per fare esami e accertamenti; tuttavia in questi casi gli esiti delle indagini organiche rimandano un quadro clinico nella norma sul piano fisiologico.

Molto spesso dopo questa rassicurazione ci si tranquillizza, ma una delle caratteristiche degli attacchi di panico è proprio quella per cui, nonostante ci sia stata un’esperienza rassicurante sul piano organico e che l’idea di morire sia risultata irrealistica, si ripetono episodi di continuo allarme poiché si comincia ad aver paura di un nuovo episodio di panico. Si attivano infatti dei circuiti sotto-corticali che scatenano tutta una serie di reazioni biochimiche, che si traducono in sintomi somatici severi.

L’attacco di panico ha una componente corporea e neurovegetativa importante, il corpo è coinvolto in maniera perentoria e per questo la percezione di morte imminente è così forte.

A livello fisiologico gli stimoli di paura assorbiti a partire da uno stimolo esterno (o interno) arrivano all’amigdala, un organo del sistema nervoso centrale che controlla la paura; nel caso lo stimolo sia eccessivamente intenso l’amigdala manda per via diretta messaggi neuro ormonali alle varie ghiandole e ai vari organi che si mettono in moto. E’ il circuito primitivo della paura che governa il repertorio di emergenza e che consente di mettere in atto reazioni immediate quali la lotta e la fuga. Scatena le reazioni ormonali e neurovegetative connesse alla difesa. E’ la risposta attacco-fuga.

Per questa ragione l’attacco di panico si distingue per il coinvolgimento del corpo con manifestazione di allarme. Ma c’è dell’altro: il circuito primitivo della paura, che si sottrae al controllo della coscienza, comporta l’inconveniente che il riconoscimento del pericolo può essere falso. L’angoscia dell’attacco di panico risulta imprigionata nel circuito primitivo della paura.

Gli stati affettivi sono spesso connessi a un vissuto di perdita (reale o interna), ed è proprio tale vissuto di perdita che rappresenta “il pericolo” a livello intrapsichico, che può produrre anche paure specifiche connesse all’abbandono, alla perdita del controllo sul proprio corpo o sulla propria mente. Nelle relazioni tutto questo si traduce in intense preoccupazioni relative al cercare continue rassicurazioni, alla paura di essere rifiutati, al vissuto di colpa e inadeguatezza, ad oscillazioni tra avvicinarsi e allontanarsi dall’altro.

La presenza di attacchi di panico è un segnale, un avvertimento che l’individuo sta attraversando una crisi molto profonda rispetto alla sua capacità  di affrontare le difficoltà  che in quel momento specifico di vita si stanno presentando; dunque le difese e le strategie maturate fino a quel momento non risultano più utili. E’ necessario trovare un altro modo e un’altra strategia nei confronti degli avvenimenti che si stanno attraversando.

Proprio per questo motivo, oggi, risulta essere un disturbo così diffuso: siamo in un periodo storico e in un contesto socio culturale in cui siamo sollecitati a continue prestazioni, a un ritmo di vita molto intenso, e risulta vitale poter dimostrare di saper superare qualunque difficoltà  ci si presenti. Arriva un momento in cui la nostra impalcatura psichica e corporea crolla, e noi ci sentiamo espulsi in un mare di angoscia insopportabile. Si crea una fragilità  nel Sé, che sembra frantumare tutto.

Le esperienze emotive stressanti scatenano una costante sensazione di essere in pericolo a causa di forze sconosciute, gli altri che ci circondano sono classificati come fonte di pericolo o fonte di protezione. E’ importante sottolineare che queste manifestazioni, in cui l’ansia sembra essere indefinita, in realtà  possono mascherare angosce specifiche più disturbanti che rimangono fuori dalla consapevolezza.

Molteplici sono gli approcci possibili per affrontare la questione.

Spesso l’aiuto farmacologico in questi casi risulta essere utile in una prima fase: agendo al livello inferiore, gli psicofarmaci cercano di ridurre l’intensità  delle reazioni neurovegetative scatenate dal sistema limbico e combattono lo stato depressivo di base; vanno tuttavia usati con cautela a causa dell’alto rischio di dipendenza.

