Passa al contenuto principale

Baby Blues e Depressione post-partum: lo stigma del non poter mai essere tristi

I giorni che seguono la nascita di un figlio, rappresentano una fase delicata nella vita di una donna, del suo compagno e del loro neonato. È uno dei passaggi più importanti all’interno di una coppia, definito come “il momento più felice”, ma porta con sé anche aspetti di criticità, che non bisogna sottovalutare. Coinvolge fattori emozionali, fisiologici, psicologici, attiva nuove relazioni e cambiamenti di ruolo, tutti elementi che influenzano la salute della mamma e del bambino, con conseguenze sul benessere dell’intero nucleo familiare.
There is not such a thing as an infant“, ovvero, “Non esiste il bambino come una cosa a sé” (Winnicott, 1940). Con queste parole, lo psicoanalista inglese Donald Winnicott, sintetizza il suo pensiero rispetto all’importanza, fin dall’inizio, degli scambi tra la madre-ambiente e il bambino. Secondo questi presupposti è chiaro, quanto la salute della madre e dell’ambiente giochino un ruolo determinante per uno sviluppo armonico del bambino.
Oggi, nonostante la grande attenzione data al periodo della gravidanza, vige ancora forte lo stigma nell’ammettere che ci si può sentire tristi, dopo aver dato alla luce un bambino. Le mamme sentono la pressione sociale di dover essere felici, per questa ragione non parlano dei propri sentimenti e anzi li vivono con enorme vergogna e solitudine. Una delle grandi opportunità, per arginare questo fenomeno è sicuramente l’informazione. Partiamo proprio cercando di far chiarezza su due condizioni, con caratteristiche simili, ma decorsi differenti. Parliamo di baby blues (o maternity blues) e di depressione post partum, termini molto usati e diffusi, ma che generano ancora confusione.

Cos’è il Baby Blues o il Maternity Blues?
È un disturbo piuttosto diffuso, ma transitorio e di lieve entità. Colpisce la grande maggioranza delle madri, il 60-80% e il suo esordio avviene nella prima settimana dopo il parto, di solito il terzo o quarto giorno dopo la nascita. In questa fase la donna ha un brusco calo ormonale, che incide molto sul tono emotivo. I sintomi riguardano: sentimenti di inadeguatezza nei confronti del neonato, sensazione di non sentirsi più sé stesse, irritabilità, tristezza, mancanza di concentrazione, labilità emotiva con crisi di pianto senza motivo apparente, difficoltà a dormire, perdita di appetito e calo ponderale. Possono perdurare fino a due, tre settimane ma tendono a scomparire spontaneamente con il passare dei giorni. Spesso le madri ignare di questa condizione, vanno in allarme, creando così uno stato di angoscia ancora più profondo, per questo è giusto sapere che è una condizione comune e del tutto passeggera.

Cos’è la Depressione post-partum?
La depressione post partum è una vera e propria condizione patologica, che rientra nei disturbi dell’umore e colpisce il 10-15% delle donne (Società italiana di Ginecologia e Ostetricia: SIGO, 2008). È uno stato che emerge più frequentemente dopo la nascita del primo figlio e insorge nelle quattro, sei settimane successive al parto. Secondo i dati del 2013 del Ministero della Salute, l’incidenza in Italia è prevalentemente nel primo trimestre dalla nascita del bambino.
Spesso i sintomi sono tenuti nascosti per motivi di vergogna, arrivando così a consultazione quando la sintomatologia risulta già conclamata. Il disturbo si manifesta con: un umore depresso, eccessiva preoccupazione, ansia, astenia, irritabilità; difficoltà a concentrarsi o prendere decisioni, sentimenti di colpa, disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia), disturbi dell’alimentazione, facile faticabilità, perdita di interesse e piacere anche nelle attività quotidiane e pensieri pessimistici.
Alcune madri, inoltre, sentono il bambino come un peso, hanno difficoltà a tollerare le emozioni ambivalenti o negative nei confronti del piccolo oppure ad accudirlo e a rispondere ai suoi bisogni fisici e relazionali, con un conseguente sentimento di inadeguatezza e di colpa. Tale disturbo ha un impatto sulla donna, sul bambino, sulla coppia e soprattutto sulla relazione madre-bambino. Per questo, risulta fondamentale poterne parlare liberamente e avere il coinvolgimento e il sostegno da parte dei familiari.

