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Atttacchi di panico: come comprenderli e affrontarli

Il termine “panico” indica un “senso di forte ansia e paura che un individuo può provare di fronte a un pericolo inaspettato, e che determina uno stato di confusione ideomotoria, caratterizzata per lo più da comportamenti irrazionali”; rientra nella macro-area dei Disturbi d’Ansia. L’ansia è una normale risposta del nostro organismo che si prepara ad affrontare ciò che avverte come un pericolo. Quando i nostri antenati si trovavano di fronte alla minaccia di animali feroci o popoli ostili, i cambiamenti che avvenivano nel loro corpo li preparavano alla lotta o alla fuga. Al giorno d’oggi i pericoli sono di tutt’altra natura, ma di fronte ad una situazione che ci mette paura, o che percepiamo come minacciosa, in noi si verificano gli stessi cambiamenti di allora.

L’attacco di panico è un’eccessiva reazione fisica e psichica dovuta a quello che noi percepiamo come un pericolo; consiste in una intensa apprensione, paura e ansia; arriva di solito quasi improvvisamente e ha, generalmente, una breve durata. Rappresenta uno tra i disturbi più diffusi della nostra società contemporanea.

Quando gli attacchi di panico sono ricorrenti, si parla di Disturbo di Panico. Spesso un attacco di panico non è preannunciato da nessun sintomo in particolare, arriva improvvisamente e inaspettatamente. E’ questo il motivo per cui spaventa tanto. In realtà  ha sempre un fattore scatenante, anche quando non siamo in grado di riconoscerlo come tale.

Durante l’attacco di panico i nostri pensieri si modificano, e si affaccia il timore che accadrà qualcosa di grave: morte imminente, follia, o pericolo di una terribile umiliazione di fronte ad altri…il cuore batte più forte, il respiro diventa più affannoso, dolori al petto, senso di confusione, gambe molli, sudorazione eccessiva, vampate, vertigini, rossore, mal di testa. Spesso, a fronte di ciò, la reazione primaria è quella di recarsi in ospedale per fare esami e accertamenti; tuttavia in questi casi gli esiti delle indagini organiche rimandano un quadro clinico nella norma sul piano fisiologico.

Molto spesso dopo questa rassicurazione ci si tranquillizza, ma una delle caratteristiche degli attacchi di panico è proprio quella per cui, nonostante ci sia stata un’esperienza rassicurante sul piano organico e che l’idea di morire sia risultata irrealistica, si ripetono episodi di continuo allarme poiché si comincia ad aver paura di un nuovo episodio di panico. Si attivano infatti dei circuiti sotto-corticali che scatenano tutta una serie di reazioni biochimiche, che si traducono in sintomi somatici severi.

L’attacco di panico ha una componente corporea e neurovegetativa importante, il corpo è coinvolto in maniera perentoria e per questo la percezione di morte imminente è così forte.

A livello fisiologico gli stimoli di paura assorbiti a partire da uno stimolo esterno (o interno) arrivano all’amigdala, un organo del sistema nervoso centrale che controlla la paura; nel caso lo stimolo sia eccessivamente intenso l’amigdala manda per via diretta messaggi neuro ormonali alle varie ghiandole e ai vari organi che si mettono in moto. E’ il circuito primitivo della paura che governa il repertorio di emergenza e che consente di mettere in atto reazioni immediate quali la lotta e la fuga. Scatena le reazioni ormonali e neurovegetative connesse alla difesa. E’ la risposta attacco-fuga.

Per questa ragione l’attacco di panico si distingue per il coinvolgimento del corpo con manifestazione di allarme. Ma c’è dell’altro: il circuito primitivo della paura, che si sottrae al controllo della coscienza, comporta l’inconveniente che il riconoscimento del pericolo può essere falso. L’angoscia dell’attacco di panico risulta imprigionata nel circuito primitivo della paura.

Gli stati affettivi sono spesso connessi a un vissuto di perdita (reale o interna), ed è proprio tale vissuto di perdita che rappresenta “il pericolo” a livello intrapsichico, che può produrre anche paure specifiche connesse all’abbandono, alla perdita del controllo sul proprio corpo o sulla propria mente. Nelle relazioni tutto questo si traduce in intense preoccupazioni relative al cercare continue rassicurazioni, alla paura di essere rifiutati, al vissuto di colpa e inadeguatezza, ad oscillazioni tra avvicinarsi e allontanarsi dall’altro.

La presenza di attacchi di panico è un segnale, un avvertimento che l’individuo sta attraversando una crisi molto profonda rispetto alla sua capacità  di affrontare le difficoltà  che in quel momento specifico di vita si stanno presentando; dunque le difese e le strategie maturate fino a quel momento non risultano più utili. E’ necessario trovare un altro modo e un’altra strategia nei confronti degli avvenimenti che si stanno attraversando.

Proprio per questo motivo, oggi, risulta essere un disturbo così diffuso: siamo in un periodo storico e in un contesto socio culturale in cui siamo sollecitati a continue prestazioni, a un ritmo di vita molto intenso, e risulta vitale poter dimostrare di saper superare qualunque difficoltà  ci si presenti. Arriva un momento in cui la nostra impalcatura psichica e corporea crolla, e noi ci sentiamo espulsi in un mare di angoscia insopportabile. Si crea una fragilità  nel Sé, che sembra frantumare tutto.

Le esperienze emotive stressanti scatenano una costante sensazione di essere in pericolo a causa di forze sconosciute, gli altri che ci circondano sono classificati come fonte di pericolo o fonte di protezione. E’ importante sottolineare che queste manifestazioni, in cui l’ansia sembra essere indefinita, in realtà  possono mascherare angosce specifiche più disturbanti che rimangono fuori dalla consapevolezza.

Molteplici sono gli approcci possibili per affrontare la questione.

Spesso l’aiuto farmacologico in questi casi risulta essere utile in una prima fase: agendo al livello inferiore, gli psicofarmaci cercano di ridurre l’intensità  delle reazioni neurovegetative scatenate dal sistema limbico e combattono lo stato depressivo di base; vanno tuttavia usati con cautela a causa dell’alto rischio di dipendenza.

La terapia cognitivo-comportamentale, agendo a un livello intermedio, cerca di correggere la distorsione percettiva, che genera la paura, mediante strategie di decondizionamento e graduale esposizione del paziente allo stimolo che induce il terrore.

La terapia psicoanalitica ha come scopo quello di agire a livello strutturale e non puramente sintomatico, di favorire un senso di sicurezza interna nelle proprie capacità  di poter tollerare e ridurre l’ansia. La difficoltà  che spesso incontra chi soffre di attacchi di panico sta nel tentativo di integrare i sintomi corporei in un contenitore biologico; si attiva cioè una intelligenza cognitiva, che si mette a osservare “dall’esterno”, alla lontana, ma, non trovando un nesso riconoscibile, il paziente si terrorizza, e, nella prospettiva di una imminente catastrofe, pensa come unica risorsa disponibile nell’immediato la fuga dalla situazione ansiogena.

Per questo motive risulta così fondamentale la ricerca di uno spazio di pensabilità , possibile all’interno di un contesto di psicoterapia psicoanalitica: riconoscere come si formano i sintomi, in quali situazioni più facilmente compaiono e quale è il ruolo dell’immaginazione catastrofica. Il paziente ha così la possibilità  di rivivere in seduta la vicenda traumatica che viene analizzata, condivisa con il terapeuta e sperimentata in una sequenza potenzialmente pensabile. Questo tipo di lavoro analitico permette di prendere atto del proprio contributo al costituirsi dell’attacco e ha il vantaggioso effetto di liberare nuovi spazi ed energie per lo sviluppo.

 

Dott.ssa Giulia Cimarelli

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Consulenza e Sostegno Individuale e Familiare

http://www.centroiltulipano.com

Fai il Test per valutare il benessere del tuo pavimento pelvico

Spesso le donne si sentono in soggezione o diverse dalle altre perchè si rivedono in talune di queste situazioni.

