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Lo sviluppo sociale nell’Autismo: l’importanza del rapporto con i genitori

Questo articolo nasce per aiutare i genitori di bambini con Autismo o Disturbo Generalizzato dello Sviluppo a giocare con i loro figli, così da promuovere lo sviluppo non solo cognitivo e motorio del bambino, ma anche delle abilità sociali e relazionali.

Cos’è l’intersoggettività? 
L’intersoggettività è l’insieme di tutti i comportamenti sociali necessari al bambino per riferirsi ad un’altra persona, ovvero le prime abilità di relazione sociale. Gli sguardi, l’interesse per il volto umano, il gioco con gli oggetti, l’alternanza nei turni di conversazione permettono al bambino di capire che può attirare l’attenzione dei genitori.

L’intersoggettività include:
• L’attenzione congiunta: il bambino alterna il proprio sguardo tra ciò che sta osservando e l’altra persona, impara a seguire con lo sguardo l’indicazione dell’altro e a portare un oggetto ad un’altra persona per farglielo vedere;
• L’imitazione: riesce ad imitare l’espressione del viso, i gesti, i movimenti e l’uso di oggetti creando un ponte tra lui e l’adulto;
• L’emozione congiunta: condivide emozioni con l’adulto;
• L’intenzione congiunta: inizia la capacità di aderire o meno con il proprio comportamento alle richieste che gli vengono proposte dagli altri;
• Gli scambi di turno: alterna sguardi, suoni, sorrisi o movimenti.

Quando un bambino è all’interno dello spettro autistico o all’interno di altri Disturbi Generalizzati dello Sviluppo, i comportamenti sopra descritti possono non comparire o comparire in ritardo, il bambino presenta scarsa motivazione nel voler ricevere una risposta dagli altri.

Di solito le difficoltà nello sviluppo sociale sono difficilmente riconoscibili o confuse con normali variazioni di comportamento o temperamento del bambino. In questo caso (per i bambini che hanno compiuto 18 mesi) è possibile richiedere al vostro pediatra l’utilizzo di uno strumento di osservazione chiamato M-CHAT. Attraverso la compilazione di alcune domande, l’M-CHAT permette di avere un quadro più dettagliato rispetto ai comportamenti peculiari che avete notato in vostro figlio, permettendo di intervenire precocemente in caso sia necessario. Cosa osservare? Lo sguardo, la capacità di seguire con gli occhi un’indicazione da parte dell’adulto o la capacità di alternare turni di conversazione, sono indicatori importanti.

Cosa fare? 
Un bambino all’interno dello spettro autistico non impara spontaneamente quello che avrebbe bisogno di imparare, ciò non vuol dire che non impara. È necessario programmare l’intervento educativo in modo razionale e coordinato tra operatori e famiglia, scegliendo con cura gli obiettivi che si vogliono raggiungere per permettere al bambino di diventare indipendente. Il programma deve tener conto anche dei possibili comportamenti problematici del bambino che potrebbero essere di ostacolo all’apprendimento, e che in alcuni casi, necessitano di un intervento specifico.

Alla base del trattamento deve esserci una collaborazione tra genitori ed operatori, in quanto i primi sono coloro che conoscono meglio il figlio, i secondi invece hanno tutte le conoscenze delle tecniche e delle modalità di riabilitazione.

Fondamentale è insegnare al bambino in modo piacevole e divertente così da innescare la motivazione necessaria a ripetere quell’azione specifica e generalizzarla nei vari contesti di vita. Il gioco diventa quindi la cornice perfetta dove inserire tutte quelle attività che ci permettono di lavorare sulle abilità sociali sopra descritte. L’isolamento del bambino, le stereotipie, le difficoltà sensoriali spesso lo rendono distante e difficilmente raggiungibile, tanto da demotivare tutte le figure che ruotano intorno a lui.