Che differenza c’è tra le due condizioni e come distinguerle?
Il Baby Blues:
– si manifesta nella prima settimana dopo il parto;
– i sintomi sono transitori e vanno in remissione completamente entro circa 15 giorni dopo il parto;
– causato principalmente dalle sollecitazioni psicologiche ed ormonali (cali di estrogeno e progesterone);
– non ha conseguenze sulla relazione madre-bambino;
– non è previsto un intervento specifico, di solito basta aspettare che i sintomi vadano in remissione spontanea dopo qualche settimana. Qualora se ne sentisse la necessità è consigliabile una consulenza psicologica di sostegno, per affrontare nel modo migliore il periodo difficile, anche se transitorio.

La Depressione Post-partum:
– si manifesta nelle quattro, sei settimane dopo il parto;
– i sintomi sono patologici e più gravi, persistono oltre i 10-15 giorni e compromettono il funzionamento della mamma;
– disturbo psicologico ad eziologia multifattoriale: variabili biologiche, ambientali e psicosociali;
– produce una limitazione nell’espressione dell’affettività, c’è la tendenza ad interpretare negativamente il comportamento del bambino e una ridotta responsività ai suoi segnali, interferendo in modo significativo sulle funzioni di accudimento genitoriale;
– in questa situazione bisogna contattare uno specialista è progettare l’intervento più indicato. È necessario di solito un intervento multidisciplinare: un percorso psicoterapeutico integrato ad un trattamento farmacologico, soprattutto se i sintomi sono di notevole gravità.

Quali consigli si possono dare? Quali gli errori da evitare?
È importante la capacità di resilienza della donna in primis, ma le figure che vivono in stretta relazione con la mamma hanno un ruolo molto importante. Possono accorgersi di cambiamenti nel comportamento e nell’umore ed intervenire, qualora la donna non riuscisse a chiedere aiuto da sola. Sono una grande risorse per la mamma, possono offrire un sostegno emotivo, validando i suoi vissuti e concreto nella gestione del bambino e della casa. Bisogna evitare di sminuire il malessere e di criticare il comportamento della donna, tali atteggiamenti potrebbero farla sentire ancora più in colpa e inadeguata, aggravando la sintomatologia.
Detto ciò la cosa più importante, se i sintomi dovessero peggiorare e far sospettare una depressione è chiedere aiuto ad uno specialista, senza pensare che sia una cosa vergognosa o eccessiva, ma anzi una scelta responsabile per il benessere di tutti, soprattutto della mamma e del piccolo. Intervenire tempestivamente vuol dire non far perdere alla mamma dei momenti molto importanti, vuol dire aiutare la relazione tra questa e il bambino ed evitare conseguenze negative nello sviluppo. Dobbiamo iniziare a pensare alla maternità non solo come momento di estrema gioia, ma anche come momento che può portare a stare male. Sapere di potersi sentire così, che è possibile, consente di ridurre il senso di solitudine e vergogna e anzi, di chiedere più facilmente aiuto.

Dott.ssa Roberta Mattone
Psicologa clinica
www.centroiltulipano.com

Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA)

Gli anni dell’educazione scolastica si inseriscono in un periodo di crescita dell’individuo di per sé già molto complesso in cui si vanno ad affollare nuove conoscenze ed esperienze fondamentali per lo sviluppo. In particolare, in questa fase, la scuola riveste un ruolo tutt’altro che marginale non solo perché fornisce gli insegnamenti formali necessari per un funzionale inserimento all’interno della società, ma anche perché attraverso gli stessi insegnamenti o mediante la cornice che essa crea, contribuisce alla strutturazione della personalità e delle ambizioni per la realizzazione futura.