Leggono in giro, si informano , ma poi tengono con per sé le loro “problematiche” perchè potrebbero risultare fuori dal coro.
Al giorno d’oggi sono davvero tantissime le donne e le adolescenti con problemi di stipsi, incontinenza, dolore durante i rapporti sessuali e difficoltà di approccio alla loro intimità.
Compila il test per autovalutarti e nel caso capire che tipo di percorso potrebbe aiutarti, perchè bisogna prevenire oggi che il problema non è presente per stare bene domani.

1. Quanti figli hai?
A. nessuno
B. 1
C. 2 o più di 2

2.Se hai partorito che tipo di parto hai avuto?
A. non ho mai partorito
B. cesareo
C. vaginale

3. Hai avuto periodi della tua vita in cui hai superato il tuo peso forma di oltre 15 / 20 KG?
A. no
B. sì
C. ho spesso sali scendi di peso

4. Riesci ad effettuare un’attività fisica energica( saltelli, corsa..)?
A. Si, senza pensarci
B. solo dopo aver urinato
C. No

5. Urini spesso durante il giorno,rispetto a quanto bevi?
A. mai
B. a volte
C. spesso

6. Hai perdite di urina mentre corri, ridi, salti o starnutisci?
A. mai
B. a volte
C. spesso

7.Durante la notte urini mai?
A. Mai
B. a volte
C. frequentemente (1 o più volte a notte)

8.Quando sei in giro sai perfettamente dove si trovano i bagni ( nei centri commerciali, nelle case o luoghi pubblici)?

A. sì, a casa e dove lavoro
B. Sì, nei centri commerciali
C. Sì, in tutti i luoghi che frequento

9. Ti è mai capitato di non riuscire ad arrivare in bagno per urinare?
A. No
B. sì, qualche volta
C. spesso,soprattutto durante sforzi fisici o in momenti di urgenza

10. Quando vai in bagno ti sembra di svuotare bene la vescica?
A. sì
B. a volte ho la sensazione che rimanga un residuo in vescica
C. spesso sento di non svuotarla e dopo poco ho la sensazione di dover urinare di nuovo

11. Durante viaggi lunghi o passeggiate fuori casa, sei spaventata e per questo tendi a bere poco?
A. no
B. a volte
C. spesso

12. Quando esegui degli esercizi addominali o cerchi di sollevare pesi , sai come controllare il pavimento pelvico?
A. sì
B. sì, ma utilizzo anche glutei ed altri muscoli
C. no

13.Sei in menopausa?
A. no
B. Sì, ma uso la terapia ormonale sostitutiva
C. Sì

14. Hai frequentemente infezioni vaginali o urinarie?
A. no
B. sì, almeno due volte l’anno
C. Sì spesso

15. Hai una buona regolarità ad andare di corpo?
A. sì
B. dipende dai periodi
C. No, soffro di stipsi

16. Durante il ciclo mestruale hai dolore?
A. assumo la pillola contraccettiva o sono in menopausa
B. Sì, ma sono lievi
C. Sì, assumo costantemente antidolorifici

17. Durante i rapporti sessuali hai dolore?
A. no
B. Sì, soprattutto alla penetrazione
C. Molto, evito di averli

MAGGIORANZA DI RISPOSTE A
Il tuo pavimento pelvico non ha subito grandi sollecitazioni, non ci dovrebbero essere problemi legati al suo indebolimento, ma sarebbe opportuno iniziare una ginnastica preventiva e conoscitiva del tuo muscolo, che potrai continuare anche a casa.

MAGGIORANZA RISPOSTE B

Il tuo pavimento pelvico ti sta iniziando, o forse lo sta facendo già da tempo, ad inviare messaggi di avvertimento; L’indebolimento del muscolo e delle sue strutture adiacenti possono essere i primi segnali di un necessario intervento.
Inizia un percorso rieducativo e valuta i tuoi risultati step by step.

MAGGIORANZA DI RISPOSTE C
Non c’è tempo ancora da perdere, devi iniziare prontamente una rieducazione del pavimento pelvico.
La tua ripresa dipende solo da te e dalla tua costanza!

Tutte le donne dovrebbero valutare periodicamente lo stato del loro pavimento pelvico attraverso una visita.

Se hai  riscontrato alcune di queste sintomatologie, se ti trovi nella fase del post parto, nella fase della menopausa o hai dolori durante i rapporti sessuali o durante il ciclo mestruale, se ancora hai problemi di incontinenza uro fecale o sai di avere un prolasso, non attendere ancora , ma previeni e inizia a prenderti cura di te.

Dott.ssa Dalila Mecozzi

Ostetrica e Riabilitatrice del pavimento pelvico, Insegnante di Pilates

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ESSERE GENITORI – Corso multidisciplinare di accompagnamento alla nascita e supporto alla coppia nei primi mesi.

Il corso di accompagnamento alla nascita e alla genitorialità ha la finalità di essere un supporto per i futuri genitori nel momento più bello e più delicato della vita: la nascita di un figlio. Durante il corso verranno fornite tutte le informazioni per vivere l’attesa serenamente, affrontando senza timori e con la giusta consapevolezza il processo di cambiamento.

Se volete saperne di più vi invitiamo all’ OPEN DAY nella data che troverete sulla locandina. Durante questa giornata i professionisti avranno modo di presentarsi, di rispondere a domande e quesiti riguardanti il corso e per chi vorrà partecipare verranno annotate le iscrizioni

  • IL CORSO È  ATTIVO DURANTE TUTTO L’ANNO, CON DIVERSE DATE E POSSIBILITÀ DI INSERIMENTO NEI GRUPPI, PER DAR MODO A TUTTE LE COPPIE DI PARTECIPARE
  • IL CORSO È STRUTTURATO IN DUE MODULI AI QUALI È POSSIBILE PARTECIPARE PREVIA ISCRIZIONE. IL COSTO PREVISTO  È  DI 20 EURO AD INCONTRO, PER CHI DECIDERÀ DI PARTECIPARE AD ENTRAMBI I MODULI IL COSTO SARÀ DI 18 EURO AD INCONTRO.

I modulo: segue le linee guida del Ministero della Salute:” le donne devono ricevere informazioni sulla gravidanza, sulle modalità di parto, sull’allattamento al seno e sulla cura del bambino”. E’ rivolto alla coppia: mamme e papà; è strutturato in sette incontri con cadenza settimanale e si svolge generalmente negli ultimi due mesi di gestazione, con la finalità di accompagnare e fornire informazioni utili per arrivare al momento del parto con la giusta consapevolezza dei propri vissuti emotivi e del proprio corpo, per gestire al meglio un momento così importante da un punto di vista fisico e psicologico.

II modulo: poiché l’esperienza della genitorialità inizia concretamente nel momento in cui nasce il figlio, il secondo modulo avrà inizio dopo la seconda settimana dalla nascita. È rivolto alla coppia: mamma e papà; è strutturato in sette incontri con cadenza quindicinale e con la finalità di offrire informazioni pratiche sulla cura e il benessere psicofisico del bambino e della famiglia, già nelle primissime settimane, con l’importante funzione del gruppo per condividere i vissuti emotivi che accompagnano la famiglia e la coppia.

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I Social Network e il loro effetto sulla mente

Il SOCIAL NETWORK PUO’ MODIFICARE LA MENTE?

Vi ricordate com’era la vostra vita una decina di anni fa circa? Quando era il compleanno di un amico gli si facevano gli auguri dandogli un bacio e magari regalando un pensierino. Se avessimo voluto comunicare qualche evento significativo della nostra vita, si usciva con qualcuno e si parlava davanti ad un caffè. L’uso intensivo dei social sta cambiando il modo in cui agiamo: oggi possiamo fare gli auguri di compleanno su Facebook e sbirciare le attività  quotidiane di amici, conoscenti e sconosciuti su Instagram. Tuttavia a cambiare non è solo il nostro comportamento: i social network stanno cambiando le nostre menti.