Il gioco nello spettro autistico. Domande da porsi
• Il gioco che ho scelto interessa a mio figlio? Molto importante è capire cosa interessa al bambino così da scegliere attività di gioco per lui motivanti così da raggiungere gli obiettivi che vi siete posti. Spesso gli interessi ristretti (ad esempio verso solo alcune tipologie di giochi) vanno usati come un ponte che ci porta verso il bambino e non come un ostacolo.
Cosa gli dà fastidio? Alcuni bambini non sopportano determinati suoni che percepiscono come fastidiosissimi rumori, certi odori o materiali che danno fastidio se toccati. Cercate di scoprire cosa il vostro bambino rifiuta e non includete questi oggetti, almeno inizialmente.
Mio figlio durante il gioco scelto mi guarda, manovra l’oggetto, lo condivide e rispetta il turno? Se durante le attività avviene, anche se per pochissimi secondi, una di queste abilità sociali, è importante presentare più spesso quel tipo di gioco, in quanto permette di far emergere comportamenti sociali e di interazione con l’altro.
Quando interrompo il gioco mio figlio mi fa capire in qualche modo che vuole ripeterlo? Tale risposta è fondamentale per comprendere se l’attività è gradita a vostro figlio e soprattutto se è per lui motivante a tal punto da interagire per poterla ripetere.
Quando devo interrompere il gioco? Se il materiale non suscita interesse e la prova risulta fallita, il bambino non ha ancora le competenze adeguate per quel tipo di attività, che deve essere messa da parte e magari ripresa più avanti.
Come mi devo esprimere durante il gioco? Il linguaggio deve essere chiaro e semplice, se il bambino lo permette, si può decidere di guidarlo fisicamente per fargli comprendere cosa vorremmo facesse.
Dove devo svolgere il gioco? Come strutturo l’ambiente? Quanto tempo deve durare? Se durante l’attività proposta vediamo che il bambino è distratto dall’ambiente, non ci segue, perde l’attenzione, è probabile che l’ambiente scelto sia troppo confusionario per lui o che l’attività stia durando troppo tempo, in entrambi i casi è necessario modificare spazi e durata per venire incontro al bambino e ricatturare il suo interesse.
Sono motivato a giocare con mio figlio? La motivazione dei genitori è essenziale per coinvolgere il bambino.

Organizzazione dello spazio e del tempo
Lo spazio deve essere identificabile visivamente (che sia un tappeto o un tavolo), definito con dei limiti visibili (ad esempio un muro o un mobile), essenziale, quindi senza distrazioni e, ovviamente, comodo sia per voi genitori sia per il bambino. È importante anticipare a vostro figlio, verbalmente o attraverso l’utilizzo di un’immagine, il gioco che si vuole proporre, in modo da rendere l’attività prevedibile. La prevedibilità del gioco è strettamente correlata alla tranquillità del bambino.
Bisogna, oltre che pensare allo spazio, riflettere anche sulla durata del gioco, sul far comprendere al bambino l’inizio e la fine di questo o su come far comunicare al bambino la volontà di interrompere il gioco. Se il bambino si esprime a parole si può utilizzare il linguaggio verbale, scegliendo una parola che indica “ancora” per la prosecuzione del gioco, o “basta” / ”via” per la sua interruzione, prevenendo la fuga del bambino dall’ambiente scelto. Se il bambino non parla si possono creare dei piccoli rituali: l’ingresso nello spazio di gioco che si apre all’inizio e si chiude al termine, le pantofole che si levano quando ci si siede sul tappeto e si rimettono quando l’attività è terminata, un oggetto che piace particolarmente al bambino messo accanto a noi che gli viene restituito solo al termine dell’attività, ad indicarne la fine.
E’ il caso di non insistere con il gioco se il bambino dovesse dare segni di disinteresse e/o stanchezza, piuttosto è meglio mettere a posto e prendere un’altra attività per lui motivante.
In generale, la ripetizione aiuta il bambino ad apprendere e a prestare attenzione agli elementi sociali del gioco perché diventano prevedibili. Nel momento in cui l’esercizio viene compreso allora possono essere inserite delle variazioni, possibilmente scelte con cura e proposte una alla volta (ad es. si può sostituire le palline morbide invece delle biglie nei giochi di turno, oppure i cerchi invece di essere lanciati possono essere fatti rotolare, il palloncino invece di essere sgonfiato sulla mano può essere lanciato nella stanza per seguirne la traiettoria, oppure può essere eseguita un’attività, invece che da solo, insieme a voi genitori così da promuovere lo scambio e l’attenzione congiunta).

Dott.ssa Francesca Pretagostini
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)
Esperta in valutazione e riabilitazione del bambino con Difficoltà di Sviluppo

Ritardo del linguaggio nel bambino sotto i due anni: quali sono i campanelli d’allarme?