Sempre più spesso negli ultimi anni si sente parlare di Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), la cui diagnosi spesso è preceduta dalla descrizione di quadri di bassi rendimenti scolastici. Per quanto affermato finora, gli scarsi risultati conseguiti nell’ambiente di formazione hanno dunque la possibilità di tradursi nella riduzione della realizzazione delle proprie potenzialità sociali e lavorative.

La rilevanza dell’argomento presentato è dovuta dunque alle conseguenze che questi disturbi determinano a livello individuale e anche alla prevalenza con cui si presentano (oscillante tra il 2,5 e il 3,5% della popolazione in età evolutiva per la lingua italiana). Per queste ragioni è necessario che i servizi sanitari specialistici e la scuola siano in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni dei soggetti con DSA, favorendo la piena espressione delle loro potenzialità e garantendo la possibilità di apprendere, scopo primario dell’istituzione scolastica.

Lo scopo di questo testo è dunque quello di fornire degli elementi di conoscenza di base dei DSA e delle diverse possibilità di apprendimento, mirando alla promozione della diffusione della conoscenza sull’argomento.

La Consensus Conference, tenutasi a Roma il 6 e 7 dicembre del 2010, ha visto il confronto dei maggiori esperti che hanno redatto un documento di consenso volto a definire l’argomento, formulando raccomandazioni per la migliore prassi clinica, ove le prove scientifiche a disposizione si siano rivelate sufficienti. Secondo i dati della Consensus, i Disturbi Specifici di Apprendimento interessano la condizione clinica evolutiva di difficoltà di apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo che si ha in soggetti con intelligenza nella norma e che si manifesta all’inizio della scolarizzazione. Si distinguono in genere le seguenti condizioni cliniche:

  • dislessia cioè disturbo della lettura;
  • disortografia cioè disturbo della scrittura (intesa come abilità di trasferimento suono-segno grafico e di competenza ortografica);
  • disgrafia cioè disturbo nella grafia (intesa come abilità grafo-motoria);
  • discalculia cioè disturbo delle abilità di numero e di calcolo.

La diagnosi di dislessia, disortrografia e disgrafia è possibile al termine della seconda classe della scuola primaria ossia quando si considerano presentati gli insegnamenti riguardo queste specifiche abilità. Per la diagnosi di discalculia è invece necessario aspettare la fine della terza classe della scuola primaria, momento considerato migliore per identificare eventuali difficoltà delle abilità numeriche e di calcolo, al termine degli insegnamenti formali che in genere permettono lo sviluppo di queste competenze. Avvisaglie rispetto la possibilità di difficoltà di apprendimento sono riconoscibili anche prima del momento considerato opportuno per la diagnosi. In questi casi, la messa in atto di interventi di prevenzione specifici è considerato dagli esperti fattore prognostico positivo, potendo potenziare le aree deboli e permettendo il riallineamento con gli altri discenti oppure, in caso di effettivo disturbo specifico, mirando alla riduzione degli effetti del disturbo stesso.

La diagnosi è seguita dalla formulazione da parte di un team clinico multiprofessionale e multidisciplinare di un progetto di intervento condiviso con le famiglie e con gli insegnanti al fine di integrare programmi educativi e interventi specifici, mantenendo l’obiettivo primario per il bambino/adolescente che è apprendere.

È opportuno dunque chiarire come avviene l’apprendimento. Esistono dei fattori chiave che influenzano il processo di apprendimento che non sono isolati tra loro, ma interagiscono come parte integrante di un processo dinamico in continuo sviluppo. Un cambiamento di uno di loro, influenza l’intero sistema.

Uno tra questi fattori è sicuramente l’insegnante che si pone tra lo studente e il compito, stimolando il trasferimento di conoscenze attraverso la presentazione di stimoli selezionati e promuovendo l’attivazione di un processo che porti il discente ad imparare ad imparare attraverso lo sviluppo di strategie e abilità. Altro fattore dell’apprendimento è sicuramente lo studente che interpreta il compito in modi che gli sono propri e traendone apprendimenti. Si ha poi il compito che costituisce l’interfaccia tra studente e insegnante. Tutti questi fattori possono inoltre essere influenzati dal contesto che riguarda il bambino/ragazzo, ossia il suo ambiente di vita, il suo stato emotivo, tutto ciò che ruota intorno a lui e che può allo stesso tempo sostenerlo oppure ostacolarlo.

