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Tag: frascati

Cutting: condotte autolesive in adolescenza. Come riconoscerlo e cosa fare.

Con il termine “autolesionismo” si intendono tutti quei comportamenti di attacco intenzionale al proprio corpo o a parti di esso. Il cutting (in italiano “taglio”)  è una condotta autolesiva e come tale riguarda si inserisce all’estremo di un continuum che va dai tatuaggi, ai piercing, alle marchiature, alle bruciature e ogni lesione cutanea autoindotta. Soprattutto in adolescenza, rappresenta un fenomeno molto diffuso e complesso da decodificare e sollecita una intensa preoccupazione nei genitori, spesso sorpresi e spaventati dalla scoperta delle condotte del figlio. Per capire meglio questo fenomeno è necessario comprendere cosa accade all’adolescente in questa fase di sviluppo, per poter valutare in modo specifico quale funzione, nell’economia psichica di un ragazzo, ad un particolare punto del suo sviluppo psichico, in una data famiglia e in una specifica cultura, rappresenta l’uso del linguaggio del cutting.

Durante l’adolescenza, infatti, le emozioni si amplificano e mutano. Per questo motivo, la tendenza d “agire” può rappresentare una modalità della mente per elaborare una realtà interna ricca di continui cambiamenti, instabile e, talvolta, inquietante. La condotta autolesiva può dare l’impressione di poter gestire stati emotivi particolarmente intensi come la rabbia, la frustrazione, la vergogna, il vuoto, la tensione, l’ansia e le situazioni stressanti. Dunque è possibile che la condotta autolesiva venga usata per trasformare uno stato psichico in uno fisico, più controllabile e gestibile.

Ci si sente incompresi dal mondo degli adulti, che sono sentiti come distanti e diversi, con cui è difficile poter comunicare. Il tagliarsi è un messaggio non verbale che esprime una sofferenza, difficilmente esprimibile in altri modi ma che può essere rappresentata sulla propria pelle. E’ un linguaggio per trasmettere qualcosa che non si riesce a comunicare con le parole.

L’identità si consolida e spesso i ragazzi cercano la loro identità attraverso il continuo mutare della loro apparenza, al contempo però ricercando l’appartenenza. Il complesso senso della nostra identità è in stretta relazione con lo sguardo dell’altro su di noi. Riuscire a sentirsi unici a tutti i costi anche attraverso un’originalità negativa alimenta la fantasia di emergere dalla massa, che viene sentita di per sé annullante. Tagliarsi caratterizza un’identità unica e controcorrente e contemporaneamente è appartenenza a quel gruppo che mette in atto quella stessa pratica.

Si riattivano e si rielaborano esperienze relative alla primissima infanzia, quando i canali sensoriali, tra cui la pelle, rappresentavano il terreno di scambio con il mondo esterno. Proprio la pelle è l’interfaccia e il confine tra l’interno e l’esterno, è il “luogo” dove possono generarsi contemporaneamente percezioni interne ed esterne, dove si supera la contrapposizione tra mente e corpo. Il cutting ridefinisce i confini del corpo, differenziando il Sé dall’altro; il sangue che scorre dalle ferite rappresenta la prova che dentro il corpo c’è vita.

Il ferirsi è uno strumento per trasformare esperienze che vengono vissute passivamente, subìte o imposte in qualcosa di attivo, per ribaltare il senso di impotenza. Tagliarsi può dare un senso di sollievo, come se dalle ferite fuoriuscissero tutti i sentimenti penosi che si accumulano nella mente; è l’espressione su e di un corpo contemporaneamente amato e odiato. Tagliarsi può sembrare essere una strategia efficace per affrontare i tanti ostacoli di questa fase.

 

Indicatori di rischio 

Spesso si rimane sorpresi o scioccati quando si scopre il fenomeno, spesso ci sente in colpa per non essersi accorti prima di quello che stava succedendo. Come riconoscere una condotta autolesiva in un amico, o in un figlio?

–          Condotte di isolamento, come passare molto tempo nella propria cameretta o in bagno;

–          Rifiuto di andare al mare o altre situazioni in cui il corpo è esposto;

–          Indossare esclusivamente indumenti coprenti (es. maniche lunghe anche nelle stagioni calde); numerosi braccialetti che coprono i polsi o altri accessori,

–          Possesso di oggetti taglienti come lamette, forbicine, rasoi, aghi anche in contesti non adeguati;

–          Irritabilità e umore depresso e/o cambi repentini di umore per cui si passa da uno stato di forte nervosismo a uno stato di tranquillità;

–          Presenza di macchie di sangue sulle lenzuola o sugli asciugamani, poiché le ferite non si rimarginano in fretta.

 

Cosa fare?

In questi casi è importante non giudicare, ma accogliere la sofferenza e offrire sostegno, evitando di minimizzare o negare la difficoltà del/la ragazzo/a. Il problema non va sottovalutato, poiché non sempre si tratta di “fasi” che passeranno o di problematiche che si risolveranno da sole. E’ molto importate anche per il gruppo dei pari e degli amici, tenere a mente che rimanere in silenzio significa in parte “dare il permesso” di continuare; chiedere aiuto ad un professionista competente o a un adulto di fiducia costituisce la strada migliore per la risoluzione della problematica.

Usare il ricatto non è utile, poiché il comportamento autolesivo sarà sostituito da un altro sintomo che possa esprimere quella stessa sofferenza rimasta inascoltata (abuso di alcool o droghe, condotte antisociali, psicopatologia ecc).

La consulenza psicologica e la psicoterapia sono il trattamento di elezione per aiutare l’adolescente che ha scelto il self-cutting per esprimere la sofferenza; in primis perché è un contesto in cui le emozioni vengono esplorate e non agite su sé stessi o sugli altri, aprendo il canale espressivo delle parole, in secondo luogo perché è nella prima infanzia, che vanno trovate le radici di questa pratica autolesiva, e dunque è necessario un lavoro nel profondo.