Quest’articolo nasce dalla necessità di sensibilizzazione circa le situazioni di ritardo del linguaggio nel bambino piccolo che, di fatto, rappresentano in moltissimi casi il primo segnale di un futuro sviluppo atipico e di sequele successive di grande importanza come quelle nell’area dell’apprendimento (per ulteriore approfondimento sul tema leggi Disturbi dell’apprendimento e deficit d’attenzione e iperattività oppure Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento)

TAPPE DELLO SVILUPPO LINGUISTICO

Analizziamo le prime fasi di sviluppo di linguaggio.

Già tra il sesto e l’ottavo mese di vita del bambino compare il babbling canonico (sequenze di sillabe consonante-vocale es.papapapa, mamamama) e si sviluppa quello che è il primo importante prerequisito per un corretto sviluppo linguistico: l’intenzionalità comunicativa. Il bambino trova un rinforzo nell’ambiente perché i genitori sono contenti delle sue vocalizzazioni, quindi iniziano le prime produzioni consapevoli.

Tra l’ottavo e il decimo mese compare il babbling variato, sempre sequenze consonante-vocale, ma da sillaba a sillaba cambia uno dei suoni, e compaiono i primi gesti, prerequisiti necessari per poi sviluppare il linguaggio.

Il bambino inizia poi a produrre le prime parole intorno ai 12 mesi.

Tra i 18 e i 20 mesi le parole aumentano in maniera esponenziale, esplosione del vocabolario, e quando il bambino ha tante parole inizia a combinarle tra loro per formare le prime frasi.

CAMPANELLI D’ALLARME E INDICATORI DI RISCHIO

Conoscendo quindi ora l’andamento naturale dello sviluppo linguistico, pur considerando e rispettando la variabilità individuale per la quale aspettare un tempo finestra di 4 mesi, andremo a chiederci quando iniziarci a preoccupare? Quando sospettare un ritardo del linguaggio?

  • presenza di meno di 50 parole a 24 mesi
  • assenza di frasi intorno ai 30 mesi
  • difficoltà in comprensione

Andiamo ora a vedere quali sono quegli indicatori di rischio della possibilità che il ritardo del linguaggio che stiamo osservando diventi persistente:

  • otiti severe e frequenti nel primo anno di vita
  • assenza di babbling
  • ritardo nella comprensione di parole
  • gioco simbolico immaturo
  • ridotta o assente abilità di imitazione vocale
  • funzionamento cognitivo al limite
  • repertorio fonologico inferiore a 12 consonanti a 24 mesi
  • familiarità per difficoltà di linguaggio e/o apprendimento

EVOLUZIONE DI UN RITARDO DEL LINGUAGGIO

Tra la popolazione di bambini tra i 18 e i 36 mesi in cui si osserva un ritardo del linguaggio, una parte potrebbe recuperare spontaneamente rispetto al ritardo iniziale, rientrando quindi nel profilo linguistico dei loro coetanei. Si tratta dei cosiddetti “Late Bloomers”, cioè bambini che sbocciano in ritardo.

Per un altro gruppo di questi bambini le difficoltà linguistiche evolveranno positivamente verso i 5 anni. Si tratterà tuttavia di un recupero illusorio, poiché il bambino che fino ai 4 anni aveva un linguaggio poco intellegibile avrà delle lacune a livello fonologico che porteranno a difficoltà di analisi e programmazione dei suoni delle parole e quindi difficoltà nell’acquisizione della letto-scrittura.

È chiaro quindi che il problema potrebbe risolversi oppure no, non posso saperlo prima e di sicuro aspettare non porta alla risoluzione. Si rischia di trovarsi con 8-10 mesi di ritardo rispetto alle acquisizioni e dover fornire al bambino in poco tempo 300 parole e linguaggio combinatorio.

Importante quindi in ogni caso un intervento precoce. Non aspettare che diventi una difficoltà conclamata, ma rivolgersi al professionista di riferimento per quei bambini che mostrano condizioni di rischio, per i quali è possibile realizzare interventi di prevenzione.

Gli studi indicano come un gruppo numeroso di bambini che hanno avuto un disturbo di linguaggio in epoca prescolare sviluppino poi un disturbo d’apprendimento in epoche successive, anche quando il disturbo di linguaggio non è più in atto. Si consiglia quindi di inserire questi bambini all’età di 5 anni in percorsi di prealfabetizzazione, alla luce dei dati di letteratura che indicano come questo rappresenti un fattore protettivo.

PERCHE’ INTERVENIRE A 24 MESI?

I bambini hanno consapevolezza delle proprie difficoltà da molto presto, quindi un bambino può riuscire a selezionare delle parole ma non dirle perché contengono suoni che sa di non riuscire a produrre e questo crea nel bambino frustrazione e conseguente chiusura in se stesso.