È necessario anche considerare e ricordare che l’apprendimento può avvenire sfruttando diversi canali e che qualsiasi esperienza può costituire un apprendimento. Vi sono cinque sensi attraverso i quali apprendere (vista; udito; tatto; olfatto; gusto) e tutti dunque possono costituire un canale che realizza il nostro apprendimento. È opportuno ricordare ciò perché un ragazzo con dislessia può avere difficoltà ad apprendere sfruttando il canale visivo, ma una stessa conoscenza può essere appresa sfruttando il canale uditivo, ascoltando dunque quanto avrebbe dovuto leggere (con una sintesi vocale, ad esempio).

In una visione di apprendimento accessibile a tutti, i bambini/ragazzi con DSA possono essere considerati dunque come soggetti che apprendono in maniera diversa da quello che viene considerato lo standard nelle scuole. Per gli stessi devono essere garantite le stesse possibilità di apprendimento degli altri studenti, valorizzando i loro punti di forza. Le direttive della legge n°170 del 2010 tutelano proprio questi aspetti. L’intervento educativo e clinico mira dunque a favorire l’apprendimento attraverso tutti i canali che si rivelano più utili e funzionali per il bambino o per il ragazzo stesso.

In conclusione, “lavorare con un ragazzo con DSA non significa intervenire unicamente sulle sue difficoltà di lettura, scrittura e calcolo per migliorare le abilità strumentali. Tutt’altro: è fondamentale mantenere uno sguardo d’insieme sulle implicazioni funzionali delle sue caratteristiche di apprendimento per permettergli di adottare le strategie e gli strumenti più idonei a raggiungere la massima autonomia possibile” (Verni, 2014).

 

Dott.ssa Marta Tedeschi

Logopedista, Segnante Lis

Esperta in DSA e ADHD

http://www.centroiltulipano.com

Cutting: condotte autolesive in adolescenza. Come riconoscerlo e cosa fare.

Con il termine “autolesionismo” si intendono tutti quei comportamenti di attacco intenzionale al proprio corpo o a parti di esso. Il cutting (in italiano “taglio”)  è una condotta autolesiva e come tale riguarda si inserisce all’estremo di un continuum che va dai tatuaggi, ai piercing, alle marchiature, alle bruciature e ogni lesione cutanea autoindotta. Soprattutto in adolescenza, rappresenta un fenomeno molto diffuso e complesso da decodificare e sollecita una intensa preoccupazione nei genitori, spesso sorpresi e spaventati dalla scoperta delle condotte del figlio. Per capire meglio questo fenomeno è necessario comprendere cosa accade all’adolescente in questa fase di sviluppo, per poter valutare in modo specifico quale funzione, nell’economia psichica di un ragazzo, ad un particolare punto del suo sviluppo psichico, in una data famiglia e in una specifica cultura, rappresenta l’uso del linguaggio del cutting.

Durante l’adolescenza, infatti, le emozioni si amplificano e mutano. Per questo motivo, la tendenza d “agire” può rappresentare una modalità della mente per elaborare una realtà interna ricca di continui cambiamenti, instabile e, talvolta, inquietante. La condotta autolesiva può dare l’impressione di poter gestire stati emotivi particolarmente intensi come la rabbia, la frustrazione, la vergogna, il vuoto, la tensione, l’ansia e le situazioni stressanti. Dunque è possibile che la condotta autolesiva venga usata per trasformare uno stato psichico in uno fisico, più controllabile e gestibile.

Ci si sente incompresi dal mondo degli adulti, che sono sentiti come distanti e diversi, con cui è difficile poter comunicare. Il tagliarsi è un messaggio non verbale che esprime una sofferenza, difficilmente esprimibile in altri modi ma che può essere rappresentata sulla propria pelle. E’ un linguaggio per trasmettere qualcosa che non si riesce a comunicare con le parole.