La terapia cognitivo-comportamentale, agendo a un livello intermedio, cerca di correggere la distorsione percettiva, che genera la paura, mediante strategie di decondizionamento e graduale esposizione del paziente allo stimolo che induce il terrore.

La terapia psicoanalitica ha come scopo quello di agire a livello strutturale e non puramente sintomatico, di favorire un senso di sicurezza interna nelle proprie capacità  di poter tollerare e ridurre l’ansia. La difficoltà  che spesso incontra chi soffre di attacchi di panico sta nel tentativo di integrare i sintomi corporei in un contenitore biologico; si attiva cioè una intelligenza cognitiva, che si mette a osservare “dall’esterno”, alla lontana, ma, non trovando un nesso riconoscibile, il paziente si terrorizza, e, nella prospettiva di una imminente catastrofe, pensa come unica risorsa disponibile nell’immediato la fuga dalla situazione ansiogena.

Per questo motive risulta così fondamentale la ricerca di uno spazio di pensabilità , possibile all’interno di un contesto di psicoterapia psicoanalitica: riconoscere come si formano i sintomi, in quali situazioni più facilmente compaiono e quale è il ruolo dell’immaginazione catastrofica. Il paziente ha così la possibilità  di rivivere in seduta la vicenda traumatica che viene analizzata, condivisa con il terapeuta e sperimentata in una sequenza potenzialmente pensabile. Questo tipo di lavoro analitico permette di prendere atto del proprio contributo al costituirsi dell’attacco e ha il vantaggioso effetto di liberare nuovi spazi ed energie per lo sviluppo.

 

Dott.ssa Giulia Cimarelli

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Consulenza e Sostegno Individuale e Familiare

http://www.centroiltulipano.com

I Social Network e il loro effetto sulla mente

Il SOCIAL NETWORK PUO’ MODIFICARE LA MENTE?

Vi ricordate com’era la vostra vita una decina di anni fa circa? Quando era il compleanno di un amico gli si facevano gli auguri dandogli un bacio e magari regalando un pensierino. Se avessimo voluto comunicare qualche evento significativo della nostra vita, si usciva con qualcuno e si parlava davanti ad un caffè. L’uso intensivo dei social sta cambiando il modo in cui agiamo: oggi possiamo fare gli auguri di compleanno su Facebook e sbirciare le attività  quotidiane di amici, conoscenti e sconosciuti su Instagram. Tuttavia a cambiare non è solo il nostro comportamento: i social network stanno cambiando le nostre menti.

Fin dai tempi dell’antica Grecia è nota l’importanza dell’interazione faccia a faccia, rispetto alle semplici parole scritte su una pagina. Socrate diceva che una volta messo per iscritto, ogni discorso circola per le mani di tutti, tra chi l’intende e tra chi non si interessa(1). Oggi il social network dà  l’opportunità  di abbandonare l’interazione interpersonale  e con questo abbandono arriva una riduzione globale nel rischio di imbarazzo e dei sentimenti di disagio nelle interazioni sociali. Nessuno può vedervi arrossire, sentire la voce che diventa acuta o sentire il palmo della mano sudato; al contempo, non ci si può accorgere di tutti quegli importanti indizi che fanno capire come un’altra persona potrebbe reagire.

Secondo alcuni studi, il social network agirebbe come deterrente e via di fuga per persone che nella vita sociale reale sperimentano difficoltà  di socializzazione; a causa di tratti del carattere come la timidezza o situazioni d’isolamento sociale, l’utilizzo delle nuove tecnologie  e dei social network sembrano divenire una fonte privilegiata di emozioni e sensazioni appaganti ed intense , seppure scaturite da dimensioni del tutto virtuali (2). Il social network può rappresentare così un mezzo per fuggire dalla realtà quotidiana e rifugiarsi in un mondo illusorio e gratificante, in cui l’elemento virtuale  permette di superare le difficoltà e le inibizioni che possono caratterizzare le interazioni reali (3).

 

COS’E’ L’INTERNET ADDICTION DISORDER?