Inoltre è importante intervenire anche perché non dare al bambino strumenti linguistici ha ripercussioni sul pensiero e sulla cognitività. Un bambino con disturbo di linguaggio ha meno risorse per usare il linguaggio come strumento di pensiero.

Infine molti studi hanno messo in rilievo come rispetto ai coetanei con sviluppo tipico, nei bambini con ritardo di linguaggio sono più frequenti comportamenti negativi durante il gioco (piangere, colpire, buttare via…) e che questi bambini sono spesso più timidi, paurosi, difficili da coinvolgere e mostrano minore capacità di adattamento e autoregolazione emotiva, minore socievolezza e livelli di stress più elevati.

INTERVENTO NEL BAMBINO PICCOLO

Con bambini di età inferiore ai 24 mesi, e con condizioni di ritardo di linguaggio non associato a fragilità in altri ambiti non linguistici, in una fase iniziale la terapia consisterà semplicemente in un counseling alla famiglia con lo scopo di incentivare i giusti atteggiamenti dell’adulto ed eliminare quei comportamenti che possono inibire o frustrare il bambino.

In una fase successiva l’intervento si comporrà di:

  • INTERVENTI PSICOEDUCATIVI: sono presenti soltanto i genitori. Si tratta di incontri in cui si offrono ai genitori suggerimenti di base per sostenere la crescita comunicativa del bambino. I genitori sono impegnati in molti differenti contesti interattivi con i propri figli dal gioco simbolico alla lettura di fiabe ai giochi ritmico-musicali
  • INTERVENTI MEDIATI DAI GENITORI: il beneficiario diretto della terapia è il bambino ed il genitore è presente durante l’intervento, osserva e ripresenta giochi/esercizi a casa, cosi che possa proporre comportamenti comunicativi calibrati sul livello di sviluppo del bambino.

 

Dott.ssa Silvia Del Pinto
Logopedista
Esperta in DSA, DGS e Autismo
Esperta in Riabilitazione Neuropsicologica dell’adulto
www.centroiltulipano.com

Open Day – Incontra la Nutrizionista!

Sei in dolce attesa e hai paura di non sapere come regolare la tua alimentazione in gravidanza? Sei preoccupata per lo svezzamento nel primo anno di vita oppure perché tuo figlio, ormai grande, mostra una selettività nell’alimentazione? O vuoi semplicemente perdere quei chili di troppo che proprio non riesci a sopportare?

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Prendi un appuntamento scrivendo a giuliacinelli@nutrizionista.email oppure telefonando al 329 18 58 289 e impara a prenderti cura della tua alimentazione e di quella dei tuoi cari!

Il bullismo: tra fenomenologia e intervento

Il tema del bullismo richiama sempre una forte attenzione pubblica e sociale. Risulta essere un fenomeno, seppur ormai molto conosciuto, radicato fortemente fra i giovani, come si può constatare dalle frequenti notizie di cronaca. Si adegua ai tempi che cambiano e si trasforma nelle sue manifestazioni, proprio per questo rimane difficile arginare la sua diffusione e i suoi effetti. Può portare con sé conseguenze psicologiche ed emotive gravi per lo sviluppo, per questo è determinante continuare a sensibilizzare ed intervenire precocemente.

 

COS’È IL BULLISMO?!

Il bullismo è un fenomeno sociale oggetto di studio di diverse discipline. Con il termine bullismo si intende un fenomeno multidimensionale, che può includere una vasta gamma di comportamenti.

Una persona vittima di bullismo è prevaricato o vittimizzato quando è esposto ripetutamente, nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da uno o più compagni (Olweus 1993)

 

COME SI MANIFESTA?

Il bullismo si basa su alcune specifiche caratteristiche:

  • Intenzionalità: sono messi in atto comportamenti volontari dal bullo, per provocare un danno alla vittima o per divertimento
  • Persistenza nel tempo: le azioni dei bulli durano nel tempo
  • Asimmetria nella relazione: per ragioni di età, di forza, di genere e/o per popolarità rispetto al gruppo di coetanei
  • La vittima non è in grado di difendersi: è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme possibili ritorsioni

 

 COSA NON È?

  • uno scherzo: nello scherzo l’intento è di divertirsi tutti insieme, non di ferire l’altro
  • un conflitto fra coetanei: il conflitto, come può essere un litigio è episodico

 

QUALI FORME ASSUME?