L’identità si consolida e spesso i ragazzi cercano la loro identità attraverso il continuo mutare della loro apparenza, al contempo però ricercando l’appartenenza. Il complesso senso della nostra identità è in stretta relazione con lo sguardo dell’altro su di noi. Riuscire a sentirsi unici a tutti i costi anche attraverso un’originalità negativa alimenta la fantasia di emergere dalla massa, che viene sentita di per sé annullante. Tagliarsi caratterizza un’identità unica e controcorrente e contemporaneamente è appartenenza a quel gruppo che mette in atto quella stessa pratica.

Si riattivano e si rielaborano esperienze relative alla primissima infanzia, quando i canali sensoriali, tra cui la pelle, rappresentavano il terreno di scambio con il mondo esterno. Proprio la pelle è l’interfaccia e il confine tra l’interno e l’esterno, è il “luogo” dove possono generarsi contemporaneamente percezioni interne ed esterne, dove si supera la contrapposizione tra mente e corpo. Il cutting ridefinisce i confini del corpo, differenziando il Sé dall’altro; il sangue che scorre dalle ferite rappresenta la prova che dentro il corpo c’è vita.

Il ferirsi è uno strumento per trasformare esperienze che vengono vissute passivamente, subìte o imposte in qualcosa di attivo, per ribaltare il senso di impotenza. Tagliarsi può dare un senso di sollievo, come se dalle ferite fuoriuscissero tutti i sentimenti penosi che si accumulano nella mente; è l’espressione su e di un corpo contemporaneamente amato e odiato. Tagliarsi può sembrare essere una strategia efficace per affrontare i tanti ostacoli di questa fase.

 

Indicatori di rischio 

Spesso si rimane sorpresi o scioccati quando si scopre il fenomeno, spesso ci sente in colpa per non essersi accorti prima di quello che stava succedendo. Come riconoscere una condotta autolesiva in un amico, o in un figlio?

–          Condotte di isolamento, come passare molto tempo nella propria cameretta o in bagno;

–          Rifiuto di andare al mare o altre situazioni in cui il corpo è esposto;

–          Indossare esclusivamente indumenti coprenti (es. maniche lunghe anche nelle stagioni calde); numerosi braccialetti che coprono i polsi o altri accessori,

–          Possesso di oggetti taglienti come lamette, forbicine, rasoi, aghi anche in contesti non adeguati;

–          Irritabilità e umore depresso e/o cambi repentini di umore per cui si passa da uno stato di forte nervosismo a uno stato di tranquillità;

–          Presenza di macchie di sangue sulle lenzuola o sugli asciugamani, poiché le ferite non si rimarginano in fretta.

 

Cosa fare?

In questi casi è importante non giudicare, ma accogliere la sofferenza e offrire sostegno, evitando di minimizzare o negare la difficoltà del/la ragazzo/a. Il problema non va sottovalutato, poiché non sempre si tratta di “fasi” che passeranno o di problematiche che si risolveranno da sole. E’ molto importate anche per il gruppo dei pari e degli amici, tenere a mente che rimanere in silenzio significa in parte “dare il permesso” di continuare; chiedere aiuto ad un professionista competente o a un adulto di fiducia costituisce la strada migliore per la risoluzione della problematica.

Usare il ricatto non è utile, poiché il comportamento autolesivo sarà sostituito da un altro sintomo che possa esprimere quella stessa sofferenza rimasta inascoltata (abuso di alcool o droghe, condotte antisociali, psicopatologia ecc).

La consulenza psicologica e la psicoterapia sono il trattamento di elezione per aiutare l’adolescente che ha scelto il self-cutting per esprimere la sofferenza; in primis perché è un contesto in cui le emozioni vengono esplorate e non agite su sé stessi o sugli altri, aprendo il canale espressivo delle parole, in secondo luogo perché è nella prima infanzia, che vanno trovate le radici di questa pratica autolesiva, e dunque è necessario un lavoro nel profondo.

