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Disprassia: cos’è e come riconoscerla nei bambini

La disprassia è una difficoltà di coordinazione dei movimenti che può portare a problemi anche nelle attività di autonomia della vita quotidiana del bambino, come: vestirsi, svestirsi, lavarsi, allacciarsi le scarpe, usare gesti per esprimere stati d’animo, fino a difficoltà didattiche di scrittura (disgrafia) o lettura.

I bambini con questa difficoltà non riescono a compiere movimenti intenzionali in sequenza per portare a termine un’azione, hanno bisogno di pensare ai movimenti da fare per raggiungere un obiettivo, ed una volta raggiunto hanno difficoltà a ripetere la stessa azione nuovamente.

In parole più semplici, la disprassia è una difficoltà a programmare ed eseguire azioni in sequenza per raggiungere un obiettivo (ad es. se devo salire le scale mi devo avvicinare allo scalino, mettere la mano sulla ringhiera, guardare lo scalino e piegare la gamba, poggiare il piede sullo scalino e darmi la spinta per salire).

Tali difficoltà si possono riscontrare anche nei movimenti delle braccia, delle mani, delle dita e di produzione verbale del linguaggio, chiamata disprassia verbale.

Già nel primo anno di vita si possono notare difficoltà nelle prensione e deficit dei movimenti delle mani e delle dita. E’ inoltre presente nella maggioranza dei casi poca forza degli arti superiori. Spesso sono associati disturbi di percezione, visivi, problemi di attenzione e di comportamento, ed anche problemi di apprendimento (per approfondire leggi anche Disturbi dell’apprendimento e Deficit di attenzione e iperattività). Può sembrare una difficoltà poco conosciuta, ma è presente dal 2 al 5% dei bambini di età scolastica.

Il bambino disprattico, anche quando ha imparato ad eseguire determinate azioni, necessita di tempi più lunghi ed è più lento nell’eseguire movimenti sia della vita quotidiana sia nelle attività scolastiche. Va ricordato che molti di questi bambini sono molto intelligenti, perciò il carico di frustrazione rispetto alla consapevolezza del proprio deficit, è tale da portarli verso disturbi comportamentali o della condotta. Importante quindi un tempestivo riconoscimento del problema e la presa in carico in terapia più precocemente possibile.

Le cause della disprassia sono poco definite ed ancora incerte: si riscontrano bambini che possono avere genitori che hanno avuto gli stessi problemi (familiarità, fattori genetici), nel 50% dei casi si sono avuti problemi durante la gravidanza o il parto, è spesso presente anche nei bambini prematuri, ma anche postmaturi (41-42° settimana).

Chi fa la diagnosi?
La diagnosi di disprassia richiede un’accurata valutazione che, a seconda dei casi, investe diversi settori dello sviluppo. La valutazione viene fatta quindi da un’equipe costituita da vari esperti: neuropsichiatra infantile, psicologi dell’età evolutiva, logopedisti, terapisti della neuropsicomotricità, terapisti occupazionali, che insieme collaborano per effettuare una diagnosi ed in seguito decidere un progetto mirato di terapia. Importante l’apporto del pediatra per un’ipotesi diagnostica ed un tempestivo invio a chi di competenza.

Segnali ed indicatori di rischio

Primo anno di vita
Il bambino è facilmente irritabile e non consolabile, presenta difficoltà di suzione e alimentazione, ha problemi di sonno, difficoltà nei cambi di posizione e di sguardo. Difficoltà e/o ritardo nella prensione, ad afferrare piccoli oggetti. Nel linguaggio vi è un ritardo nella produzione dei primi vocalizzi o prime sillabe (per approfondire leggi anche Ritardo nel linguaggio nel bambino sotto i due anni). Anche le tappe evolutive motorie sono ritardate (gattonare, stare seduto, mettersi in piedi, deambulare in modo autonomo).

Età prescolare
Il bambino è in continuo movimento, necessità di tempi lunghi per svolgere un qualsiasi compito e rinuncia se trova qualche difficoltà, presenta tempi brevi di attenzione (2 – 3 minuti), e mostra difficoltà ad addormentarsi o un sonno agitato. Produce suoni isolati, ma non parole (se le produce sono articolate in modo errato), a due anni produce meno di 50 parole, ha difficoltà a seguire canzoncine. Sale e scende le scale solo con aiuto ed ha difficoltà a scendere o saltare un gradino. Viene ancora imboccato o usa le dita. Difficoltà di equilibrio o a stare su un solo piedino. Le braccia sono rigide o cadenti lungo i fianchi durante la deambulazione. Disegna a livello di scarabocchi. Non riesce a usare le forbici. Difficoltà ad usare il triciclo o pedalare. Non fa giochi di costruzione. Ha difficoltà nell’infilare chiodini nei buchi, ha problemi nell’afferrare e manipolare oggetti. Non presenta sequenze di gioco simbolico oppure sono limitate. Evita e non ama fare puzzle.

Età scolare
Facile distraibilità e tempi di attenzione molto brevi: questi bambini fanno fatica a seguire le spiegazioni dell’insegnante e a mantenere l’attenzione costante per un tempo prolungato e necessario allo svolgimento di un intero compito. L’esecuzione dei compiti è lenta, migliora se non si trova nell’ambiente classe ma in rapporto singolo con l ‘adulto. Può esserci disgrafia, difficoltà in matematica e nell’elaborazione di storie. Anche la copiatura alla lavagna può essere difficoltosa, meglio infatti posizionare il bimbo vicino alla lavagna e dare più tempo per la copiatura.

 

Dott.ssa Francesca Pretagostini

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)
Esperta in valutazione e riabilitazione del bambino con Difficoltà di Sviluppo

www.centroiltulipano.com

Diagnosi di Autismo: niente paura!

Oggi torniamo a parlare di un argomento che tanto spaventa i genitori di bambini che posseggono un repertorio linguistico molto limitato o compromesso: la possibilità che il proprio bambino sia autistico. In realtà, la difficoltà linguistica è solo uno dei tanti sintomi che possono accompagnare la diagnosi di autismo. Molto più frequentemente, se un bambino produce o comprende poche parole, si tratta di ritardo o disturbo di linguaggio (leggi anche Ritardo nel linguaggio nel bambino sotto i due anni: quali sono i campanelli d’allarme?).

Ma andiamo ad osservare quali possono essere eventuali campanelli d’allarme che devono portarci a chiedere il consulto di uno specialista.

Generalmente le difficoltà comunicative devono andare ad incidere significativamente sul piano sociale, il che si traduce in: scarsa iniziativa nell’interazione sociale (specialmente con i coetanei), mancanza di espressività facciale e gestualità, contatto di sguardo limitato. Devono inoltre essere presenti comportamenti, interessi e attività ristrette e ripetitive come un’eccessiva fedeltà alla routine con forte insistenza a riprodurre sempre gli stessi schemi e con eccessivo stress a seguito di piccoli cambiamenti. Altro segno che potrebbe presentarsi è una “insolita sensibilità agli stimoli sensoriali” come eccessivo annusare o toccare oggetti e una forte attrazione per luci e oggetti roteanti.
Tutti questi sintomi devono essere limitanti, compromettendo il funzionamento quotidiano.

Ma attenzione, ribadisco che, se anche aveste un dubbio da genitori attenti non c’è da allarmarsi: il primo passo da compiere è consultare il pediatra per richiedere una visita dal neuropsichiatra infantile, il quale, a seguito di un’attenta visita e solo dopo aver raccolto le informazioni necessarie, potrà fare o meno diagnosi. Dopo la diagnosi potrà poi inviarvi agli specialisti che prenderanno in carico il vostro bambino per poter lavorare su aspetti deficitari e punti di forza, con lo scopo di migliorare la qualità della vita del bambino e di tutta la sua rete di supporto sociale.