Fin dai tempi dell’antica Grecia è nota l’importanza dell’interazione faccia a faccia, rispetto alle semplici parole scritte su una pagina. Socrate diceva che una volta messo per iscritto, ogni discorso circola per le mani di tutti, tra chi l’intende e tra chi non si interessa(1). Oggi il social network dà  l’opportunità  di abbandonare l’interazione interpersonale  e con questo abbandono arriva una riduzione globale nel rischio di imbarazzo e dei sentimenti di disagio nelle interazioni sociali. Nessuno può vedervi arrossire, sentire la voce che diventa acuta o sentire il palmo della mano sudato; al contempo, non ci si può accorgere di tutti quegli importanti indizi che fanno capire come un’altra persona potrebbe reagire.

Secondo alcuni studi, il social network agirebbe come deterrente e via di fuga per persone che nella vita sociale reale sperimentano difficoltà  di socializzazione; a causa di tratti del carattere come la timidezza o situazioni d’isolamento sociale, l’utilizzo delle nuove tecnologie  e dei social network sembrano divenire una fonte privilegiata di emozioni e sensazioni appaganti ed intense , seppure scaturite da dimensioni del tutto virtuali (2). Il social network può rappresentare così un mezzo per fuggire dalla realtà quotidiana e rifugiarsi in un mondo illusorio e gratificante, in cui l’elemento virtuale  permette di superare le difficoltà e le inibizioni che possono caratterizzare le interazioni reali (3).

 

COS’E’ L’INTERNET ADDICTION DISORDER?

Secondo alcune stime, una media compresa tra il 5 ed il 10% dei fruitori di internet è affetto da una vera e propria patologia legata all’utilizzo del web, un disturbo la cui sigla psichiatrica è IAD (Internet Addiction Disorder). Nei soggetti affetti da questo disturbo, staccarsi dalla rete è vissuto come un incubo e può comportare crisi simili a quelle generate dall’astinenza  per i tossicodipendenti, con ansie, preoccupazioni, tremori e crisi di panico.

Un uso totalmente sregolato e privo di limiti della rete che, oltre ad incidere vistosamente sulle relazioni sociali che risultano fortemente danneggiate, agisce come una vera dipendenza, come le dipendenze da sostanze. Le scansioni cerebrali di queste persone rivelano danni nelle stesse aree colpite nel cervello di chi fa abuso di droghe: si nota una degradazione della sostanza bianca (fasci di fibre nervose che collegano l’encefalo al midollo), nelle regioni che controllano le emozioni, l’attenzione e i processi decisionali. La ragione è da ricercare nell’appagamento immediato, con poco sforzo, offerto dai social media, che fa sì che il cervello sviluppi dipendenza dagli stimoli da essi offerti.

Studi in risonanza magnetica funzionale hanno dimostrato che i centri della ricompensa nel cervello sono più attivi quando, in una conversazione, stiamo parlando di noi, piuttosto che quando ci è chiesto di ascoltare. Questo dato potrebbe spiegare perchè le persone trascorrono ore su Facebook: quando scriviamo di noi nel nostro cervello si libera dopamina, un neurotrasmettitore associato alle sensazioni di benessere.

 

SOCIAL O A-SOCIAL: LA COMPROMISSIONE DELL’EMPATIA

Secondo Sherry Turkle , Facebook da’ l’illusione di compagnia senza le pretese di un’amicizia (4). Quindi sembra che l’intimità  del mondo reale e l’intimità  di Facebook siano lontane dall’essere la stessa cosa, distinzione emersa da un recente sondaggio (5). Questa separazione tra il numero di cyber-amici ed il numero di amici reali si può applicare anche alle generazioni più vecchie. Uno studio ha valutato le relazioni tra l’uso di social media e la vicinanza emotiva in soggetti di età compresa tra i 12 ed i 63 anni (6).

Come potrebbe differire la socializzazione online da quella del mondo reale? Una differenza potrebbe essere nello sviluppo delle abilità  di comunicazione interpersonale e, di conseguenza, nell’empatia.

L’abilità  di preoccuparsi per gli altri e di condividere esperienze emotive è qualcosa che differenzia gli esseri umani dalla maggior  parte del regno animale (tuttavia gli scimpanzé, come gli esseri umani, possiedono neuroni specchio che operano nel cervello: ovvero cellule, come quelle che codificano il comportamento del mangiare, che possono essere attivate semplicemente dall’osservazione di tale comportamento, ad esempio dall’osservazione di un altro scimpanzé che mangia. Sembra che lo scimpanzé osservatore abbia empatizzato con il suo compagno che sta effettivamente mangiando l’uva. Quindi la capacità  di entrare in empatia è una componente basilare  del sistema cerebrale dei primati).

Tuttavia non si nasce con la garanzia di avere una buona empatia. Sarebbe difficile immaginare un tratto così complesso come il semplice prodotto dei nostri geni. La vera e propria capacità di empatizzare con altri continua a maturare fino ai nostri vent’anni; quindi c’è un ampio lasso di tempo in cui ambiente ed esperienza nelle relazioni giocano un ruolo cruciale nel determinare la nostra capacità  di empatizzare.

Secondo il Dr. Maxson McDowell i soggetti che usano ossessivamente i social network potrebbero sviluppare tratti simil-autistici , come l’evitare il contatto oculare. Gli esseri umani hanno un mandato evolutivo che porta all’adattamento al proprio ambiente, e quando questo ambiente non fornisce le opportunità  di provare quelle abilità interpersonali essenziali per l’empatia , una conseguenza potrebbe essere lo sviluppo di difficoltà simil-autistiche.

E’ interessante notare che , secondo David Amodio della New York University e Chris Frith dello University College London, uno dei sintomi dell’autismo è l’ipoattività  della corteccia frontale; quest’area è essenziale affinchè il cervello lavori in modo coeso. Se quest’area risulta ipoattiva, potrebbe esserci  un significativo impatto sulle operazioni cerebrali, creando quella mentalità in cui il sensoriale trionfa sul cognitivo e nulla ha più significato, tutto è esattamente com’: una risata, un’espressione accigliata, un arrossamento, un sorriso potrebbero significare molto meno: ciò che si vede è una modificazione superficiale del volto, nulla di più.

 

IL SOCIAL NETWORK PUO’ DISTRUGGERE LE RELAZIONI REALI?

Quando il tempo trascorso ad instaurare e mantenere relazioni online rimpiazza il tempo trascorso nelle reali interazioni umane, è probabile che venga a mancare una più profonda intimità  con gli altri. Quindi è necessario ragionare sull’impatto delle relazioni virtuali  sullo stile di vita. Un eccessivo uso dei social network potrebbe degenerare in problematiche interpersonali e danneggiare , o addirittura distruggere, carriere e matrimoni.

Secondo uno studio del 2013, un uso elevato di Facebook era associato ad esiti negativi nelle relazioni portando a più imbrogli, rotture e divorzi. Questo effetto era influenzato da quanto conflitto le coppie avessero sperimentato in relazione a Facebook (7). I siti di social network ora espongono gli utenti a informazioni a cui non avrebbero altrimenti accesso, come foto di un ex fidanzato/a con l’attuale compagno/a. Quindi Facebook può alimentare il lato insicuro e geloso della natura umana.

Uno studio si è basato su una precedente scoperta secondo la quale un continuo contatto offline con un precedente partner potrebbe compromettere il recupero emotivo dopo la rottura (8). I risultati ottenuti da 464 partecipanti hanno rivelato che coloro che rimanevano amici su Facebook con i precedenti partners, rispetto a coloro che non avevano più l’amicizia, hanno riportato un desiderio sessuale e brama per l’ex compagno/a; questo risultato era combinato, come in una miscela tossica, ad una crescita personale ridotta. Secondo i ricercatori “nell’insieme queste scoperte suggeriscono che l’esposizione all’ex compagno/a tramite Facebook possa bloccare il processo di cura  e di distacco dalla passata relazione”.

E’ difficile dimenticarsi di una persona se la si vede quotidianamente e Facebook rende questa insana perversione molto accessibile e molto difficile da resistere. Tradizionalmente le nostre relazioni sarebbero periodicamente ridotte: per esempio attraverso la fine di una relazione intima, il litigio con un amico, il cambio di lavoro, scuola o residenza, o semplicemente perdendo i contatti con la persona. Ora, grazie a Facebook, possiamo trasportare tutto quel bagaglio emotivo dal passato al presente, come nei Gironi danteschi in cui si sconta, in un eterno presente, ciò che si è agito nel passato.