Spesso è auspicabile affiancare un sostegno genitoriale o familiare, per aiutare l’intero contesto a gestire il fenomeno ma anche ad affrontare una sofferenza che spesso appartiene a più di un membro ma viene espressa da uno solo che, a costo di un sacrificio, lancia un segnale di aiuto.

 

Dott.ssa Giulia Cimarelli

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Consulenza e Sostegno Individuale e Familiare

http://www.centroiltulipano.com

Alimentazione in gravidanza: cosa favorire e cosa evitare?

La gravidanza è un stato fisiologico della vita di una donna in cui un’alimentazione equilibrata risulta essere la chiave per garantire il miglior stato di salute per la mamma ed il piccolo.

Prima di iniziare a parlare di quale siano i principali accorgimenti da considerare nei tre trimestri che ci accompagnano al momento del parto, facciamo un passo indietro e spendiamo qualche parola su quello che viene comunemente chiamato “periodo pre-concezionale”. Si intende con questo termine il tempo che intercorre tra il momento in cui la donna è aperta alla procreazione ed il momento del concepimento. Un periodo dunque non sempre definibile con precisione, soprattutto nei casi in cui la gravidanza non sia programmata, nel quale però le scelte della futura mamma risultano molto importanti per il futuro sviluppo fetale. Generalmente non si è a conoscenza nello stato gravidico prima della terza settimana dal concepimento, per tale ragione vengono raccomandati in maniera generalizzata, a tutta la popolazione femminile in età fertile, alcuni comportamenti preventivi.

Il primo accorgimento riguarda il peso corporeo. È infatti consigliato intraprendere una gravidanza in condizioni di normopeso, generalmente questo vuol dire ricadere in un indice di massa corporea (IMC, rapporto tra peso in kg e statura in metri elevata al quadrato) compreso nell’intervallo tra 18,5-24,9. Una condizione materna di sovrappeso o obesità ad inizio gravidanza è, infatti, associata ad un maggior rischio per il bambino di basso/alto peso alla nascita e di sviluppare in futuro malattie cardiovascolari ed obesità.

In secondo luogo nel periodo precedente il concepimento è raccomandato un supplemento di 400 microgrammi/die di acido folico, in aggiunta ai folati naturalmente assunti con l’alimentazione quotidiana (se ricca di con verdure a foglia verde come carciofi, broccoli, asparagi, spinaci, lattuga e legumi come fagioli, ceci). La motivazione per una raccomandazione di questo tipo nasce dal fatto che fisiologicamente il tubo neurale nell’embrione si chiude intorno al 28° giorno di gestazione ed i folati costituiscono una vitamina essenziale per garantirne un corretto sviluppo. Per raggiungere un livello plasmatico di folatemia ottimale al momento del concepimento, tale da ridurre il rischio di spina bifida o di altre patologie del tubo neurale alla nascita, la supplementazione dovrebbe coprire in maniera continuativa e costante almeno i tre mesi precedenti la gravidanza.

Per la stessa motivazione, ovvero per garantire un’adeguata formazione della ghiandola tiroidea, è bene evitare carenze di iodio già nel periodo precedente la gravidanza. Una delle strategie per incrementare l’introito di questo micronutriente è l’utilizzo del sale iodato, come suggerito dalle Linee Guida del Ministero della Salute.

In ultimo sarebbe auspicabile limitare, e preferibilmente eliminare, il consumo di alcol, non eccedendo comunque la soglia di un’unità alcolica giornaliera (es. 1 bicchiere di vino da  ml, o un boccale di birra da 330 ml), come indicato dalle Linee Guida Nazionali.

Quando invece la gravidanza è già in atto, qual è l’alimentazione più adeguata da seguire?

La frase più comune detta ad una mamma in dolce attesa è: “mi raccomando, ora devi mangiare per due!”. In realtà non è proprio così, l’incremento energetico, necessario a partire dal secondo trimestre, è modesto (circa 400 kcal/die in più) e deve avere come obiettivo un incremento di peso graduale e non eccessivo nel corso dei nove mesi. In particolare le ultime Linee Guida dello IOM (Institute of Medicine) suggeriscono un differente incremento ponderale a seconda dello stato nutrizionale di partenza della gestante.