E se arriva la diagnosi di autismo? Calma. Prima di tutto non colpevolizzatevi. È stata ormai da tempo abbandonata la teoria della “mamma frigorifero” per cui non avete “colpa”. Non avete coccolato poco vostro figlio e non gli avete dato cure poco amorevoli. Nonostante siano tanti gli studi genetici condotti per ricercare le possibili cause di autismo, ancora non si è giunti alla verità. Siamo in attesa e intanto lavoriamo sugli effetti.

Noi terapisti siamo poco interessati a cause o etichette: al centro c’è il bambino con la sua forza e la sua fragilità. E la forza al bambino viene anche trasmessa da tutte le persone che lo amano e se ne prendono cura. Per questo è importante che il genitore stesso venga accolto e supportato psicologicamente, per poter essere pronto ad accettare e mettere in pratica suggerimenti e consigli fondamentali per il buon esito della terapia, che non può finire in seduta, ma va necessariamente continuata a casa e negli ambienti frequentati dal bambino, in modo da bloccare eventuali comportamenti problema e da gestire in modo ottimale le situazioni quotidiane senza compromettere o vanificare il lavoro svolto insieme allo specialista (leggi anche Lo sviluppo sociale nell’autismo: l’importanza del rapporto con i genitori).

L’unione fa la forza e tutti ne possono trarre vantaggio, ma questo naturalmente vale per qualsiasi disturbo del neurosviluppo e anzi, per qualsiasi situazione difficile ci troviamo ad affrontare, perché quando ci sentiamo disarmati e spaventati, può essere davvero d’aiuto essere presi per mano e accompagnati lungo la strada, che diventa dolcemente meno impervia.

 

Dott.ssa Claudia Cevoli

Logopedista

www.centroiltulipano.com

Lo sviluppo sociale nell’Autismo: l’importanza del rapporto con i genitori

Questo articolo nasce per aiutare i genitori di bambini con Autismo o Disturbo Generalizzato dello Sviluppo a giocare con i loro figli, così da promuovere lo sviluppo non solo cognitivo e motorio del bambino, ma anche delle abilità sociali e relazionali.

Cos’è l’intersoggettività? 
L’intersoggettività è l’insieme di tutti i comportamenti sociali necessari al bambino per riferirsi ad un’altra persona, ovvero le prime abilità di relazione sociale. Gli sguardi, l’interesse per il volto umano, il gioco con gli oggetti, l’alternanza nei turni di conversazione permettono al bambino di capire che può attirare l’attenzione dei genitori.

L’intersoggettività include:
• L’attenzione congiunta: il bambino alterna il proprio sguardo tra ciò che sta osservando e l’altra persona, impara a seguire con lo sguardo l’indicazione dell’altro e a portare un oggetto ad un’altra persona per farglielo vedere;
• L’imitazione: riesce ad imitare l’espressione del viso, i gesti, i movimenti e l’uso di oggetti creando un ponte tra lui e l’adulto;
• L’emozione congiunta: condivide emozioni con l’adulto;
• L’intenzione congiunta: inizia la capacità di aderire o meno con il proprio comportamento alle richieste che gli vengono proposte dagli altri;
• Gli scambi di turno: alterna sguardi, suoni, sorrisi o movimenti.

Quando un bambino è all’interno dello spettro autistico o all’interno di altri Disturbi Generalizzati dello Sviluppo, i comportamenti sopra descritti possono non comparire o comparire in ritardo, il bambino presenta scarsa motivazione nel voler ricevere una risposta dagli altri.

Di solito le difficoltà nello sviluppo sociale sono difficilmente riconoscibili o confuse con normali variazioni di comportamento o temperamento del bambino. In questo caso (per i bambini che hanno compiuto 18 mesi) è possibile richiedere al vostro pediatra l’utilizzo di uno strumento di osservazione chiamato M-CHAT. Attraverso la compilazione di alcune domande, l’M-CHAT permette di avere un quadro più dettagliato rispetto ai comportamenti peculiari che avete notato in vostro figlio, permettendo di intervenire precocemente in caso sia necessario. Cosa osservare? Lo sguardo, la capacità di seguire con gli occhi un’indicazione da parte dell’adulto o la capacità di alternare turni di conversazione, sono indicatori importanti.

Cosa fare? 
Un bambino all’interno dello spettro autistico non impara spontaneamente quello che avrebbe bisogno di imparare, ciò non vuol dire che non impara. È necessario programmare l’intervento educativo in modo razionale e coordinato tra operatori e famiglia, scegliendo con cura gli obiettivi che si vogliono raggiungere per permettere al bambino di diventare indipendente. Il programma deve tener conto anche dei possibili comportamenti problematici del bambino che potrebbero essere di ostacolo all’apprendimento, e che in alcuni casi, necessitano di un intervento specifico.

Alla base del trattamento deve esserci una collaborazione tra genitori ed operatori, in quanto i primi sono coloro che conoscono meglio il figlio, i secondi invece hanno tutte le conoscenze delle tecniche e delle modalità di riabilitazione.

Fondamentale è insegnare al bambino in modo piacevole e divertente così da innescare la motivazione necessaria a ripetere quell’azione specifica e generalizzarla nei vari contesti di vita. Il gioco diventa quindi la cornice perfetta dove inserire tutte quelle attività che ci permettono di lavorare sulle abilità sociali sopra descritte. L’isolamento del bambino, le stereotipie, le difficoltà sensoriali spesso lo rendono distante e difficilmente raggiungibile, tanto da demotivare tutte le figure che ruotano intorno a lui.

Il gioco nello spettro autistico. Domande da porsi
• Il gioco che ho scelto interessa a mio figlio? Molto importante è capire cosa interessa al bambino così da scegliere attività di gioco per lui motivanti così da raggiungere gli obiettivi che vi siete posti. Spesso gli interessi ristretti (ad esempio verso solo alcune tipologie di giochi) vanno usati come un ponte che ci porta verso il bambino e non come un ostacolo.
Cosa gli dà fastidio? Alcuni bambini non sopportano determinati suoni che percepiscono come fastidiosissimi rumori, certi odori o materiali che danno fastidio se toccati. Cercate di scoprire cosa il vostro bambino rifiuta e non includete questi oggetti, almeno inizialmente.
Mio figlio durante il gioco scelto mi guarda, manovra l’oggetto, lo condivide e rispetta il turno? Se durante le attività avviene, anche se per pochissimi secondi, una di queste abilità sociali, è importante presentare più spesso quel tipo di gioco, in quanto permette di far emergere comportamenti sociali e di interazione con l’altro.
Quando interrompo il gioco mio figlio mi fa capire in qualche modo che vuole ripeterlo? Tale risposta è fondamentale per comprendere se l’attività è gradita a vostro figlio e soprattutto se è per lui motivante a tal punto da interagire per poterla ripetere.
Quando devo interrompere il gioco? Se il materiale non suscita interesse e la prova risulta fallita, il bambino non ha ancora le competenze adeguate per quel tipo di attività, che deve essere messa da parte e magari ripresa più avanti.
Come mi devo esprimere durante il gioco? Il linguaggio deve essere chiaro e semplice, se il bambino lo permette, si può decidere di guidarlo fisicamente per fargli comprendere cosa vorremmo facesse.
Dove devo svolgere il gioco? Come strutturo l’ambiente? Quanto tempo deve durare? Se durante l’attività proposta vediamo che il bambino è distratto dall’ambiente, non ci segue, perde l’attenzione, è probabile che l’ambiente scelto sia troppo confusionario per lui o che l’attività stia durando troppo tempo, in entrambi i casi è necessario modificare spazi e durata per venire incontro al bambino e ricatturare il suo interesse.
Sono motivato a giocare con mio figlio? La motivazione dei genitori è essenziale per coinvolgere il bambino.