 

Dr.ssa Loredana Di Cicco

Psicologa clinica e del lavoro

Esperta in Neuroscienze per le disabilità cognitive

Esperta in tecniche di rilassamento profondo

http://www.centroiltulipano.com

 

Note:
1-Plato. 1925, Plato in Twelve Volumes.
2-Caretti, La Barbera, 2005.
3-Cantelmi et al., 2000.
4-Turkle S., 2012. Alone together: why we expect more technology and less from each other. New  York: Basic Books.
5-Grieve, R., Indian, M., Witteveen, K., Tolan, G. A., and Marrington, J. 2013. Face-to-face or Facebook: Can social connectedness be derived online? Computers in Human Behavior.
6-Pollet, T. V., Roberts, S. G. B., and Dunbar, R. I. M. 2011. Cyberpsychology, Behavior and Social Networking.
7-Clayton, R. B., Nagurney, A., and Smith, J. R. 2013. Cheating, breakup, and divorce: is Facebook use to blame? Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.
8- Marshall, T. C. 2012. Facebook surveillance of former romantic partners: Associations with post-breakup recovery and personal growth. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.

Approfondimenti:
Begley, S. (2008). The plastic mind. London: constable & robinson.
Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. New York: Basic Books.
Greenfield, S. (2011). You and me: The neuroscience of identity. London: Notting Hill.
Greenfield, S. A. (2007). I. D.: The quest for meaning in the 21st Century. London: vintage.
Turkle, S. (2011). Alone Together: Why we espect more from technology and less from each other. New York: Basic Books.
Watson, R. (2010). Future Files: A brief history of the next 50 years. London: Nicholas Brealey.

Nuovi parametri per la quantificazione dell’assegno di mantenimento: dal tenore di vita al raggiungimento dell’indipendenza economica

Una sentenza rivoluzionaria quella depositata nei giorni scorsi dalla Corte di Cassazione, la n. 11540/2017, che ha introdotto nuovi parametri per la quantificazione dell’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge, nei procedimenti di divorzio.

In applicazione di quanto previsto dall’art. 156 c.c., giurisprudenza finora costante riteneva che il criterio per la quantificazione di detto assegno fosse quello del tenore di vita del coniuge beneficiario in costanza di matrimonio. Sostanzialmente, quindi, il matrimonio, visto – tra le altre cose – come un dovere di assistenza di un coniuge nei confronti dell’altro, dispiegava i suoi effetti patrimoniali anche nel caso di separazione o divorzio. Verificata quindi, da parte del Giudice competente, una situazione economica di necessità da parte del coniuge beneficiario, unita ad una posizione reddituale dello stesso inferiore rispetto al coniuge obbligato, verificati altresì i mezzi a disposizione di ciascuno, l’assegno di mantenimento veniva quindi quantificato attraverso il bilanciamento tra detti elementi e quello – preminente – del tenore di vita matrimoniale.

Con la sentenza in commento tuttavia la Suprema Corte ha totalmente superato e ribaltato l’orientamento sopra descritto, sul presupposto che, nell’attuale costume sociale, il matrimonio è da inquadrarsi come un atto di libertà e di auto responsabilità, e non più come un “luogo di sistemazione definitiva”; e che quindi non è più configurabile un interesse giuridicamente rilevante dell’ex coniuge a conservare il tenore di vita matrimoniale in caso di divorzio. La Corte precisa che il rapporto matrimoniale “si estingue non solo sul piano personale ma anche economico-patrimoniale” e che quindi è quanto mai opportuno individuare un parametro diverso da quello del tenore di vita in costanza di matrimonio.

Viene così individuato il criterio del raggiungimento dell’indipendenza economica del soggetto richiedente l’assegno, che può essere calcolato attraverso indici posti ex ante dalla stessa Corte e che si individuano nei redditi del coniuge richiedente, nel patrimonio mobiliare e immobiliare dello stesso e nelle sue capacità e possibilità effettive di lavoro. Posta quindi l’eventuale sussistenza di detti indici, e qualora si accerti che il soggetto richiedente è economicamente indipendente o in grado di esserlo, lo stesso perderà il diritto alla corresponsione dell’assegno di mantenimento.

In conclusione, d’ora in avanti il criterio per la quantificazione dell’assegno di divorzio è da individuarsi nell’autosufficienza e nell’indipendenza economiche del coniuge che lo richiede. Quanto agli aspetti procedurali, il principio di irretroattività della legge determina che i procedimenti in materia di assegno già definiti non siano intaccati di diritto dalle citate nuove determinazioni in materia. Tuttavia, qualora un coniuge (obbligato o beneficiario dell’assegno) voglia ottenere, sulla base delle novità contenute nella sentenza in commento, una variazione della quota di assegno di mantenimento, già precedentemente determinata con sentenza, potrà attivarsi con una procedura cd. di modifica delle condizioni di divorzio. In tali casi, e nel rispetto di quanto già previsto dalla normativa di settore in materia appunto di modifica delle condizioni, l’istante potrà richiedere una nuova e diversa quantificazione dell’assegno, sulla base del nuovo principio dell’autosufficienza economica.

Certo è che quanto stabilito dai Giudici di Piazza Cavour rivoluziona drasticamente il diritto di famiglia, adeguando la tematica dell’assegno di mantenimento non solo all’attuale contesto sociale italiano, ma anche agli orientamenti in materia degli altri Paesi europei. Non si può certo prevedere, allo stato attuale, gli effetti che detto nuovo principio di diritto avrà nei procedimenti di divorzio e nel meccanismo, demandato ad una valutazione discrezionale dell’autorità giudiziaria, di quantificazione dell’assegno divorziale. Tuttavia, da una preliminare analisi della motivazione in commento si potrebbe concludere che detti nuovi criteri garantiscono maggiore equilibrio nei rapporti patrimoniali degli ex coniugi, evitando così situazioni eccessivamente sbilanciate – ed onerose – per il coniuge tenuto al pagamento dell’assegno e per quello beneficiario dello stesso.

Come sempre accade in giurisprudenza, sarà l’applicazione e l’interpretazione di quanto disposto dalla Suprema Corte da parte dei Giudici di ogni distretto di Corte d’Appello a confermare (o meno) la correttezza ed opportunità dei nuovi criteri individuati con la sentenza n. 11504/2017.

 

Avv. Manuela Vacca
Avvocato civilista
Esperta in Diritto di Famiglia e materie connesse
www.centroiltulipano.com

Disturbi dell’apprendimento e deficit d’attenzione e iperattività: segnali e indicazioni terapeutiche

La vita scolastica di chi ha un Disturbo Specifico dell’Apprendimento può essere piuttosto difficile e spesso si verifica che man mano che la classe frequentata cresce, con essa crescono i problemi. Le richieste legate all’apprendimento si fanno sempre più importanti e quindi il disturbo si fa sentire sempre più. Questa tendenza, però, col tempo può cambiare, quando gli studenti, crescendo, tendono a “compensare” i propri disturbi. A ciò concorre, da un lato, il fatto che la diagnosi sia stata fatta tempestivamente, e quindi si siano attivati per tempo tutti gli aiuti indispensabili; dall’altro lato, alla compensazione concorrono la crescita e la conoscenza di se stessi, dei propri limiti e delle proprie possibilità.

I disturbi dell’apprendimento sono vari e differenti tra di loro. Esistono però tratti comuni e ricorrenti tra gli studenti che hanno un DSA ed altrettanto comuni sono alcuni segnali, che possiamo meglio definire come veri e propri “campanelli d’allarme”.

–       Il bambino mostra di non riuscire a leggere in maniera fluente, di fare fatica a mettere insieme le sillabe delle parole, non comprende ciò che legge. Per quanto riguarda la scrittura, può succedere che il bambino non riesca a scrivere fluentemente in corsivo.

–       Il bambino, dalla fine della prima elementare, non “vede” senza contare le quantità fino a 5 (le dita o gli insiemi di figure) ed entro il 10; non automatizza le tabelline, fatica a leggere e scrivere i numeri oltre il centinaio, non riesce ad eseguire il calcolo  mentale.