Secondo alcune stime, una media compresa tra il 5 ed il 10% dei fruitori di internet è affetto da una vera e propria patologia legata all’utilizzo del web, un disturbo la cui sigla psichiatrica è IAD (Internet Addiction Disorder). Nei soggetti affetti da questo disturbo, staccarsi dalla rete è vissuto come un incubo e può comportare crisi simili a quelle generate dall’astinenza  per i tossicodipendenti, con ansie, preoccupazioni, tremori e crisi di panico.

Un uso totalmente sregolato e privo di limiti della rete che, oltre ad incidere vistosamente sulle relazioni sociali che risultano fortemente danneggiate, agisce come una vera dipendenza, come le dipendenze da sostanze. Le scansioni cerebrali di queste persone rivelano danni nelle stesse aree colpite nel cervello di chi fa abuso di droghe: si nota una degradazione della sostanza bianca (fasci di fibre nervose che collegano l’encefalo al midollo), nelle regioni che controllano le emozioni, l’attenzione e i processi decisionali. La ragione è da ricercare nell’appagamento immediato, con poco sforzo, offerto dai social media, che fa sì che il cervello sviluppi dipendenza dagli stimoli da essi offerti.

Studi in risonanza magnetica funzionale hanno dimostrato che i centri della ricompensa nel cervello sono più attivi quando, in una conversazione, stiamo parlando di noi, piuttosto che quando ci è chiesto di ascoltare. Questo dato potrebbe spiegare perchè le persone trascorrono ore su Facebook: quando scriviamo di noi nel nostro cervello si libera dopamina, un neurotrasmettitore associato alle sensazioni di benessere.

 

SOCIAL O A-SOCIAL: LA COMPROMISSIONE DELL’EMPATIA

Secondo Sherry Turkle , Facebook da’ l’illusione di compagnia senza le pretese di un’amicizia (4). Quindi sembra che l’intimità  del mondo reale e l’intimità  di Facebook siano lontane dall’essere la stessa cosa, distinzione emersa da un recente sondaggio (5). Questa separazione tra il numero di cyber-amici ed il numero di amici reali si può applicare anche alle generazioni più vecchie. Uno studio ha valutato le relazioni tra l’uso di social media e la vicinanza emotiva in soggetti di età compresa tra i 12 ed i 63 anni (6).

Come potrebbe differire la socializzazione online da quella del mondo reale? Una differenza potrebbe essere nello sviluppo delle abilità  di comunicazione interpersonale e, di conseguenza, nell’empatia.

L’abilità  di preoccuparsi per gli altri e di condividere esperienze emotive è qualcosa che differenzia gli esseri umani dalla maggior  parte del regno animale (tuttavia gli scimpanzé, come gli esseri umani, possiedono neuroni specchio che operano nel cervello: ovvero cellule, come quelle che codificano il comportamento del mangiare, che possono essere attivate semplicemente dall’osservazione di tale comportamento, ad esempio dall’osservazione di un altro scimpanzé che mangia. Sembra che lo scimpanzé osservatore abbia empatizzato con il suo compagno che sta effettivamente mangiando l’uva. Quindi la capacità  di entrare in empatia è una componente basilare  del sistema cerebrale dei primati).

Tuttavia non si nasce con la garanzia di avere una buona empatia. Sarebbe difficile immaginare un tratto così complesso come il semplice prodotto dei nostri geni. La vera e propria capacità di empatizzare con altri continua a maturare fino ai nostri vent’anni; quindi c’è un ampio lasso di tempo in cui ambiente ed esperienza nelle relazioni giocano un ruolo cruciale nel determinare la nostra capacità  di empatizzare.

Secondo il Dr. Maxson McDowell i soggetti che usano ossessivamente i social network potrebbero sviluppare tratti simil-autistici , come l’evitare il contatto oculare. Gli esseri umani hanno un mandato evolutivo che porta all’adattamento al proprio ambiente, e quando questo ambiente non fornisce le opportunità  di provare quelle abilità interpersonali essenziali per l’empatia , una conseguenza potrebbe essere lo sviluppo di difficoltà simil-autistiche.