Organizzazione dello spazio e del tempo
Lo spazio deve essere identificabile visivamente (che sia un tappeto o un tavolo), definito con dei limiti visibili (ad esempio un muro o un mobile), essenziale, quindi senza distrazioni e, ovviamente, comodo sia per voi genitori sia per il bambino. È importante anticipare a vostro figlio, verbalmente o attraverso l’utilizzo di un’immagine, il gioco che si vuole proporre, in modo da rendere l’attività prevedibile. La prevedibilità del gioco è strettamente correlata alla tranquillità del bambino.
Bisogna, oltre che pensare allo spazio, riflettere anche sulla durata del gioco, sul far comprendere al bambino l’inizio e la fine di questo o su come far comunicare al bambino la volontà di interrompere il gioco. Se il bambino si esprime a parole si può utilizzare il linguaggio verbale, scegliendo una parola che indica “ancora” per la prosecuzione del gioco, o “basta” / ”via” per la sua interruzione, prevenendo la fuga del bambino dall’ambiente scelto. Se il bambino non parla si possono creare dei piccoli rituali: l’ingresso nello spazio di gioco che si apre all’inizio e si chiude al termine, le pantofole che si levano quando ci si siede sul tappeto e si rimettono quando l’attività è terminata, un oggetto che piace particolarmente al bambino messo accanto a noi che gli viene restituito solo al termine dell’attività, ad indicarne la fine.
E’ il caso di non insistere con il gioco se il bambino dovesse dare segni di disinteresse e/o stanchezza, piuttosto è meglio mettere a posto e prendere un’altra attività per lui motivante.
In generale, la ripetizione aiuta il bambino ad apprendere e a prestare attenzione agli elementi sociali del gioco perché diventano prevedibili. Nel momento in cui l’esercizio viene compreso allora possono essere inserite delle variazioni, possibilmente scelte con cura e proposte una alla volta (ad es. si può sostituire le palline morbide invece delle biglie nei giochi di turno, oppure i cerchi invece di essere lanciati possono essere fatti rotolare, il palloncino invece di essere sgonfiato sulla mano può essere lanciato nella stanza per seguirne la traiettoria, oppure può essere eseguita un’attività, invece che da solo, insieme a voi genitori così da promuovere lo scambio e l’attenzione congiunta).

Dott.ssa Francesca Pretagostini
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)
Esperta in valutazione e riabilitazione del bambino con Difficoltà di Sviluppo

Ritardo del linguaggio nel bambino sotto i due anni: quali sono i campanelli d’allarme?

Quest’articolo nasce dalla necessità di sensibilizzazione circa le situazioni di ritardo del linguaggio nel bambino piccolo che, di fatto, rappresentano in moltissimi casi il primo segnale di un futuro sviluppo atipico e di sequele successive di grande importanza come quelle nell’area dell’apprendimento (per ulteriore approfondimento sul tema leggi Disturbi dell’apprendimento e deficit d’attenzione e iperattività oppure Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento)

TAPPE DELLO SVILUPPO LINGUISTICO

Analizziamo le prime fasi di sviluppo di linguaggio.

Già tra il sesto e l’ottavo mese di vita del bambino compare il babbling canonico (sequenze di sillabe consonante-vocale es.papapapa, mamamama) e si sviluppa quello che è il primo importante prerequisito per un corretto sviluppo linguistico: l’intenzionalità comunicativa. Il bambino trova un rinforzo nell’ambiente perché i genitori sono contenti delle sue vocalizzazioni, quindi iniziano le prime produzioni consapevoli.

Tra l’ottavo e il decimo mese compare il babbling variato, sempre sequenze consonante-vocale, ma da sillaba a sillaba cambia uno dei suoni, e compaiono i primi gesti, prerequisiti necessari per poi sviluppare il linguaggio.

Il bambino inizia poi a produrre le prime parole intorno ai 12 mesi.

Tra i 18 e i 20 mesi le parole aumentano in maniera esponenziale, esplosione del vocabolario, e quando il bambino ha tante parole inizia a combinarle tra loro per formare le prime frasi.

CAMPANELLI D’ALLARME E INDICATORI DI RISCHIO

Conoscendo quindi ora l’andamento naturale dello sviluppo linguistico, pur considerando e rispettando la variabilità individuale per la quale aspettare un tempo finestra di 4 mesi, andremo a chiederci quando iniziarci a preoccupare? Quando sospettare un ritardo del linguaggio?

  • presenza di meno di 50 parole a 24 mesi
  • assenza di frasi intorno ai 30 mesi
  • difficoltà in comprensione

Andiamo ora a vedere quali sono quegli indicatori di rischio della possibilità che il ritardo del linguaggio che stiamo osservando diventi persistente:

  • otiti severe e frequenti nel primo anno di vita
  • assenza di babbling
  • ritardo nella comprensione di parole
  • gioco simbolico immaturo
  • ridotta o assente abilità di imitazione vocale
  • funzionamento cognitivo al limite
  • repertorio fonologico inferiore a 12 consonanti a 24 mesi
  • familiarità per difficoltà di linguaggio e/o apprendimento

EVOLUZIONE DI UN RITARDO DEL LINGUAGGIO

Tra la popolazione di bambini tra i 18 e i 36 mesi in cui si osserva un ritardo del linguaggio, una parte potrebbe recuperare spontaneamente rispetto al ritardo iniziale, rientrando quindi nel profilo linguistico dei loro coetanei. Si tratta dei cosiddetti “Late Bloomers”, cioè bambini che sbocciano in ritardo.

Per un altro gruppo di questi bambini le difficoltà linguistiche evolveranno positivamente verso i 5 anni. Si tratterà tuttavia di un recupero illusorio, poiché il bambino che fino ai 4 anni aveva un linguaggio poco intellegibile avrà delle lacune a livello fonologico che porteranno a difficoltà di analisi e programmazione dei suoni delle parole e quindi difficoltà nell’acquisizione della letto-scrittura.

È chiaro quindi che il problema potrebbe risolversi oppure no, non posso saperlo prima e di sicuro aspettare non porta alla risoluzione. Si rischia di trovarsi con 8-10 mesi di ritardo rispetto alle acquisizioni e dover fornire al bambino in poco tempo 300 parole e linguaggio combinatorio.

Importante quindi in ogni caso un intervento precoce. Non aspettare che diventi una difficoltà conclamata, ma rivolgersi al professionista di riferimento per quei bambini che mostrano condizioni di rischio, per i quali è possibile realizzare interventi di prevenzione.

Gli studi indicano come un gruppo numeroso di bambini che hanno avuto un disturbo di linguaggio in epoca prescolare sviluppino poi un disturbo d’apprendimento in epoche successive, anche quando il disturbo di linguaggio non è più in atto. Si consiglia quindi di inserire questi bambini all’età di 5 anni in percorsi di prealfabetizzazione, alla luce dei dati di letteratura che indicano come questo rappresenti un fattore protettivo.

PERCHE’ INTERVENIRE A 24 MESI?

I bambini hanno consapevolezza delle proprie difficoltà da molto presto, quindi un bambino può riuscire a selezionare delle parole ma non dirle perché contengono suoni che sa di non riuscire a produrre e questo crea nel bambino frustrazione e conseguente chiusura in se stesso.

Inoltre è importante intervenire anche perché non dare al bambino strumenti linguistici ha ripercussioni sul pensiero e sulla cognitività. Un bambino con disturbo di linguaggio ha meno risorse per usare il linguaggio come strumento di pensiero.