–       Fatica ad acquisire autonomia nel ricordare gli impegni scolastici, a tenere aggiornato il diario,  a tenere in ordine il materiale scolastico  e riporta spesso dimenticanze. In classe sembra distrarsi facilmente, appare molto stanco ed “evita” alcune situazioni di apprendimento (come la lettura ad alta voce).

A volte questi bambini sembrano svogliati, ma spesso si tratta di un atteggiamento dovuto al senso di inadeguatezza di fronte alla richiesta scolastica ed al confronto con i compagni.

Per un genitore non è semplice capire che il proprio bambino che in tante situazioni familiari e sociali è sveglio, intelligente, vivace e brillante, non riesce come gli altri a fare un’operazione abbastanza semplice che è quella di collegare il suono alla corrispondente lettera. Cosa si può fare?

  • Cercare una valutazione diagnostica appropriata;
  • Seguire strategie di aiuto che possano favorire l’apprendimento;
  • Affrontare questo disturbo, con un intervento specifico e individualizzato;
  • Discutere del problema con tutti gli insegnanti;
  • Evitare di cambiare classe al bambino;
  • Aiutare nei compiti per casa(es. leggergli a voce alta, ripetere insieme la materia da studiare);
  • Rinforzare il bambino in ogni successo anche minimo che ottiene. La mancanza di autostima creerebbe nel bambino un forte vissuto di frustrazione, il quale infatti si sente responsabile delle proprie difficoltà e ritiene che nessuno sia soddisfatto e contento di lui;
  • Evitare punizioni rispetto all’andamento scolastico, eliminando le ore di gioco e le attività sportive o di socializzazione nelle quali invece il bambino si sperimenta capace ed adeguato;
  • Fare delle pause anche brevi durante lo svolgimento dei compiti;
  • Supplire la lettura con altre fonti di informazione (audio, video, CD-Rom).

 

Non solo DSA: come si manifesta il Disturbo da deficit di Attenzione ed iperattività (ADHD)?

Il disturbo da Deficit di Attenzione non è un Disturbo Specifico di Apprendimento. Tuttavia è bene chiarire in cosa consiste, in modo da poter distinguere questa particolare condizione da un DSA. Quotidianamente gli insegnanti si confrontano con bambini che non riescono a stare seduti al proprio banco, a seguire con attenzione le spiegazioni della maestra, a non disturbare continuamente il proprio compagno. Un tempo questi bambini venivano considerati vivaci, ribelli, irrispettosi, ma dalla recente letteratura in campo psicologico e pedagogico si è compreso che molti alunni possono essere affetti da un disturbo specifico quale è la sindrome da Disturbo di Attenzione con iperattività o ADHD (Attention Deficit Hyperactivity Disorder):

  • non riescono ad ascoltare attentamente l’insegnante, si distraggono facilmente,
  • non sono in grado di rimanere ancorati agli stimoli ambientali per un tempo adeguato,
  • non riescono a pianificare la propria attività scolastica,
  • non rispettano il proprio turno nel gioco o in situazioni di gruppo,
  • mostrano un’incapacità più o meno grave a restare fermi,
  • si allontanano senza un apparente motivo dal proprio banco,
  • ricercano delle gratificazioni immediate.

È generalmente all’entrata nell’età scolare che si riscontrano tali problemi quando le regole scolastiche richiedono al bambino di saper controllare il proprio comportamento.

Le caratteristiche del disturbo da deficit di attenzione ed iperattività sono:

– la disattenzione: l’impossibilità a restare attenti;

– liperattività: l’impossibilità a stare fermi;

– l’impulsività: difficoltà a tenere a freno le proprie reazioni, dando le risposte prima che le domande siano state ultimate, difficoltà ad attendere il proprio turno.

 Bisogna evidenziare che in alcuni bambini si riscontra un quadro in cui predomina maggiormente l’impulsività, in altri la disattenzione, in altri ancora l’iperattività. Di solito i tre sintomi si presentano insieme. A questi si associano spesso difficoltà a sopportare le frustrazioni, comportamenti aggressivi, esplosioni improvvise di collera, scarsa autostima, sentimenti depressivi, elevato livello di ansia, problemi nella condotta, incapacità a confrontarsi con le proprie difficoltà, scarsa motivazione. Spesso i bambini con ADHD non ottengono successi e considerazioni positive neanche in ambito sportivo o nello svolgimento di altre discipline a causa della loro condotta irrequieta e agitata e della loro incapacità a seguire le regole prestabilite.

È necessario che tutte le persone, che interagiscono con i bambini con ADHD, sappiamo vedere e capire le motivazioni delle manifestazioni comportamentali di questi bambini, mettendo da parte le assurde e ingiustificate spiegazioni volte ad accusare e ferire i loro genitori, già tanto preoccupati e stressati per questa situazione.

Come scoprire se il bambino abbia veramente un Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) oppure se sia semplicemente irrequieto e con la testa tra le nuvole? Come per tutti gli altri disturbi evolutivi, il primo passo per poter aiutare veramente il bambino è una valutazione diagnostica accurata, effettuata da uno specialista come uno psicologo o neuropsichiatra infantile.

Secondo i dati della letteratura scientifica il trattamento ideale per l’ADHD è di tipo multimodale, cioè un trattamento che implica il coinvolgimento di scuola, famiglia e bambino stesso, oltre ad un intervento di tipo farmacologico (valutato di caso in caso).

A parte il discorso farmacologico, gli interventi che in Italia si potrebbero applicare riguardano gli aspetti psico-sociali. Si tratta di un intervento specifico di tipo cognitivo-comportamentale sul bambino e parent training per insegnare ai genitori a dare chiare istruzioni, a rinforzare positivamente i comportamenti accettabili, a ignorare alcuni comportamenti problematici, e a utilizzare in modo efficace le punizioni. La tradizione cognitiva e comportamentale ha consentito la messa a punto di alcuni programmi educativi e terapeutici che sono stati pubblicati anche nel nostro Paese, e altri sono in corso di preparazione.

 

Dott.ssa Silvia Del Pinto
Logopedista
Esperta in DSA, DGS e Autismo
Esperta in Riabilitazione Neuropsicologica dell’adulto
www.centroiltulipano.com

Baby Blues e Depressione post-partum: lo stigma del non poter mai essere tristi

I giorni che seguono la nascita di un figlio, rappresentano una fase delicata nella vita di una donna, del suo compagno e del loro neonato. È uno dei passaggi più importanti all’interno di una coppia, definito come “il momento più felice”, ma porta con sé anche aspetti di criticità, che non bisogna sottovalutare. Coinvolge fattori emozionali, fisiologici, psicologici, attiva nuove relazioni e cambiamenti di ruolo, tutti elementi che influenzano la salute della mamma e del bambino, con conseguenze sul benessere dell’intero nucleo familiare.
There is not such a thing as an infant“, ovvero, “Non esiste il bambino come una cosa a sé” (Winnicott, 1940). Con queste parole, lo psicoanalista inglese Donald Winnicott, sintetizza il suo pensiero rispetto all’importanza, fin dall’inizio, degli scambi tra la madre-ambiente e il bambino. Secondo questi presupposti è chiaro, quanto la salute della madre e dell’ambiente giochino un ruolo determinante per uno sviluppo armonico del bambino.
Oggi, nonostante la grande attenzione data al periodo della gravidanza, vige ancora forte lo stigma nell’ammettere che ci si può sentire tristi, dopo aver dato alla luce un bambino. Le mamme sentono la pressione sociale di dover essere felici, per questa ragione non parlano dei propri sentimenti e anzi li vivono con enorme vergogna e solitudine. Una delle grandi opportunità, per arginare questo fenomeno è sicuramente l’informazione. Partiamo proprio cercando di far chiarezza su due condizioni, con caratteristiche simili, ma decorsi differenti. Parliamo di baby blues (o maternity blues) e di depressione post partum, termini molto usati e diffusi, ma che generano ancora confusione.