E’ interessante notare che , secondo David Amodio della New York University e Chris Frith dello University College London, uno dei sintomi dell’autismo è l’ipoattività  della corteccia frontale; quest’area è essenziale affinchè il cervello lavori in modo coeso. Se quest’area risulta ipoattiva, potrebbe esserci  un significativo impatto sulle operazioni cerebrali, creando quella mentalità in cui il sensoriale trionfa sul cognitivo e nulla ha più significato, tutto è esattamente com’: una risata, un’espressione accigliata, un arrossamento, un sorriso potrebbero significare molto meno: ciò che si vede è una modificazione superficiale del volto, nulla di più.

 

IL SOCIAL NETWORK PUO’ DISTRUGGERE LE RELAZIONI REALI?

Quando il tempo trascorso ad instaurare e mantenere relazioni online rimpiazza il tempo trascorso nelle reali interazioni umane, è probabile che venga a mancare una più profonda intimità  con gli altri. Quindi è necessario ragionare sull’impatto delle relazioni virtuali  sullo stile di vita. Un eccessivo uso dei social network potrebbe degenerare in problematiche interpersonali e danneggiare , o addirittura distruggere, carriere e matrimoni.

Secondo uno studio del 2013, un uso elevato di Facebook era associato ad esiti negativi nelle relazioni portando a più imbrogli, rotture e divorzi. Questo effetto era influenzato da quanto conflitto le coppie avessero sperimentato in relazione a Facebook (7). I siti di social network ora espongono gli utenti a informazioni a cui non avrebbero altrimenti accesso, come foto di un ex fidanzato/a con l’attuale compagno/a. Quindi Facebook può alimentare il lato insicuro e geloso della natura umana.

Uno studio si è basato su una precedente scoperta secondo la quale un continuo contatto offline con un precedente partner potrebbe compromettere il recupero emotivo dopo la rottura (8). I risultati ottenuti da 464 partecipanti hanno rivelato che coloro che rimanevano amici su Facebook con i precedenti partners, rispetto a coloro che non avevano più l’amicizia, hanno riportato un desiderio sessuale e brama per l’ex compagno/a; questo risultato era combinato, come in una miscela tossica, ad una crescita personale ridotta. Secondo i ricercatori “nell’insieme queste scoperte suggeriscono che l’esposizione all’ex compagno/a tramite Facebook possa bloccare il processo di cura  e di distacco dalla passata relazione”.

E’ difficile dimenticarsi di una persona se la si vede quotidianamente e Facebook rende questa insana perversione molto accessibile e molto difficile da resistere. Tradizionalmente le nostre relazioni sarebbero periodicamente ridotte: per esempio attraverso la fine di una relazione intima, il litigio con un amico, il cambio di lavoro, scuola o residenza, o semplicemente perdendo i contatti con la persona. Ora, grazie a Facebook, possiamo trasportare tutto quel bagaglio emotivo dal passato al presente, come nei Gironi danteschi in cui si sconta, in un eterno presente, ciò che si è agito nel passato.

 

Dr.ssa Loredana Di Cicco

Psicologa clinica e del lavoro

Esperta in Neuroscienze per le disabilità cognitive

Esperta in tecniche di rilassamento profondo

http://www.centroiltulipano.com

 

Note:
1-Plato. 1925, Plato in Twelve Volumes.
2-Caretti, La Barbera, 2005.
3-Cantelmi et al., 2000.
4-Turkle S., 2012. Alone together: why we expect more technology and less from each other. New  York: Basic Books.
5-Grieve, R., Indian, M., Witteveen, K., Tolan, G. A., and Marrington, J. 2013. Face-to-face or Facebook: Can social connectedness be derived online? Computers in Human Behavior.
6-Pollet, T. V., Roberts, S. G. B., and Dunbar, R. I. M. 2011. Cyberpsychology, Behavior and Social Networking.
7-Clayton, R. B., Nagurney, A., and Smith, J. R. 2013. Cheating, breakup, and divorce: is Facebook use to blame? Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.
8- Marshall, T. C. 2012. Facebook surveillance of former romantic partners: Associations with post-breakup recovery and personal growth. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.