Infine molti studi hanno messo in rilievo come rispetto ai coetanei con sviluppo tipico, nei bambini con ritardo di linguaggio sono più frequenti comportamenti negativi durante il gioco (piangere, colpire, buttare via…) e che questi bambini sono spesso più timidi, paurosi, difficili da coinvolgere e mostrano minore capacità di adattamento e autoregolazione emotiva, minore socievolezza e livelli di stress più elevati.

INTERVENTO NEL BAMBINO PICCOLO

Con bambini di età inferiore ai 24 mesi, e con condizioni di ritardo di linguaggio non associato a fragilità in altri ambiti non linguistici, in una fase iniziale la terapia consisterà semplicemente in un counseling alla famiglia con lo scopo di incentivare i giusti atteggiamenti dell’adulto ed eliminare quei comportamenti che possono inibire o frustrare il bambino.

In una fase successiva l’intervento si comporrà di:

  • INTERVENTI PSICOEDUCATIVI: sono presenti soltanto i genitori. Si tratta di incontri in cui si offrono ai genitori suggerimenti di base per sostenere la crescita comunicativa del bambino. I genitori sono impegnati in molti differenti contesti interattivi con i propri figli dal gioco simbolico alla lettura di fiabe ai giochi ritmico-musicali
  • INTERVENTI MEDIATI DAI GENITORI: il beneficiario diretto della terapia è il bambino ed il genitore è presente durante l’intervento, osserva e ripresenta giochi/esercizi a casa, cosi che possa proporre comportamenti comunicativi calibrati sul livello di sviluppo del bambino.

 

Dott.ssa Silvia Del Pinto
Logopedista
Esperta in DSA, DGS e Autismo
Esperta in Riabilitazione Neuropsicologica dell’adulto
www.centroiltulipano.com

Il bullismo: tra fenomenologia e intervento

Il tema del bullismo richiama sempre una forte attenzione pubblica e sociale. Risulta essere un fenomeno, seppur ormai molto conosciuto, radicato fortemente fra i giovani, come si può constatare dalle frequenti notizie di cronaca. Si adegua ai tempi che cambiano e si trasforma nelle sue manifestazioni, proprio per questo rimane difficile arginare la sua diffusione e i suoi effetti. Può portare con sé conseguenze psicologiche ed emotive gravi per lo sviluppo, per questo è determinante continuare a sensibilizzare ed intervenire precocemente.

 

COS’È IL BULLISMO?!

Il bullismo è un fenomeno sociale oggetto di studio di diverse discipline. Con il termine bullismo si intende un fenomeno multidimensionale, che può includere una vasta gamma di comportamenti.

Una persona vittima di bullismo è prevaricato o vittimizzato quando è esposto ripetutamente, nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da uno o più compagni (Olweus 1993)

 

COME SI MANIFESTA?

Il bullismo si basa su alcune specifiche caratteristiche:

  • Intenzionalità: sono messi in atto comportamenti volontari dal bullo, per provocare un danno alla vittima o per divertimento
  • Persistenza nel tempo: le azioni dei bulli durano nel tempo
  • Asimmetria nella relazione: per ragioni di età, di forza, di genere e/o per popolarità rispetto al gruppo di coetanei
  • La vittima non è in grado di difendersi: è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme possibili ritorsioni

 

 COSA NON È?

  • uno scherzo: nello scherzo l’intento è di divertirsi tutti insieme, non di ferire l’altro
  • un conflitto fra coetanei: il conflitto, come può essere un litigio è episodico

 

QUALI FORME ASSUME?

Il bullismo diretto, caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e può essere suddiviso in:

  • fisico: il bullo colpisce la vittima in maniera fisica, con azioni aggressive, anche verso gli effetti personali della persona presa di mira.
  • verbale: il bullo prende in giro la vittima attraverso insulti, offese affermazioni razziste, discriminatorie e minacciandola verbalmente

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso. Tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo di pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo.

 

QUALI SONO LE PARTI COINVOLTE?

Nelle azioni di bullismo si riscontrano i seguenti ruoli:

  • Bullo: è colui che fa prepotenze ai compagni
  • Vittima: è colui che subisce le prepotenze
  • Complice: colui che, ride all’azione del bullo, lo incita, ne prende parte
  • Spettatore silente: colui che partecipa all’evento, senza prendervi parte attivamente
  • Difensore: colui che prende le parti della vittima

Il ruolo del gruppo influenza fortemente  il comportamento del bullo

 

PERCHÉ SI DIVENTA BULLI E VITTIME?

Nel tempo, si sono messe in evidenza caratteristiche che possono influenzare le dinamiche del bullismo come:

Il Concetto di sé: aspetti cognitivi su come ci si vede e ci si descrive nei vari ambiti della vita

L’Autostima:  gli aspetti valutativi del sé, il valore che attribuiamo a noi stessi

Empatia: capacità di mettersi nei panni degli altri

Resilienza: capacità di far fronte alle avversità mantenendo fiducia in sé stessi

 

Le VITTIME si caratterizzano solitamente per:

  • Basso concetto di sé
  • Scarsa autostima
  • Bassa capacità di resilienza
  • Sottomissione, che attiva una risposta vista come stimolante da parte del bullo

I BULLI  si caratterizzano solitamente per

  • Elevato concetto di sé, ma in realtà è un tentativo di sembrare ciò che non si è
  • Spesso caratterizzati da
un’alta autostima, in realtà spesso “autostima difensiva”

 

CONSEGUENZE A LUNGO TERMINE DEL BULLISMO?

Essere vittime di episodi di bullismo da bambini può comportare difficoltà non solo nell’immediato, ma comporta un rischio di sviluppare diverse tipologie di disturbo nel tempo. Numerosi studi hanno evidenziato che, le vittime di bullismo continuano nel tempo a presentare in misura rilevante, disturbo d’ansia, sintomi di stress, depressivi, spesso i ragazzi decidono di ritrarsi da scuola  ed isolarsi. Per coloro che invece hanno caratterizzato il loro passato esclusivamente con il ruolo di bullo incorrerebbero il  rischio di sviluppare un disturbo del comportamento nella sfera antisociale.

COME SI PUÒ INTERVENIRE?

  • Promuovere comportamenti pro-sociali e cooperativi, soprattutto nelle scuole, teatro della maggior parte dei fenomeni di bullismo
  • Valorizzare le differenze individuali
  • Promuovere le capacità empatiche
  • Stimolare lo sviluppo di una sana autostima
  • Responsabilizzare i giovani rispetto al loro ruolo, soprattutto se spettatori

 

Dott.ssa Roberta Mattone

Psicologa clinica
Esperta in Psicodiagnostica clinica

www.centroiltulipano.com

Come parlare di sesso con gli adolescenti?

La pubertà e l’adolescenza sono un periodo molto delicato, alle prese con diversi cambiamenti, non solo fisici ma anche psicologici che spesso, come risultante, portano un allontanamento dalle figure genitoriali.
Gradualmente i giovani adulti prendono le distanze dalla famiglia per acquisire un’autonomia emotiva, identitaria e comportamentale sempre maggiore ed iniziano ad investire nelle relazioni con i coetanei (Atger, 2006; Botbol et al.,2000; Fraley, Davis & Shaver, 1998) con cui istaurano sia rapporti amicali che sentimentali.

La crescita di un figlio, infatti, ha come tappa fondamentale anche quella relativa all’amore e alla sessualità, che spesso spaventa i genitori. Parlare di sessualità con i propri figli risulta difficile per entrambi gli interlocutori, si viene a creare un clima di imbarazzo che porta spesso i giovani ad altre fonti per avere informazioni, con il rischio che risultino poco adeguate (amici più grandi, siti internet con informazioni scorrette etc.).