Cos’è il Baby Blues o il Maternity Blues?
È un disturbo piuttosto diffuso, ma transitorio e di lieve entità. Colpisce la grande maggioranza delle madri, il 60-80% e il suo esordio avviene nella prima settimana dopo il parto, di solito il terzo o quarto giorno dopo la nascita. In questa fase la donna ha un brusco calo ormonale, che incide molto sul tono emotivo. I sintomi riguardano: sentimenti di inadeguatezza nei confronti del neonato, sensazione di non sentirsi più sé stesse, irritabilità, tristezza, mancanza di concentrazione, labilità emotiva con crisi di pianto senza motivo apparente, difficoltà a dormire, perdita di appetito e calo ponderale. Possono perdurare fino a due, tre settimane ma tendono a scomparire spontaneamente con il passare dei giorni. Spesso le madri ignare di questa condizione, vanno in allarme, creando così uno stato di angoscia ancora più profondo, per questo è giusto sapere che è una condizione comune e del tutto passeggera.

Cos’è la Depressione post-partum?
La depressione post partum è una vera e propria condizione patologica, che rientra nei disturbi dell’umore e colpisce il 10-15% delle donne (Società italiana di Ginecologia e Ostetricia: SIGO, 2008). È uno stato che emerge più frequentemente dopo la nascita del primo figlio e insorge nelle quattro, sei settimane successive al parto. Secondo i dati del 2013 del Ministero della Salute, l’incidenza in Italia è prevalentemente nel primo trimestre dalla nascita del bambino.
Spesso i sintomi sono tenuti nascosti per motivi di vergogna, arrivando così a consultazione quando la sintomatologia risulta già conclamata. Il disturbo si manifesta con: un umore depresso, eccessiva preoccupazione, ansia, astenia, irritabilità; difficoltà a concentrarsi o prendere decisioni, sentimenti di colpa, disturbi del sonno (insonnia o ipersonnia), disturbi dell’alimentazione, facile faticabilità, perdita di interesse e piacere anche nelle attività quotidiane e pensieri pessimistici.
Alcune madri, inoltre, sentono il bambino come un peso, hanno difficoltà a tollerare le emozioni ambivalenti o negative nei confronti del piccolo oppure ad accudirlo e a rispondere ai suoi bisogni fisici e relazionali, con un conseguente sentimento di inadeguatezza e di colpa. Tale disturbo ha un impatto sulla donna, sul bambino, sulla coppia e soprattutto sulla relazione madre-bambino. Per questo, risulta fondamentale poterne parlare liberamente e avere il coinvolgimento e il sostegno da parte dei familiari.

Che differenza c’è tra le due condizioni e come distinguerle?
Il Baby Blues:
– si manifesta nella prima settimana dopo il parto;
– i sintomi sono transitori e vanno in remissione completamente entro circa 15 giorni dopo il parto;
– causato principalmente dalle sollecitazioni psicologiche ed ormonali (cali di estrogeno e progesterone);
– non ha conseguenze sulla relazione madre-bambino;
– non è previsto un intervento specifico, di solito basta aspettare che i sintomi vadano in remissione spontanea dopo qualche settimana. Qualora se ne sentisse la necessità è consigliabile una consulenza psicologica di sostegno, per affrontare nel modo migliore il periodo difficile, anche se transitorio.

La Depressione Post-partum:
– si manifesta nelle quattro, sei settimane dopo il parto;
– i sintomi sono patologici e più gravi, persistono oltre i 10-15 giorni e compromettono il funzionamento della mamma;
– disturbo psicologico ad eziologia multifattoriale: variabili biologiche, ambientali e psicosociali;
– produce una limitazione nell’espressione dell’affettività, c’è la tendenza ad interpretare negativamente il comportamento del bambino e una ridotta responsività ai suoi segnali, interferendo in modo significativo sulle funzioni di accudimento genitoriale;
– in questa situazione bisogna contattare uno specialista è progettare l’intervento più indicato. È necessario di solito un intervento multidisciplinare: un percorso psicoterapeutico integrato ad un trattamento farmacologico, soprattutto se i sintomi sono di notevole gravità.

Quali consigli si possono dare? Quali gli errori da evitare?
È importante la capacità di resilienza della donna in primis, ma le figure che vivono in stretta relazione con la mamma hanno un ruolo molto importante. Possono accorgersi di cambiamenti nel comportamento e nell’umore ed intervenire, qualora la donna non riuscisse a chiedere aiuto da sola. Sono una grande risorse per la mamma, possono offrire un sostegno emotivo, validando i suoi vissuti e concreto nella gestione del bambino e della casa. Bisogna evitare di sminuire il malessere e di criticare il comportamento della donna, tali atteggiamenti potrebbero farla sentire ancora più in colpa e inadeguata, aggravando la sintomatologia.
Detto ciò la cosa più importante, se i sintomi dovessero peggiorare e far sospettare una depressione è chiedere aiuto ad uno specialista, senza pensare che sia una cosa vergognosa o eccessiva, ma anzi una scelta responsabile per il benessere di tutti, soprattutto della mamma e del piccolo. Intervenire tempestivamente vuol dire non far perdere alla mamma dei momenti molto importanti, vuol dire aiutare la relazione tra questa e il bambino ed evitare conseguenze negative nello sviluppo. Dobbiamo iniziare a pensare alla maternità non solo come momento di estrema gioia, ma anche come momento che può portare a stare male. Sapere di potersi sentire così, che è possibile, consente di ridurre il senso di solitudine e vergogna e anzi, di chiedere più facilmente aiuto.

Dott.ssa Roberta Mattone
Psicologa clinica
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Stress: come distinguere ciò che ci fa bene da ciò che ci rende infelici

COS’E’ LO STRESS?

Ultimamente si sente molto parlare di Stress, ma questa parola viene spesso utilizzata in maniera inappropriata. Non si può dire: “sono stressato perché ho lavorato tanto oggi”, oppure “ho fatto 2 ore di traffico sono stressato”, dato che per definire stressato un individuo devono coesistere determinate condizioni nei diversi piani dell’organismo (cognitivo, emotivo, posturale, neuroendocrino).

Anche nella definizione stessa di Stress ad oggi c’è parecchia confusione.

Nel 1975 Seyle, endocrinologo che è stato tra i principale studiosi di questo argomento nel ventesimo secolo, fornisce all’Organizzazione Mondiale per la Sanità le seguente definizione di Stress:

“Stress o Sindrome generale di adattamento è una risposta aspecifica a qualsiasi richiesta proveniente dall’ambiente”.

Secondo questa definizione lo stess (Eu-stress) non è quindi da intendersi con un accezione solamente negativa poiché è una condizione particolare dell’organismo che ci permette di affrontare un ostacolo o un problema in cui tutte le risorse dell’organismo vengono messe in moto (da meccanismi neuroendocrini e neurovegetativi ben determinati) per adattarsi/superare lo stimolo stressante.

Si è allora concentrati, lucidi, pieni di energia, capaci di agire: per lottare, per scappare, per superare un esame, per salvare una persona in pericolo, per evitare un incidente.

Diverso è invece il di-stress in cui l’organismo perde il controllo sulla maggior parte delle situazioni con cui ha che fare e percepisce le richieste provenienti dall’ambiente come superiori alle sue forze ed energie. Quando la condizioni di stress tende a cronicizzarsi nell’individuo può portare all’insorgere di diverse patologie sia fisiche che psicologiche.