Approfondimenti:
Begley, S. (2008). The plastic mind. London: constable & robinson.
Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. New York: Basic Books.
Greenfield, S. (2011). You and me: The neuroscience of identity. London: Notting Hill.
Greenfield, S. A. (2007). I. D.: The quest for meaning in the 21st Century. London: vintage.
Turkle, S. (2011). Alone Together: Why we espect more from technology and less from each other. New York: Basic Books.
Watson, R. (2010). Future Files: A brief history of the next 50 years. London: Nicholas Brealey.

Disturbi dell’apprendimento e deficit d’attenzione e iperattività: segnali e indicazioni terapeutiche

La vita scolastica di chi ha un Disturbo Specifico dell’Apprendimento può essere piuttosto difficile e spesso si verifica che man mano che la classe frequentata cresce, con essa crescono i problemi. Le richieste legate all’apprendimento si fanno sempre più importanti e quindi il disturbo si fa sentire sempre più. Questa tendenza, però, col tempo può cambiare, quando gli studenti, crescendo, tendono a “compensare” i propri disturbi. A ciò concorre, da un lato, il fatto che la diagnosi sia stata fatta tempestivamente, e quindi si siano attivati per tempo tutti gli aiuti indispensabili; dall’altro lato, alla compensazione concorrono la crescita e la conoscenza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie possibilità.

I disturbi dell’apprendimento sono vari e differenti tra di loro. Esistono però tratti comuni e ricorrenti tra gli studenti che hanno un DSA ed altrettanto comuni sono alcuni segnali, che possiamo meglio definire come veri e propri “campanelli d’allarme”.

–       Il bambino mostra di non riuscire a leggere in maniera fluente, di fare fatica a mettere insieme le sillabe delle parole, non comprende ciò che legge. Per quanto riguarda la scrittura, può succedere che il bambino non riesca a scrivere fluentemente in corsivo.

–       Il bambino, dalla fine della prima elementare, non “vede” senza contare le quantità fino a 5 (le dita o gli insiemi di figure) ed entro il 10; non automatizza le tabelline, fatica a leggere e scrivere i numeri oltre il centinaio, non riesce ad eseguire il calcolo  mentale.

–       Fatica ad acquisire autonomia nel ricordare gli impegni scolastici, a tenere aggiornato il diario,  a tenere in ordine il materiale scolastico  e riporta spesso dimenticanze. In classe sembra distrarsi facilmente, appare molto stanco ed “evita” alcune situazioni di apprendimento (come la lettura ad alta voce).

A volte questi bambini sembrano svogliati, ma spesso si tratta di un atteggiamento dovuto al senso di inadeguatezza di fronte alla richiesta scolastica ed al confronto con i compagni.

Per un genitore non è semplice capire che il proprio bambino che in tante situazioni familiari e sociali è sveglio, intelligente, vivace e brillante, non riesce come gli altri a fare un’operazione abbastanza semplice che è quella di collegare il suono alla corrispondente lettera. Cosa si può fare?

  • Cercare una valutazione diagnostica appropriata;
  • Seguire strategie di aiuto che possano favorire l’apprendimento;
  • Affrontare questo disturbo, con un intervento specifico e individualizzato;
  • Discutere del problema con tutti gli insegnanti;
  • Evitare di cambiare classe al bambino;
  • Aiutare nei compiti per casa(es. leggergli a voce alta, ripetere insieme la materia da studiare);
  • Rinforzare il bambino in ogni successo anche minimo che ottiene. La mancanza di autostima creerebbe nel bambino un forte vissuto di frustrazione, il quale infatti si sente responsabile delle proprie difficoltà e ritiene che nessuno sia soddisfatto e contento di lui;
  • Evitare punizioni rispetto all’andamento scolastico, eliminando le ore di gioco e le attività sportive o di socializzazione nelle quali invece il bambino si sperimenta capace ed adeguato;
  • Fare delle pause anche brevi durante lo svolgimento dei compiti;
  • Supplire la lettura con altre fonti di informazione (audio, video, CD-Rom).

 

Non solo DSA: come si manifesta il Disturbo da deficit di Attenzione ed iperattività (ADHD)?