In condizioni inziali di sottopeso (IMC<18.5) ci si auspica un incremento totale dai 12,5 ai 18 kg; se partiamo invece da una condizione di normopeso (IMC tra 18.5 e 24.9) l’incremento ponderale dovrebbe oscillare tra 11,5 e 16 kg; in caso di sovrappeso l’aumento dovrebbe essere compreso tra 7 e 11,5 kg; infine se la futura mamma parte da una condizione di obesità non dovrebbe acquistare più di 5-9 kg.

Il regime alimentare più indicato in stato “interessante” non si discosta in realtà da quello della popolazione generale e fa riferimento al modello mediterraneo, ripartito in maniera equilibrata in termini di macronutrienti. È importante dunque: garantire il giusto apporto di carboidrati complessi, come pane, pasta, cereali a chicco, da preferire integrali, nei tre pasti principali; rispettare le 5 porzioni giornaliere di frutta e verdura; evitare dolci e bevande zuccherate; bere almeno 2 litri di acqua al giorno; alternare le fonti proteiche di origine animale e vegetale, con una particolare attenzione positiva al consumo di pesce e frutta secca per il loro contenuto in omega 3, importanti per il corretto sviluppo cerebrale.

In particolare vengono raccomandate 2-3 porzioni di pesce a settimana, fino ad un massimo di 4. È bene preferire alimenti freschi/surgelati a quelli in scatola e pesci di taglia piccola, come alici, sardine, sogliole, per il minor contenuto di mercurio rispetto a quelli di taglia grande (come tonno e pesce spada), che andrebbero limitati (massimo 1 porzione di 100g a settimana).

Infine, cosa evitare?

In primo luogo si consiglia in maniera assoluta di abolire il consumo di alcol, che mette a rischio il coretto sviluppo fetale ed ha come manifestazione più grave la cosiddetta sindrome feto-alcolica. In aggiunta per ridurre il rischio di tossinfezioni, è bene evitare carni, uova e pesci crudi o poco cotti, latte non pastorizzato, formaggi freschi e formaggi da latte crudo, piatti caldi pronti. Per assicurare un minor rischio di tossinfezioni è bene: lavare sempre le mani e le superfici in cucina; tenere separati carne cruda e cibi pronti da mangiare che non necessitano di cottura; cucinare bene gli alimenti in modo tale da raggiungere la giusta temperatura interna.

Per maggiori informazioni www.pensiamociprima.net, www.primadellagravidanza.it, http://www.salute.gov.it/portale/salute/p1_5.jsp?id=110&area=Vivi_sano 

 

Dott.ssa Giulia Cinelli

Biologa Nutrizionista

Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

www.centroiltulipano.com

 

Le nuove forme di disagio alimentare: ortoressia, bigoressia e drunkoressia

Il disagio psicologico non è mai stato una dimensione stabile nel tempo ma ha sempre assunto forme e contorni diversificati, a seconda delle richieste provenienti dal mondo circostante e, di conseguenza, da se stessi. Ciò è ancor più vero quando soffermiamo lo sguardo sull’adolescenza, un periodo delicato e difficile per ognuno, perché terreno di cambiamenti importanti sia sul piano psicologico che su quello fisico.

Negli ultimi anni, per esempio, accanto alle forme più tradizionali di Disturbi Alimentari, come le ormai tristemente note Anoressia e Bulimia Nervosa, gli esperti hanno evidenziato nuove forme di disagio alimentare che, seppur più rare, non risultano per questo meno pericolose. Si tratta di disturbi ancora non totalmente riconosciuti dalla comunità scientifica medica, tuttavia tali comportamenti sono così diffusi da dover richiamare l’attenzione di quanti, medici, familiari o amici, si trovano a contatto con essi perché presentano un elevato rischio di convertirsi in veri e propri disturbi alimentari.