 

COME RICONOSCERE I SINTOMI DELLO STRESS

Se potessimo suddividere teoricamente l’organismo in 4 grandi piani, nella condizioni di Stress Cronico potremmo osservare:

  • Piano Cognitivo/Simbolico: una struttura del tempo collassata, una predominanza di pensieri negativi e preoccupazioni, una progettualità chiusa ed una razionalità logorata (data un’iperattività dell’amigdala che non permette un buon funzionamento della corteccia prefrontale);
  • Piano Emotivo: presenza di paure incombenti dato lo stato di allarme costante dell’organismo, una sensazione di fragilità e di sconforto, un aumento dell’aggressività e dell’intolleranza con perdita della gioia e della vitalità;
  • Piano Posture e Movimenti: il corpo nella condizione di stress appare gonfio e collassato, le posture sono chiuse e irrigidite ed il tono muscolare risulta alterato;
  • Piano Neurodocrino: il piano neuroendocrino risulta gravemente compromesso, si osserva una simpaticotonia cronica (dovuta al respiro molto alto a livello toracico data l’impossibilità dell’organismo di entrare in una condizione di vagotonia), tachicardia, insonnia e stanchezza;

 

ALCUNI DISTURBI COLLEGATI ALLO STRESS

Nella condizione di Stress cronico il sistema immunitario non riesce a svolgere in maniera ottimale la propria funzione. Sono sempre di più gli studi che hanno dimostrato il collegamento stretto tra condizioni di stress cronico (alterato, negativo) con i livelli biologici profondi che sono alla base di molte malattie: malattie cardiocircolatorie, della pelle, diabete, tumori, e indebolimento del sistema immunitario più in generale. Il ruolo della adrenalina (che aumenta in condizioni di stress) è stato confermato nell’alterazione del metabolismo delle cellule cancerose, nel diabete e in una serie di ulteriori malattie.

 

COSA FARE SE TI RICONOSCI IN ALCUNI DI QUESTI SINTOMI

Lo stress cronico, prima di arrivare a produrre malattie, è esso stesso causa diretta di una crescente patologia psicofisica: cefalee, dolori, stanchezza, ansia, attacchi di panico, insonnia, senso di allarme, difficoltà di concentrazione e di decisione, pensieri ripetitivi, irritabilità. La cosa migliore da fare in questi casi è rivolgersi ad uno specialista (medico, psicologo, psicoterapueta, ecc..) od a qualche centro specializzato, evitando le “Cure fai da te” di cui ormai è piena la rete.

Se come dice Sayle “la completa libertà dallo Stress è la morte”, dato che è una condizione necessaria all’adattamento delle specie, la libertà del Distress è invece possibile e realizzabile per cominciare a vivere piuttosto che sopravvivere.

 

Dott. Matteo Ricci

Psicologo Clinico

Responsabile dell’area di Consulenza e Sostegno nell’Età Evolutiva

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Sessualità e metodi anticoncezionali: facciamolo… in sicurezza!

Per “metodi anticoncezionali” si intendono tutti i metodi validi atti ad impedire la fecondazione dell’ovulo al fine di compiere una scelta consapevole rispetto alla procreazione e di tutelare la propria salute sessuale. Infatti, si usano per prevenire una gravidanza (indesiderata) e come protezione nei confronti di malattie sessualmente trasmissibili.

La scelta del metodo contraccettivo è molto importante e, qualora vi fosse una relazione stabile, sarebbe opportuno parlarne e scegliere insieme. Avvalersi di metodi contraccettivi appropriati – quando una gravidanza inattesa costituirebbe un problema – è sinonimo di consapevolezza e maturità. La scelta di una pratica contraccettiva piuttosto che un’altra è chiaramente soggettiva, e dipende dalla sua efficacia, dalla praticità e dalla percezione del rischio che la coppia associa al verificarsi di una gravidanza non prevista. Nella scelta si deve tenere comunque in considerazione la possibilità reale di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, evenienza probabile in caso di rapporti non protetti con partner multipli ed occasionali.

Per far fronte alle problematiche appena descritte, sono stati identificati alcuni requisiti che un metodo contraccettivo “perfetto” dovrebbe possedere:

  • Protezione da gravidanze indesiderate a malattie sessualmente trasmissibili
  • Semplicità e praticità di utilizzo
  • Scarsi effetti collaterali
  • Reversibilità
  • Minima o scarsa percezione durante il rapporto
  • Facile reperibilità

Ad oggi, gli anticoncezionali ad oggi possono essere suddivisi in:

  • metodi a barriera/ meccanici
  • metodi ormonali
  • metodi “naturali”

A. METODI A BARRIERA / MECCANICI

Nel primo gruppo possiamo inserire il più utilizzato metodo a barriera: il preservativo maschile. Il preservativo è l’unico metodo che permette una protezione sia da malattie sessualmente trasmissibili, sia da un’eventuale gravidanza indesiderata. È una guaina in lattice che deve essere applicata sul pene in erezione prima dell’inserimento nella vagina. Il preservativo va srotolato lungo tutta la sua lunghezza, avendo cura di stringere il serbatoio (nella parte superiore del preservativo) tra pollice e indice per evitare che si creino bolle d’aria durante il rapporto, ipotetiche responsabili della rottura del profilattico.

Ha una potenziale efficacia del 100%, che potrebbe diminuire se non conservato o utilizzato adeguatamente. Ad oggi sul mercato è presente anche il preservativo femminile, FEMIDOM.

Il Femidom (profilattico femminile) è uno strumento di prevenzione dell’HIV e delle altre malattie sessualmente trasmesse che può essere utilizzato dalle donne.

In Italia è ancora da reperire e assolutamente assente dai consultori ginecologici ma può essere ordinato su internet o in alcune farmacie.

Il preservativo femminile è una guaina trasparente in nitrile sintetico che, introdotta nella vagina prima del rapporto, forma una barriera tra gli organi genitali dei due partner, garantendo protezione da gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale. Il materiale con cui è realizzato fa sì che sia più resistente dei condom maschili in lattice, che non provochi reazioni allergiche e che si riveli compatibile sia con i lubrificanti a base acquosa sia con quelli a base oleosa. Usato correttamente, ha la stessa efficacia degli altri metodi contraccettivi e non presenta effetti collaterali o rischi.

Perché usarlo?

A parte l’efficacia nella prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili, c’è un altro fondamentale motivo per decidere di usare il preservativo femminile. Si tratta della libertà di scelta.

Il preservativo femminile, infatti, costituisce un’ulteriore opzione per le donne che intendano gestire in prima persona la propria salute sessuale. È la donna, cioè, a decidere in piena autonomia quale protezione adottare, senza dipendere dall’uomo e dalla sua eventuale riluttanza a indossare il profilattico. Una conquista importante, che rende indipendenti le donne nel vivere serenamente la loro vita sessuale.

La spirale o IUD (dall’inglese Intra Uterine Device) è uno strumento contraccettivo che impedisce “fisicamente” l’annidamento all’interno dell’utero di un potenziale ovulo fecondato. Infatti, la spirale è un piccolo supporto in plastica avvolto da un filo di rame (da qui il nome “spirale”) che viene inserito nell’utero, solitamente durante il ciclo mestruale, da un ginecologo.

Ad oggi sul mercato esistono delle spirali “medicate” che oltre ad impedire fisicamente la gravidanza, rilasciano ormoni (progesterone) in piccole quantità. Il funzionamento è paragonabile a quello di un metodo anticoncezionale ormonale. Generalmente può essere utilizzato per un periodo che va da tre a cinque anni a seconda del modello. Può essere rimosso in qualsiasi momento senza particolari interventi dal ginecologo.

Il diaframma è una calotta di lattice che va inserita prima di ogni rapporto, associandola a degli spermicidi (sotto forma di spugnette, gel, creme o supposte). Non assicura una garanzia di protezione dalla trasmissione delle malattie sessualmente trasmissibili. In Italia, il diaframma è un metodo anticoncezionale ormai in disuso, soprattutto perché non considerato del tutto affidabile ed ormai difficilmente reperibile; inoltre presuppone una conoscenza approfondita del proprio corpo per l’inserimento manuale.

B. METODI ORMONALI

I contraccettivi ormonali funzionano inibendo l’ovulazione e la fecondazione. Essi sono disponibili in una serie di forme diverse.

La più famosa è la pillola anticoncezionale, che viene assunta quotidianamente per bocca; poi possiamo considerare tra questi la spirale medicata di cui sopra; il cerotto e l’anello vaginale.

Questi metodi anticoncezionali hanno una alta efficacia se utilizzati correttamente e necessitano di un controllo medico ginecologico e la prescrizione. I metodi ormonali prevengono una gravidanza indesiderata ma non proteggono dalle malattie sessualmente trasmissibili.