Il disturbo da Deficit di Attenzione non è un Disturbo Specifico di Apprendimento. Tuttavia è bene chiarire in cosa consiste, in modo da poter distinguere questa particolare condizione da un DSA. Quotidianamente gli insegnanti si confrontano con bambini che non riescono a stare seduti al proprio banco, a seguire con attenzione le spiegazioni della maestra, a non disturbare continuamente il proprio compagno. Un tempo questi bambini venivano considerati vivaci, ribelli, irrispettosi, ma dalla recente letteratura in campo psicologico e pedagogico si è compreso che molti alunni possono essere affetti da un disturbo specifico quale è la sindrome da Disturbo di Attenzione con iperattività o ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder):

  • non riescono ad ascoltare attentamente l’insegnante, si distraggono facilmente,
  • non sono in grado di rimanere ancorati agli stimoli ambientali per un tempo adeguato,
  • non riescono a pianificare la propria attività scolastica,
  • non rispettano il proprio turno nel gioco o in situazioni di gruppo,
  • mostrano un’incapacità più o meno grave a restare fermi,
  • si allontanano senza un apparente motivo dal proprio banco,
  • ricercano delle gratificazioni immediate.

È generalmente all’entrata nell’età scolare che si riscontrano tali problemi quando le regole scolastiche richiedono al bambino di saper controllare il proprio comportamento.

Le caratteristiche del disturbo da deficit di attenzione ed iperattività sono:

– la disattenzione: l’impossibilità a restare attenti;

– liperattività: l’impossibilità a stare fermi;

– l’impulsività: difficoltà a tenere a freno le proprie reazioni, dando le risposte prima che le domande siano state ultimate, difficoltà ad attendere il proprio turno.

 Bisogna evidenziare che in alcuni bambini si riscontra un quadro in cui predomina maggiormente l’impulsività, in altri la disattenzione, in altri ancora l’iperattività. Di solito i tre sintomi si presentano insieme. A questi si associano spesso difficoltà a sopportare le frustrazioni, comportamenti aggressivi, esplosioni improvvise di collera, scarsa autostima, sentimenti depressivi, elevato livello di ansia, problemi nella condotta, incapacità a confrontarsi con le proprie difficoltà, scarsa motivazione. Spesso i bambini con ADHD non ottengono successi e considerazioni positive neanche in ambito sportivo o nello svolgimento di altre discipline a causa della loro condotta irrequieta e agitata e della loro incapacità a seguire le regole prestabilite.

È necessario che tutte le persone, che interagiscono con i bambini con ADHD, sappiamo vedere e capire le motivazioni delle manifestazioni comportamentali di questi bambini, mettendo da parte le assurde e ingiustificate spiegazioni volte ad accusare e ferire i loro genitori, già tanto preoccupati e stressati per questa situazione.

Come scoprire se il bambino abbia veramente un Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) oppure se sia semplicemente irrequieto e con la testa tra le nuvole? Come per tutti gli altri disturbi evolutivi, il primo passo per poter aiutare veramente il bambino è una valutazione diagnostica accurata, effettuata da uno specialista come uno psicologo o neuropsichiatra infantile.

Secondo i dati della letteratura scientifica il trattamento ideale per l’ADHD è di tipo multimodale, cioè un trattamento che implica il coinvolgimento di scuola, famiglia e bambino stesso, oltre ad un intervento di tipo farmacologico (valutato di caso in caso).

A parte il discorso farmacologico, gli interventi che in Italia si potrebbero applicare riguardano gli aspetti psico-sociali. Si tratta di un intervento specifico di tipo cognitivo-comportamentale sul bambino e parent training per insegnare ai genitori a dare chiare istruzioni, a rinforzare positivamente i comportamenti accettabili, a ignorare alcuni comportamenti problematici, e a utilizzare in modo efficace le punizioni. La tradizione cognitiva e comportamentale ha consentito la messa a punto di alcuni programmi educativi e terapeutici che sono stati pubblicati anche nel nostro Paese, e altri sono in corso di preparazione.

 

Dott.ssa Silvia Del Pinto
Logopedista
Esperta in DSA, DGS e Autismo
Esperta in Riabilitazione Neuropsicologica dell’adulto
www.centroiltulipano.com