Come fare per riuscire a discuterne insieme?

E’ importante creare con gli adolescenti un clima non giudicante, nel quale i ragazzi si possano sentire liberi di esprimere le proprie emozioni, i propri dubbi ed i propri pensieri. I temi da affrontare possono essere i più disparati ma alla base è bene sottolineare ai ragazzi il valore del proprio corpo e l’importanza del rispetto reciproco tra le persone ed anche il rispetto dei tempi di ognuno.

I genitori dovrebbero riuscire a tenersi aggiornati sui temi riguardanti la sessualità e sui cambiamenti anche del vissuto di questa all’interno della società. È bene leggere libri e riviste ma soprattutto saper dire “non lo so, mi informo” quando ci sono domande di cui non si conosce la risposta.

Inoltre, quando si parla di sessualità con i giovani è bene riferire loro in modo appropriato i rischi che si possono intercorrere durante un rapporto sessuale incoraggiandoli ad utilizzare sempre precauzioni ed informandoli non solo sulle gravidanze indesiderate ma anche sulle malattie sessualmente trasmesse.

Spesso cercando notizie su internet si può incappare in siti con informazioni poco chiare e non del tutto corrette, rischiando di peggiorare le fantasie e le conoscenze. A questo proposito esistono dei libri adeguati all’età che possono spiegare in modo chiaro e corretto tutti i dubbi relativi ad una sessualità serena e consapevole, tra questi possiamo trovare la collana di Roberta Giommi e Marcello Perrotta, suddiviso per fasce di età “Programma di educazione sessuale” (per pre- adolescenti ed adolescenti : 11-14 anni e 14-18 anni) ed il libro  “Make Love. Un manuale di educazione sessuale” di Ann-Marlene Henning, Tina Bremer-Olszewski, un libro più recente e in qualche modo più provocatorio, in cui ci sono immagini reali di coppie di ragazzi ed un linguaggio meno “didattico” e più colloquiale.

Potrebbe essere utile informare anche rispetto alle strutture presenti sul territorio, al fine da poter indirizzare i ragazzi ad un team di esperti con cui poter discutere liberamente dei loro dubbi riguardanti la sessualità e conoscere un luogo in cui potersi affidare qualora ci fosse una situazione di emergenza.

Nella nostra sede di Frascati è possibile confrontarsi direttamente con la figura specifica della sessuologa affrontando insieme qualsiasi dubbio o perplessità riguardanti il vissuto di una sessualità serena e consapevole, sia per gli adolescenti che per i genitori.

 

Dott.ssa Agnese Eleuteri

Psicologa e Sessuologa Clinica

Responsabile dell’Area Psico-sessuologica e dell’Intervento di Coppia

http://www.centroiltulipano.com

L’alimentazione nei primi anni di vita

L’alimentazione di un figlio nei primi 1000 giorni è un fattore cruciale per il benessere della mamma e del piccolo in quanto i primi anni di vita rappresentano un periodo estremamente importante per garantire un adeguato sviluppo del bambino. Il conto dei 1000 giorni comincia a partire dall’inizio della gravidanza e si prolunga per i primi due anni di vita del bambino.

Se vuoi saperne di più sull’alimentazione prima e durante la gravidanza puoi leggere anche Alimentazione in gravidanza: cosa favorire e cosa evitare?

Quali sono i punti fondamentali che caratterizzano l’alimentazione dalla nascita al compimento del 2° anno di vita?

Allattamento al seno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento al senso esclusivo (senza l’introduzione di altri solidi o liquidi) per i primi 6 mesi di vita, essendo il latte materno un alimento “su misura” per il piccolo, garantendo l’apporto di tutti i nutrienti necessari, nelle giuste quantità e proporzioni. La composizione del latte materno è, infatti, irripetibile, dinamica, cambia adattandosi fisiologicamente alle necessità del piccolo durante la crescita ed è indispensabile per la costruzione delle difese immunitarie nonché di un’adeguata flora batterica intestinale.

L’allattamento al seno, inoltre, ha innumerevoli benefici anche per la mamma: 1) aiuta a perdere il peso accumulato in gravidanza, le riserve adipose sono, infatti, indispensabili fonti energetiche che l’organismo utilizza per la produzione di latte; 2) riduce il rischio di alcune forme di tumore al seno, all’endometrio e all’ovaio; 3) protegge contro malattie cardiovascolari.

Non dimentichiamoci, infine, che il latte materno è gratuito, pratico, igienicamente sicuro, sempre pronto e alla giusta temperatura.

Quali sono i consigli per le mamme?

  • I consigli per le mamme sono:
  • non fermarsi ai primi tentativi: la produzione del latte viene stimolata ogni qual volta il bambino si attacca al seno.
  • non esitare, in caso di difficoltà, a chiedere aiuto a figure esperte e competenti a cui è possibile rivolgersi per chiedere supporto e assistenza, anche a domicilio.

Svezzamento: tempi e modalità

Oltre i primi 6 mesi di vita il latte materno non è più sufficiente a coprire i fabbisogni energetici e di nutrienti del bambino ed è necessario l’introduzione di alimenti complementari. In particolare, le Linee Guida dell’ESPGHAN (European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition) suggeriscono di non iniziare l’alimentazione complementare prima dei 4 mesi.

Lo svezzamento è un momento importantissimo non solo per garantire il giusto accestimento, ma anche per lo sviluppo del gusto del bambino, naturalmente propenso verso la preferenza di sapori dolci, e la prevenzione di comportamenti alimentari selettivi. È bene dunque sfruttare questo momento per variare il più possibile la tipologia e la consistenza degli alimenti introdotti, senza fermarsi al primo rifiuto. In particolare è bene fare attenzione all’introduzione di frutta e verdura, anche quelle dai sapori meno graditi, e di legumi, fonte proteica vegetale da sostituire a carne, pesce, formaggi e uova.

Il secondo semestre di vita del piccolo è, dunque, importante per arrivare a costruire passo dopo passo un’alimentazione regolarmente ripartita su cinque pasti di cui tre principali e due spuntini. Attenzione però alle porzioni, che devono sempre essere adeguate per l’età!

Per tutto il primo anno di vita si consiglia: 1) di continuare l’allattamento materno, nel caso in cui fosse ancora presente; 2) di evitare l’aggiunta di sale e zucchero; 3) di evitare l’introduzione di latte vaccino, consigliato solo dopo il compimento dell’anno in quanto alimento povero di ferro ma ricco in energia, proteine e grassi.

Quali sono i consigli per i genitori?

  • Fare attenzione non solo alla quantità ma anche alla qualità di quello che viene proposto al piccolo
  • Cercare di non preoccuparsi solo se il bambino mangia poco, occhio anche agli eccessi (è bene ricordarsi che le porzioni non possono essere quelle di un adulto)
  • Fare attenzione alla pressione a finire il pasto: i bambini in questo periodo devono acquisire il senso di autoregolazione negli apporti di cibo
  • Ricordarsi che i genitori sono il primo esempio per il piccolo, anche nelle scelte alimentari
  • Fare attenzione a quello che viene offerto fuori pasto

 

Per maggiori informazioni:

http://www.quadernidellasalute.it/portale/news/p3_2_6_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=campagne&p=dacampagne&id=106

www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_303_allegato.pdf

World Health Organization, & UNICEF: “Global strategy for infant and young child feeding.” World Health Organization, 2003. [whqlibdoc.who.int/publications/2003/9241562218.pdf]

Fewtrell M, Bronsky J, Campoy C, Domellöf M, Embleton N, Fidler Mis N, Hojsak I, Hulst JM, Indrio F, Lapillonne A, Molgaard C: Complementary Feeding: A Position Paper by the European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology, and Nutrition (ESPGHAN) Committee on Nutrition. J Pediatr Gastroenterol Nutr 64:119-132, 2017.