C. METODI CONTRACCETTIVI NATURALI

Per metodi contraccettivi naturali intendiamo i metodi che mirano all’individuazione del momento esatto in cui avviene l’ovulazione, e prevedono l’astensione dai rapporti sessuali 3-4 giorni, prima e dopo, dell’ovulazione stessa. Questi metodi naturali non hanno effetti collaterali né controindicazioni, ma la loro sicurezza è molto bassa per la variabilità dell’ovulazione e del ciclo mestruale. Tra i metodi contraccettivi naturali possiamo annoverare anche il coito interrotto, cioè la fuoriuscita del pene dalla vagina prima dell’eiaculazione, nel tentativo di evitare il contatto diretto dello sperma con quest’ultima. Questa pratica, pur essendo ancora molto diffusa, non assicura alcun tipo di difesa dal punto di vista della prevenzione delle malattie veneree e la sua efficacia contraccettiva è molto scarsa, poiché diversi studi sottolineano la possibilità di una fuoriuscita di sperma pre- eiaculazione.

E’ importante sottolineare quanto la scelta personale e di coppia del metodo contraccettivo sia un passo rilevante per vivere al meglio una sessualità serena, consapevole ed in salute. Non si deve correre il rischio di sottovalutare il valore della decisione in merito, scegliendo il metodo più adatto alle proprie esigenze e necessità.

 

 

Dott.ssa Agnese Eleuteri

Psicologa e Sessuologa Clinica

Responsabile dell’Area Psico-sessuologica e dell’Intervento di Coppia

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Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA)

Gli anni dell’educazione scolastica si inseriscono in un periodo di crescita dell’individuo di per sé già molto complesso in cui si vanno ad affollare nuove conoscenze ed esperienze fondamentali per lo sviluppo. In particolare, in questa fase, la scuola riveste un ruolo tutt’altro che marginale non solo perché fornisce gli insegnamenti formali necessari per un funzionale inserimento all’interno della società, ma anche perché attraverso gli stessi insegnamenti o mediante la cornice che essa crea, contribuisce alla strutturazione della personalità e delle ambizioni per la realizzazione futura.

Sempre più spesso negli ultimi anni si sente parlare di Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), la cui diagnosi spesso è preceduta dalla descrizione di quadri di bassi rendimenti scolastici. Per quanto affermato finora, gli scarsi risultati conseguiti nell’ambiente di formazione hanno dunque la possibilità di tradursi nella riduzione della realizzazione delle proprie potenzialità sociali e lavorative.

La rilevanza dell’argomento presentato è dovuta dunque alle conseguenze che questi disturbi determinano a livello individuale e anche alla prevalenza con cui si presentano (oscillante tra il 2,5 e il 3,5% della popolazione in età evolutiva per la lingua italiana). Per queste ragioni è necessario che i servizi sanitari specialistici e la scuola siano in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni dei soggetti con DSA, favorendo la piena espressione delle loro potenzialità e garantendo la possibilità di apprendere, scopo primario dell’istituzione scolastica.

Lo scopo di questo testo è dunque quello di fornire degli elementi di conoscenza di base dei DSA e delle diverse possibilità di apprendimento, mirando alla promozione della diffusione della conoscenza sull’argomento.

La Consensus Conference, tenutasi a Roma il 6 e 7 dicembre del 2010, ha visto il confronto dei maggiori esperti che hanno redatto un documento di consenso volto a definire l’argomento, formulando raccomandazioni per la migliore prassi clinica, ove le prove scientifiche a disposizione si siano rivelate sufficienti. Secondo i dati della Consensus, i Disturbi Specifici di Apprendimento interessano la condizione clinica evolutiva di difficoltà di apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo che si ha in soggetti con intelligenza nella norma e che si manifesta all’inizio della scolarizzazione. Si distinguono in genere le seguenti condizioni cliniche:

  • dislessia cioè disturbo della lettura;
  • disortografia cioè disturbo della scrittura (intesa come abilità di trasferimento suono-segno grafico e di competenza ortografica);
  • disgrafia cioè disturbo nella grafia (intesa come abilità grafo-motoria);
  • discalculia cioè disturbo delle abilità di numero e di calcolo.

La diagnosi di dislessia, disortrografia e disgrafia è possibile al termine della seconda classe della scuola primaria ossia quando si considerano presentati gli insegnamenti riguardo queste specifiche abilità. Per la diagnosi di discalculia è invece necessario aspettare la fine della terza classe della scuola primaria, momento considerato migliore per identificare eventuali difficoltà delle abilità numeriche e di calcolo, al termine degli insegnamenti formali che in genere permettono lo sviluppo di queste competenze. Avvisaglie rispetto la possibilità di difficoltà di apprendimento sono riconoscibili anche prima del momento considerato opportuno per la diagnosi. In questi casi, la messa in atto di interventi di prevenzione specifici è considerato dagli esperti fattore prognostico positivo, potendo potenziare le aree deboli e permettendo il riallineamento con gli altri discenti oppure, in caso di effettivo disturbo specifico, mirando alla riduzione degli effetti del disturbo stesso.

La diagnosi è seguita dalla formulazione da parte di un team clinico multiprofessionale e multidisciplinare di un progetto di intervento condiviso con le famiglie e con gli insegnanti al fine di integrare programmi educativi e interventi specifici, mantenendo l’obiettivo primario per il bambino/adolescente che è apprendere.

È opportuno dunque chiarire come avviene l’apprendimento. Esistono dei fattori chiave che influenzano il processo di apprendimento che non sono isolati tra loro, ma interagiscono come parte integrante di un processo dinamico in continuo sviluppo. Un cambiamento di uno di loro, influenza l’intero sistema.

Uno tra questi fattori è sicuramente l’insegnante che si pone tra lo studente e il compito, stimolando il trasferimento di conoscenze attraverso la presentazione di stimoli selezionati e promuovendo l’attivazione di un processo che porti il discente ad imparare ad imparare attraverso lo sviluppo di strategie e abilità. Altro fattore dell’apprendimento è sicuramente lo studente che interpreta il compito in modi che gli sono propri e traendone apprendimenti. Si ha poi il compito che costituisce l’interfaccia tra studente e insegnante. Tutti questi fattori possono inoltre essere influenzati dal contesto che riguarda il bambino/ragazzo, ossia il suo ambiente di vita, il suo stato emotivo, tutto ciò che ruota intorno a lui e che può allo stesso tempo sostenerlo oppure ostacolarlo.

È necessario anche considerare e ricordare che l’apprendimento può avvenire sfruttando diversi canali e che qualsiasi esperienza può costituire un apprendimento. Vi sono cinque sensi attraverso i quali apprendere (vista; udito; tatto; olfatto; gusto) e tutti dunque possono costituire un canale che realizza il nostro apprendimento. È opportuno ricordare ciò perché un ragazzo con dislessia può avere difficoltà ad apprendere sfruttando il canale visivo, ma una stessa conoscenza può essere appresa sfruttando il canale uditivo, ascoltando dunque quanto avrebbe dovuto leggere (con una sintesi vocale, ad esempio).

In una visione di apprendimento accessibile a tutti, i bambini/ragazzi con DSA possono essere considerati dunque come soggetti che apprendono in maniera diversa da quello che viene considerato lo standard nelle scuole. Per gli stessi devono essere garantite le stesse possibilità di apprendimento degli altri studenti, valorizzando i loro punti di forza. Le direttive della legge n°170 del 2010 tutelano proprio questi aspetti. L’intervento educativo e clinico mira dunque a favorire l’apprendimento attraverso tutti i canali che si rivelano più utili e funzionali per il bambino o per il ragazzo stesso.

In conclusione, “lavorare con un ragazzo con DSA non significa intervenire unicamente sulle sue difficoltà di lettura, scrittura e calcolo per migliorare le abilità strumentali. Tutt’altro: è fondamentale mantenere uno sguardo d’insieme sulle implicazioni funzionali delle sue caratteristiche di apprendimento per permettergli di adottare le strategie e gli strumenti più idonei a raggiungere la massima autonomia possibile” (Verni, 2014).

 

Dott.ssa Marta Tedeschi

Logopedista, Segnante Lis

Esperta in DSA e ADHD

http://www.centroiltulipano.com