Spesso è auspicabile affiancare un sostegno genitoriale o familiare, per aiutare l’intero contesto a gestire il fenomeno ma anche ad affrontare una sofferenza che spesso appartiene a più di un membro ma viene espressa da uno solo che, a costo di un sacrificio, lancia un segnale di aiuto.

 

Dott.ssa Giulia Cimarelli

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Consulenza e Sostegno Individuale e Familiare

http://www.centroiltulipano.com

Le nuove forme di disagio alimentare: ortoressia, bigoressia e drunkoressia

Il disagio psicologico non è mai stato una dimensione stabile nel tempo ma ha sempre assunto forme e contorni diversificati, a seconda delle richieste provenienti dal mondo circostante e, di conseguenza, da se stessi. Ciò è ancor più vero quando soffermiamo lo sguardo sull’adolescenza, un periodo delicato e difficile per ognuno, perché terreno di cambiamenti importanti sia sul piano psicologico che su quello fisico.

Negli ultimi anni, per esempio, accanto alle forme più tradizionali di Disturbi Alimentari, come le ormai tristemente note Anoressia e Bulimia Nervosa, gli esperti hanno evidenziato nuove forme di disagio alimentare che, seppur più rare, non risultano per questo meno pericolose. Si tratta di disturbi ancora non totalmente riconosciuti dalla comunità scientifica medica, tuttavia tali comportamenti sono così diffusi da dover richiamare l’attenzione di quanti, medici, familiari o amici, si trovano a contatto con essi perché presentano un elevato rischio di convertirsi in veri e propri disturbi alimentari.

Ma di quali comportamenti stiamo parlando e in cosa si distinguono dalle forme più tradizionali?

L’ortoressia (dal greco orto e orexis, sano e appetito) è l’atteggiamento di chi prova una sorta di ossessione per i cibi giusti e a differenza di chi soffre di anoressia o bulimia che è ossessionato dalla quantità, la preoccupazione dell’ortoressico è la qualità del cibo. Per paura di essere contaminato, deve poter accertarsi che l’alimento è sano, puro e attivo nella prevenzione delle malattie e per rispettare ciò, si impone un regime talmente rigoroso da esporsi paradossalmente al rischio di carenze nutrizionali gravi e quindi a danni dovuti alla drastica riduzione di vitamine e sali minerali (avitaminosi e osteoporosi). I pasti sono scrupolosamente programmati e controllati, affinchè ogni ingrediente sia conosciuto e questo ha conseguenze anche sul piano sociale e lavorativo.

Il soggetto ortoressico non è disposto ad adattarsi ma deve acquistare, controllare e cucinare solo cibi sani, tanto da portare con sé cibi pronti e stoviglie personali se costretto a consumare i pasti fuori casa. Non sono presenti paura di ingrassare e insoddisfazione per il proprio corpo, ma è spesso presente in queste persone isolamento sociale e un sentimento di superiorità rispetto a chi non mangia come loro.

La bigoressia, invece, è la preoccupazione di essere troppo deboli o magri e riguarda soprattutto i ragazzi in età adolescenziale o giovane adulta. A differenza della paziente anoressica, che si vede grassa pur essendo gravemente in sottopeso, il soggetto bigoressico si vede sempre magro e debole anche quando ha raggiunto un fisico molto atletico. Tale insoddisfazione si ripercuote inevitabilmente sul tono dell’umore, che risulta tendenzialmente deflesso, e  può spingere il soggetto ad assumere ormoni androgeni, farmaci anabolizzanti e sostanze ergogeniche illecite, con rischio di grave compromissione epatica e renale. Infine, sono possibili anche ripercussioni sulla capacità lavorativa.

Infine, c’è la drunkoressia, un nuovo pericoloso comportamento alimentare emergente tra gli adolescenti che riguarda il digiuno prolungato durante il giorno per poter “risparmiare” calorie e arrivare ad assumere ingenti quantità di alcolici all’ora dell’aperitivo. In questo caso, la volontà di dimagrire non è fine a se stessa (come sembra essere per la paziente anoressica), ma è strumentale all’assunzione di alcol. L’alcol diventa così uno strumento per integrarsi socialmente, per non avvertire il senso della fame e, in alcuni casi, anche per indurre il vomito. Ai danni tipici dell’anoressia si sommano i rischi derivanti dall’abuso di alcolici, cioè epatopatia, neuropatia periferica e danni al sistema nervoso centrale.

Se da una parte l’esordio dei disturbi è sempre più precoce, dall’altra la diagnosi arriva troppo spesso tardi. È ormai noto che riuscire a intercettare i casi di recente insorgenza è la strategia più efficace per risolverli, ma non sempre è facile intuire cosa si nasconde dietro a un comportamento insolito o ad una restrizione alimentare. È importante, però, essere attenti non solo ai cambiamenti nella dieta dei figli, ma anche al disagio dovuto a una non accettazione del proprio corpo. Spesso, infatti, ci sono problemi di autostima che spingono, soprattutto le donne giovani, a cercare nella magrezza una via per sentirsi accettate.

Le cause possono essere molteplici: un momento di difficoltà familiare, l’adesione a modelli di efficienza e magrezza provenienti dal mondo esterno, una predisposizione individuale. Tuttavia, è importante identificare i comportamenti a rischio precocemente e, in caso di dubbio, richiedere una consulenza specifica, prima che questi comportamenti possano sfociare in veri e propri disturbi alimentari.

 

Dott.ssa Michela Criscuolo

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Valutazione Psicodiagnostica clinica e peritale

http://www.centroiltulipano.com