 

 

Dott.ssa Giulia Cinelli

Biologa Nutrizionista

Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

www.centroiltulipano.com

 

La selettività alimentare nei bambini: tra normalità e patologia

È frequente che durante la crescita i bambini mostrino una selettività alimentare ovvero una preferenza, più o meno flessibile, verso alcuni alimenti, con difficoltà ad assaggiare cibi nuovi di diversa consistenza o colore. Questi comportamenti possono rientrare in un normale quadro evolutivo oppure inserirsi all’interno di una patologia specifica, l’ARFID o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo. È il più recente tra i Disturbi Alimentari ad essere stato classificato secondo i criteri del DSM-5, il manuale statistico e diagnostico più usato in psichiatria e, come la Bulimia e l’Anoressia Nervosa, è un problema che può causare complicanze, anche gravi, se non trattato precocemente.

Colpisce soprattutto i bambini, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza, e si manifesta con diversi comportamenti che vanno dall’alimentazione selettiva (restrizione a poche o pochissime categorie di alimenti, scelti in base al colore, all’odore, alla consistenza o altro), alla paura di soffocare o al completo disinteresse per il cibo. Nell’ARFID non c’è mai quella preoccupazione ossessiva per la forma del corpo, per la magrezza e per la perdita volontaria di peso che caratterizza l’Anoressia Nervosa o gli altri Disturbi Alimentari, tuttavia il bambino può mostrare una significativa perdita di peso a causa del disturbo e carenze nutrizionali, nonché limitazioni nella vita sociale.

È necessario distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Certi atteggiamenti verso il cibo, infatti, possono essere transitori o espressione di un temperamento introverso: bambini molto prudenti, timidi, un po’ rigidi, che non amano le novità, potrebbero avere un’alimentazione un po’ ripetitiva e poco varia, ma non si deve per forza parlare di un disturbo del comportamento alimentare.

La diagnosi di Arfid, infatti, viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare ad una significativa perdita di peso, insorgenza di carenze nutrizionali, che possono essere evidenziate dagli esami del sangue; necessità di ricorrere ad integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

Le cause dell’Arfid possono essere molteplici, complesse e di varia natura: biologica, sociale, psicologica.

Potrebbero entrare in gioco fattori genetici, che predispongono ad esempio ad una maggiore sensibilità verso alcuni stimoli sensoriali. Il bambino, allora, che sente i sapori acidi in modo accentuato avrebbe più difficoltà ad assaggiare quegli alimenti anche con una minima nota di acidità, evitandoli di conseguenza.

Altre volte, invece, si evidenziano cause organiche, o un problema fisico sottostante: un’intolleranza alimentare, la celiachia, un reflusso gastroesofageo molto accentuato o, ancora, un disturbo del neurosviluppo.

In alcuni casi è il risultato di un’esperienza traumatica: rischiare di soffocare per un boccone andato di traverso o aver visto qualcuno in questa condizione può portare a una vera e propria fobia del cibo che può durare anche molto a lungo.

Altre volte, l’Arfid diventa un modo per esprimere qualche difficoltà emotiva o relazionale. Può succedere se ci sono forti tensioni in famiglia, in caso di una fortissima timidezza, oppure in presenza di un disturbo di apprendimento non diagnosticato come la dislessia. Sono bambini intelligenti e capaci, che quando cominciano ad andare a scuola si rendono conto che c’è qualcosa che non va e possono allora manifestare il proprio disagio evitando o selezionando molto il cibo.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto. È utile quindi parlare con bambini e ragazzi delle proprie paure e delle proprie difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante ed evitando atteggiamenti iperprotettivi o rigidi.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato e non troppo apprensivo permane la percezione di un problema è utile contattare il pediatra o un centro specialistico per la diagnosi e il trattamento dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si presenta il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi: la personalità di un bambino è ancora in via di sviluppo, il disturbo non ha tempo di cronicizzare ed è per questo che l’intervento terapeutico risulta più efficace.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e relazionali-familiari. Pertanto, il trattamento deve essere integrato richiedendo l’intervento di più figure professionali: psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna, etc.  Le più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004) suggeriscono come fondamentale il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei DA in età evolutiva ma importante risultano anche i laboratori del gusto, dove il bambino viene aiutato a familiarizzare con cibi nuovi e di diversa consistenza.

I Social Network e il loro effetto sulla mente

Il SOCIAL NETWORK PUO’ MODIFICARE LA MENTE?

Vi ricordate com’era la vostra vita una decina di anni fa circa? Quando era il compleanno di un amico gli si facevano gli auguri dandogli un bacio e magari regalando un pensierino. Se avessimo voluto comunicare qualche evento significativo della nostra vita, si usciva con qualcuno e si parlava davanti ad un caffè. L’uso intensivo dei social sta cambiando il modo in cui agiamo: oggi possiamo fare gli auguri di compleanno su Facebook e sbirciare le attività  quotidiane di amici, conoscenti e sconosciuti su Instagram. Tuttavia a cambiare non è solo il nostro comportamento: i social network stanno cambiando le nostre menti.

Fin dai tempi dell’antica Grecia è nota l’importanza dell’interazione faccia a faccia, rispetto alle semplici parole scritte su una pagina. Socrate diceva che una volta messo per iscritto, ogni discorso circola per le mani di tutti, tra chi l’intende e tra chi non si interessa(1). Oggi il social network dà  l’opportunità  di abbandonare l’interazione interpersonale  e con questo abbandono arriva una riduzione globale nel rischio di imbarazzo e dei sentimenti di disagio nelle interazioni sociali. Nessuno può vedervi arrossire, sentire la voce che diventa acuta o sentire il palmo della mano sudato; al contempo, non ci si può accorgere di tutti quegli importanti indizi che fanno capire come un’altra persona potrebbe reagire.

Secondo alcuni studi, il social network agirebbe come deterrente e via di fuga per persone che nella vita sociale reale sperimentano difficoltà  di socializzazione; a causa di tratti del carattere come la timidezza o situazioni d’isolamento sociale, l’utilizzo delle nuove tecnologie  e dei social network sembrano divenire una fonte privilegiata di emozioni e sensazioni appaganti ed intense , seppure scaturite da dimensioni del tutto virtuali (2). Il social network può rappresentare così un mezzo per fuggire dalla realtà quotidiana e rifugiarsi in un mondo illusorio e gratificante, in cui l’elemento virtuale  permette di superare le difficoltà e le inibizioni che possono caratterizzare le interazioni reali (3).

 

COS’E’ L’INTERNET ADDICTION DISORDER?

Secondo alcune stime, una media compresa tra il 5 ed il 10% dei fruitori di internet è affetto da una vera e propria patologia legata all’utilizzo del web, un disturbo la cui sigla psichiatrica è IAD (Internet Addiction Disorder). Nei soggetti affetti da questo disturbo, staccarsi dalla rete è vissuto come un incubo e può comportare crisi simili a quelle generate dall’astinenza  per i tossicodipendenti, con ansie, preoccupazioni, tremori e crisi di panico.

Un uso totalmente sregolato e privo di limiti della rete che, oltre ad incidere vistosamente sulle relazioni sociali che risultano fortemente danneggiate, agisce come una vera dipendenza, come le dipendenze da sostanze. Le scansioni cerebrali di queste persone rivelano danni nelle stesse aree colpite nel cervello di chi fa abuso di droghe: si nota una degradazione della sostanza bianca (fasci di fibre nervose che collegano l’encefalo al midollo), nelle regioni che controllano le emozioni, l’attenzione e i processi decisionali. La ragione è da ricercare nell’appagamento immediato, con poco sforzo, offerto dai social media, che fa sì che il cervello sviluppi dipendenza dagli stimoli da essi offerti.