Ma di quali comportamenti stiamo parlando e in cosa si distinguono dalle forme più tradizionali?

L’ortoressia (dal greco orto e orexis, sano e appetito) è l’atteggiamento di chi prova una sorta di ossessione per i cibi giusti e a differenza di chi soffre di anoressia o bulimia che è ossessionato dalla quantità, la preoccupazione dell’ortoressico è la qualità del cibo. Per paura di essere contaminato, deve poter accertarsi che l’alimento è sano, puro e attivo nella prevenzione delle malattie e per rispettare ciò, si impone un regime talmente rigoroso da esporsi paradossalmente al rischio di carenze nutrizionali gravi e quindi a danni dovuti alla drastica riduzione di vitamine e sali minerali (avitaminosi e osteoporosi). I pasti sono scrupolosamente programmati e controllati, affinchè ogni ingrediente sia conosciuto e questo ha conseguenze anche sul piano sociale e lavorativo.

Il soggetto ortoressico non è disposto ad adattarsi ma deve acquistare, controllare e cucinare solo cibi sani, tanto da portare con sé cibi pronti e stoviglie personali se costretto a consumare i pasti fuori casa. Non sono presenti paura di ingrassare e insoddisfazione per il proprio corpo, ma è spesso presente in queste persone isolamento sociale e un sentimento di superiorità rispetto a chi non mangia come loro.

La bigoressia, invece, è la preoccupazione di essere troppo deboli o magri e riguarda soprattutto i ragazzi in età adolescenziale o giovane adulta. A differenza della paziente anoressica, che si vede grassa pur essendo gravemente in sottopeso, il soggetto bigoressico si vede sempre magro e debole anche quando ha raggiunto un fisico molto atletico. Tale insoddisfazione si ripercuote inevitabilmente sul tono dell’umore, che risulta tendenzialmente deflesso, e  può spingere il soggetto ad assumere ormoni androgeni, farmaci anabolizzanti e sostanze ergogeniche illecite, con rischio di grave compromissione epatica e renale. Infine, sono possibili anche ripercussioni sulla capacità lavorativa.

Infine, c’è la drunkoressia, un nuovo pericoloso comportamento alimentare emergente tra gli adolescenti che riguarda il digiuno prolungato durante il giorno per poter “risparmiare” calorie e arrivare ad assumere ingenti quantità di alcolici all’ora dell’aperitivo. In questo caso, la volontà di dimagrire non è fine a se stessa (come sembra essere per la paziente anoressica), ma è strumentale all’assunzione di alcol. L’alcol diventa così uno strumento per integrarsi socialmente, per non avvertire il senso della fame e, in alcuni casi, anche per indurre il vomito. Ai danni tipici dell’anoressia si sommano i rischi derivanti dall’abuso di alcolici, cioè epatopatia, neuropatia periferica e danni al sistema nervoso centrale.

Se da una parte l’esordio dei disturbi è sempre più precoce, dall’altra la diagnosi arriva troppo spesso tardi. È ormai noto che riuscire a intercettare i casi di recente insorgenza è la strategia più efficace per risolverli, ma non sempre è facile intuire cosa si nasconde dietro a un comportamento insolito o ad una restrizione alimentare. È importante, però, essere attenti non solo ai cambiamenti nella dieta dei figli, ma anche al disagio dovuto a una non accettazione del proprio corpo. Spesso, infatti, ci sono problemi di autostima che spingono, soprattutto le donne giovani, a cercare nella magrezza una via per sentirsi accettate.

Le cause possono essere molteplici: un momento di difficoltà familiare, l’adesione a modelli di efficienza e magrezza provenienti dal mondo esterno, una predisposizione individuale. Tuttavia, è importante identificare i comportamenti a rischio precocemente e, in caso di dubbio, richiedere una consulenza specifica, prima che questi comportamenti possano sfociare in veri e propri disturbi alimentari.

 

Dott.ssa Michela Criscuolo

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Valutazione Psicodiagnostica clinica e peritale

http://www.centroiltulipano.com