Studi in risonanza magnetica funzionale hanno dimostrato che i centri della ricompensa nel cervello sono più attivi quando, in una conversazione, stiamo parlando di noi, piuttosto che quando ci è chiesto di ascoltare. Questo dato potrebbe spiegare perchè le persone trascorrono ore su Facebook: quando scriviamo di noi nel nostro cervello si libera dopamina, un neurotrasmettitore associato alle sensazioni di benessere.

 

SOCIAL O A-SOCIAL: LA COMPROMISSIONE DELL’EMPATIA

Secondo Sherry Turkle , Facebook da’ l’illusione di compagnia senza le pretese di un’amicizia (4). Quindi sembra che l’intimità  del mondo reale e l’intimità  di Facebook siano lontane dall’essere la stessa cosa, distinzione emersa da un recente sondaggio (5). Questa separazione tra il numero di cyber-amici ed il numero di amici reali si può applicare anche alle generazioni più vecchie. Uno studio ha valutato le relazioni tra l’uso di social media e la vicinanza emotiva in soggetti di età compresa tra i 12 ed i 63 anni (6).

Come potrebbe differire la socializzazione online da quella del mondo reale? Una differenza potrebbe essere nello sviluppo delle abilità  di comunicazione interpersonale e, di conseguenza, nell’empatia.

L’abilità  di preoccuparsi per gli altri e di condividere esperienze emotive è qualcosa che differenzia gli esseri umani dalla maggior  parte del regno animale (tuttavia gli scimpanzé, come gli esseri umani, possiedono neuroni specchio che operano nel cervello: ovvero cellule, come quelle che codificano il comportamento del mangiare, che possono essere attivate semplicemente dall’osservazione di tale comportamento, ad esempio dall’osservazione di un altro scimpanzé che mangia. Sembra che lo scimpanzé osservatore abbia empatizzato con il suo compagno che sta effettivamente mangiando l’uva. Quindi la capacità  di entrare in empatia è una componente basilare  del sistema cerebrale dei primati).

Tuttavia non si nasce con la garanzia di avere una buona empatia. Sarebbe difficile immaginare un tratto così complesso come il semplice prodotto dei nostri geni. La vera e propria capacità di empatizzare con altri continua a maturare fino ai nostri vent’anni; quindi c’è un ampio lasso di tempo in cui ambiente ed esperienza nelle relazioni giocano un ruolo cruciale nel determinare la nostra capacità  di empatizzare.

Secondo il Dr. Maxson McDowell i soggetti che usano ossessivamente i social network potrebbero sviluppare tratti simil-autistici , come l’evitare il contatto oculare. Gli esseri umani hanno un mandato evolutivo che porta all’adattamento al proprio ambiente, e quando questo ambiente non fornisce le opportunità  di provare quelle abilità interpersonali essenziali per l’empatia , una conseguenza potrebbe essere lo sviluppo di difficoltà simil-autistiche.

E’ interessante notare che , secondo David Amodio della New York University e Chris Frith dello University College London, uno dei sintomi dell’autismo è l’ipoattività  della corteccia frontale; quest’area è essenziale affinchè il cervello lavori in modo coeso. Se quest’area risulta ipoattiva, potrebbe esserci  un significativo impatto sulle operazioni cerebrali, creando quella mentalità in cui il sensoriale trionfa sul cognitivo e nulla ha più significato, tutto è esattamente com’: una risata, un’espressione accigliata, un arrossamento, un sorriso potrebbero significare molto meno: ciò che si vede è una modificazione superficiale del volto, nulla di più.

 

IL SOCIAL NETWORK PUO’ DISTRUGGERE LE RELAZIONI REALI?

Quando il tempo trascorso ad instaurare e mantenere relazioni online rimpiazza il tempo trascorso nelle reali interazioni umane, è probabile che venga a mancare una più profonda intimità  con gli altri. Quindi è necessario ragionare sull’impatto delle relazioni virtuali  sullo stile di vita. Un eccessivo uso dei social network potrebbe degenerare in problematiche interpersonali e danneggiare , o addirittura distruggere, carriere e matrimoni.

Secondo uno studio del 2013, un uso elevato di Facebook era associato ad esiti negativi nelle relazioni portando a più imbrogli, rotture e divorzi. Questo effetto era influenzato da quanto conflitto le coppie avessero sperimentato in relazione a Facebook (7). I siti di social network ora espongono gli utenti a informazioni a cui non avrebbero altrimenti accesso, come foto di un ex fidanzato/a con l’attuale compagno/a. Quindi Facebook può alimentare il lato insicuro e geloso della natura umana.

Uno studio si è basato su una precedente scoperta secondo la quale un continuo contatto offline con un precedente partner potrebbe compromettere il recupero emotivo dopo la rottura (8). I risultati ottenuti da 464 partecipanti hanno rivelato che coloro che rimanevano amici su Facebook con i precedenti partners, rispetto a coloro che non avevano più l’amicizia, hanno riportato un desiderio sessuale e brama per l’ex compagno/a; questo risultato era combinato, come in una miscela tossica, ad una crescita personale ridotta. Secondo i ricercatori “nell’insieme queste scoperte suggeriscono che l’esposizione all’ex compagno/a tramite Facebook possa bloccare il processo di cura  e di distacco dalla passata relazione”.

E’ difficile dimenticarsi di una persona se la si vede quotidianamente e Facebook rende questa insana perversione molto accessibile e molto difficile da resistere. Tradizionalmente le nostre relazioni sarebbero periodicamente ridotte: per esempio attraverso la fine di una relazione intima, il litigio con un amico, il cambio di lavoro, scuola o residenza, o semplicemente perdendo i contatti con la persona. Ora, grazie a Facebook, possiamo trasportare tutto quel bagaglio emotivo dal passato al presente, come nei Gironi danteschi in cui si sconta, in un eterno presente, ciò che si è agito nel passato.

 

Dr.ssa Loredana Di Cicco

Psicologa clinica e del lavoro

Esperta in Neuroscienze per le disabilità cognitive

Esperta in tecniche di rilassamento profondo

http://www.centroiltulipano.com

 

Note:
1-Plato. 1925, Plato in Twelve Volumes.
2-Caretti, La Barbera, 2005.
3-Cantelmi et al., 2000.
4-Turkle S., 2012. Alone together: why we expect more technology and less from each other. New  York: Basic Books.
5-Grieve, R., Indian, M., Witteveen, K., Tolan, G. A., and Marrington, J. 2013. Face-to-face or Facebook: Can social connectedness be derived online? Computers in Human Behavior.
6-Pollet, T. V., Roberts, S. G. B., and Dunbar, R. I. M. 2011. Cyberpsychology, Behavior and Social Networking.
7-Clayton, R. B., Nagurney, A., and Smith, J. R. 2013. Cheating, breakup, and divorce: is Facebook use to blame? Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.
8- Marshall, T. C. 2012. Facebook surveillance of former romantic partners: Associations with post-breakup recovery and personal growth. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.

Approfondimenti:
Begley, S. (2008). The plastic mind. London: constable & robinson.
Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. New York: Basic Books.
Greenfield, S. (2011). You and me: The neuroscience of identity. London: Notting Hill.
Greenfield, S. A. (2007). I. D.: The quest for meaning in the 21st Century. London: vintage.
Turkle, S. (2011). Alone Together: Why we espect more from technology and less from each other. New York: Basic Books.
Watson, R. (2010). Future Files: A brief history of the next 50 years. London: Nicholas Brealey.

Disturbi dell’apprendimento e deficit d’attenzione e iperattività: segnali e indicazioni terapeutiche

La vita scolastica di chi ha un Disturbo Specifico dell’Apprendimento può essere piuttosto difficile e spesso si verifica che man mano che la classe frequentata cresce, con essa crescono i problemi. Le richieste legate all’apprendimento si fanno sempre più importanti e quindi il disturbo si fa sentire sempre più. Questa tendenza, però, col tempo può cambiare, quando gli studenti, crescendo, tendono a “compensare” i propri disturbi. A ciò concorre, da un lato, il fatto che la diagnosi sia stata fatta tempestivamente, e quindi si siano attivati per tempo tutti gli aiuti indispensabili; dall’altro lato, alla compensazione concorrono la crescita e la conoscenza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie possibilità.

I disturbi dell’apprendimento sono vari e differenti tra di loro. Esistono però tratti comuni e ricorrenti tra gli studenti che hanno un DSA ed altrettanto comuni sono alcuni segnali, che possiamo meglio definire come veri e propri “campanelli d’allarme”.

–       Il bambino mostra di non riuscire a leggere in maniera fluente, di fare fatica a mettere insieme le sillabe delle parole, non comprende ciò che legge. Per quanto riguarda la scrittura, può succedere che il bambino non riesca a scrivere fluentemente in corsivo.

–       Il bambino, dalla fine della prima elementare, non “vede” senza contare le quantità fino a 5 (le dita o gli insiemi di figure) ed entro il 10; non automatizza le tabelline, fatica a leggere e scrivere i numeri oltre il centinaio, non riesce ad eseguire il calcolo  mentale.

–       Fatica ad acquisire autonomia nel ricordare gli impegni scolastici, a tenere aggiornato il diario,  a tenere in ordine il materiale scolastico  e riporta spesso dimenticanze. In classe sembra distrarsi facilmente, appare molto stanco ed “evita” alcune situazioni di apprendimento (come la lettura ad alta voce).

A volte questi bambini sembrano svogliati, ma spesso si tratta di un atteggiamento dovuto al senso di inadeguatezza di fronte alla richiesta scolastica ed al confronto con i compagni.

Per un genitore non è semplice capire che il proprio bambino che in tante situazioni familiari e sociali è sveglio, intelligente, vivace e brillante, non riesce come gli altri a fare un’operazione abbastanza semplice che è quella di collegare il suono alla corrispondente lettera. Cosa si può fare?

  • Cercare una valutazione diagnostica appropriata;
  • Seguire strategie di aiuto che possano favorire l’apprendimento;
  • Affrontare questo disturbo, con un intervento specifico e individualizzato;
  • Discutere del problema con tutti gli insegnanti;
  • Evitare di cambiare classe al bambino;
  • Aiutare nei compiti per casa(es. leggergli a voce alta, ripetere insieme la materia da studiare);
  • Rinforzare il bambino in ogni successo anche minimo che ottiene. La mancanza di autostima creerebbe nel bambino un forte vissuto di frustrazione, il quale infatti si sente responsabile delle proprie difficoltà e ritiene che nessuno sia soddisfatto e contento di lui;
  • Evitare punizioni rispetto all’andamento scolastico, eliminando le ore di gioco e le attività sportive o di socializzazione nelle quali invece il bambino si sperimenta capace ed adeguato;
  • Fare delle pause anche brevi durante lo svolgimento dei compiti;
  • Supplire la lettura con altre fonti di informazione (audio, video, CD-Rom).

 

Non solo DSA: come si manifesta il Disturbo da deficit di Attenzione ed iperattività (ADHD)?

Il disturbo da Deficit di Attenzione non è un Disturbo Specifico di Apprendimento. Tuttavia è bene chiarire in cosa consiste, in modo da poter distinguere questa particolare condizione da un DSA. Quotidianamente gli insegnanti si confrontano con bambini che non riescono a stare seduti al proprio banco, a seguire con attenzione le spiegazioni della maestra, a non disturbare continuamente il proprio compagno. Un tempo questi bambini venivano considerati vivaci, ribelli, irrispettosi, ma dalla recente letteratura in campo psicologico e pedagogico si è compreso che molti alunni possono essere affetti da un disturbo specifico quale è la sindrome da Disturbo di Attenzione con iperattività o ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder):

  • non riescono ad ascoltare attentamente l’insegnante, si distraggono facilmente,
  • non sono in grado di rimanere ancorati agli stimoli ambientali per un tempo adeguato,
  • non riescono a pianificare la propria attività scolastica,
  • non rispettano il proprio turno nel gioco o in situazioni di gruppo,
  • mostrano un’incapacità più o meno grave a restare fermi,
  • si allontanano senza un apparente motivo dal proprio banco,
  • ricercano delle gratificazioni immediate.

È generalmente all’entrata nell’età scolare che si riscontrano tali problemi quando le regole scolastiche richiedono al bambino di saper controllare il proprio comportamento.

Le caratteristiche del disturbo da deficit di attenzione ed iperattività sono:

– la disattenzione: l’impossibilità a restare attenti;

– liperattività: l’impossibilità a stare fermi;

– l’impulsività: difficoltà a tenere a freno le proprie reazioni, dando le risposte prima che le domande siano state ultimate, difficoltà ad attendere il proprio turno.

 Bisogna evidenziare che in alcuni bambini si riscontra un quadro in cui predomina maggiormente l’impulsività, in altri la disattenzione, in altri ancora l’iperattività. Di solito i tre sintomi si presentano insieme. A questi si associano spesso difficoltà a sopportare le frustrazioni, comportamenti aggressivi, esplosioni improvvise di collera, scarsa autostima, sentimenti depressivi, elevato livello di ansia, problemi nella condotta, incapacità a confrontarsi con le proprie difficoltà, scarsa motivazione. Spesso i bambini con ADHD non ottengono successi e considerazioni positive neanche in ambito sportivo o nello svolgimento di altre discipline a causa della loro condotta irrequieta e agitata e della loro incapacità a seguire le regole prestabilite.

È necessario che tutte le persone, che interagiscono con i bambini con ADHD, sappiamo vedere e capire le motivazioni delle manifestazioni comportamentali di questi bambini, mettendo da parte le assurde e ingiustificate spiegazioni volte ad accusare e ferire i loro genitori, già tanto preoccupati e stressati per questa situazione.

Come scoprire se il bambino abbia veramente un Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) oppure se sia semplicemente irrequieto e con la testa tra le nuvole? Come per tutti gli altri disturbi evolutivi, il primo passo per poter aiutare veramente il bambino è una valutazione diagnostica accurata, effettuata da uno specialista come uno psicologo o neuropsichiatra infantile.

Secondo i dati della letteratura scientifica il trattamento ideale per l’ADHD è di tipo multimodale, cioè un trattamento che implica il coinvolgimento di scuola, famiglia e bambino stesso, oltre ad un intervento di tipo farmacologico (valutato di caso in caso).

A parte il discorso farmacologico, gli interventi che in Italia si potrebbero applicare riguardano gli aspetti psico-sociali. Si tratta di un intervento specifico di tipo cognitivo-comportamentale sul bambino e parent training per insegnare ai genitori a dare chiare istruzioni, a rinforzare positivamente i comportamenti accettabili, a ignorare alcuni comportamenti problematici, e a utilizzare in modo efficace le punizioni. La tradizione cognitiva e comportamentale ha consentito la messa a punto di alcuni programmi educativi e terapeutici che sono stati pubblicati anche nel nostro Paese, e altri sono in corso di preparazione.

 

Dott.ssa Silvia Del Pinto
Logopedista
Esperta in DSA, DGS e Autismo
Esperta in Riabilitazione Neuropsicologica dell’adulto
www.centroiltulipano.com