Il bullismo diretto, caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e può essere suddiviso in:

  • fisico: il bullo colpisce la vittima in maniera fisica, con azioni aggressive, anche verso gli effetti personali della persona presa di mira.
  • verbale: il bullo prende in giro la vittima attraverso insulti, offese affermazioni razziste, discriminatorie e minacciandola verbalmente

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso. Tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo di pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo.

 

QUALI SONO LE PARTI COINVOLTE?

Nelle azioni di bullismo si riscontrano i seguenti ruoli:

  • Bullo: è colui che fa prepotenze ai compagni
  • Vittima: è colui che subisce le prepotenze
  • Complice: colui che, ride all’azione del bullo, lo incita, ne prende parte
  • Spettatore silente: colui che partecipa all’evento, senza prendervi parte attivamente
  • Difensore: colui che prende le parti della vittima

Il ruolo del gruppo influenza fortemente  il comportamento del bullo

 

PERCHÉ SI DIVENTA BULLI E VITTIME?

Nel tempo, si sono messe in evidenza caratteristiche che possono influenzare le dinamiche del bullismo come:

Il Concetto di sé: aspetti cognitivi su come ci si vede e ci si descrive nei vari ambiti della vita

L’Autostima:  gli aspetti valutativi del sé, il valore che attribuiamo a noi stessi

Empatia: capacità di mettersi nei panni degli altri

Resilienza: capacità di far fronte alle avversità mantenendo fiducia in sé stessi

 

Le VITTIME si caratterizzano solitamente per:

  • Basso concetto di sé
  • Scarsa autostima
  • Bassa capacità di resilienza
  • Sottomissione, che attiva una risposta vista come stimolante da parte del bullo

I BULLI  si caratterizzano solitamente per

  • Elevato concetto di sé, ma in realtà è un tentativo di sembrare ciò che non si è
  • Spesso caratterizzati da
un’alta autostima, in realtà spesso “autostima difensiva”

 

CONSEGUENZE A LUNGO TERMINE DEL BULLISMO?

Essere vittime di episodi di bullismo da bambini può comportare difficoltà non solo nell’immediato, ma comporta un rischio di sviluppare diverse tipologie di disturbo nel tempo. Numerosi studi hanno evidenziato che, le vittime di bullismo continuano nel tempo a presentare in misura rilevante, disturbo d’ansia, sintomi di stress, depressivi, spesso i ragazzi decidono di ritrarsi da scuola  ed isolarsi. Per coloro che invece hanno caratterizzato il loro passato esclusivamente con il ruolo di bullo incorrerebbero il  rischio di sviluppare un disturbo del comportamento nella sfera antisociale.

COME SI PUÒ INTERVENIRE?

  • Promuovere comportamenti pro-sociali e cooperativi, soprattutto nelle scuole, teatro della maggior parte dei fenomeni di bullismo
  • Valorizzare le differenze individuali
  • Promuovere le capacità empatiche
  • Stimolare lo sviluppo di una sana autostima
  • Responsabilizzare i giovani rispetto al loro ruolo, soprattutto se spettatori

 

Dott.ssa Roberta Mattone

Psicologa clinica
Esperta in Psicodiagnostica clinica

www.centroiltulipano.com

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Gratuito patrocinio: requisiti e modalità d’accesso all’assistenza legale gratuita

Accade di frequente che le persone abbiano necessità (e molte volte ne siano costrette) di rivolgersi ad un avvocato per richiedere assistenza legale, senza tuttavia avere la possibilità economiche per le spese di giustizia e soprattutto gli onorari del professionista.

L’art. 24 della Costituzione prevede che tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e che “la difesa è un diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento”. La Costituzione riconosce quindi la difesa come un diritto fondamentale della persona, che si palesa nella possibilità – prevista quindi per la collettività – di adire l’autorità giudiziaria ogni qual volta si voglia tutelare una posizione di natura personale; tuttavia, la stessa normativa impone l’onere – in questi casi – di sostenere spese processuali, a volte onerose, e soprattutto una parcella per l’attività e la rappresentanza svolta dall’avvocato.

Come può, posta la tutela che la nostra Costituzione fornisce in tema di diritto di difesa, una persona ricevere adeguata assistenza legale e sostenere le spese erariali richieste, quando non ha le possibilità economiche necessarie per farlo? A questa eventualità risponde il “Testo Unico in materia di Spese di Giustizia” (artt. da 74 a 141), che prevede la possibilità di usufruire dell’istituto del Gratuito Patrocinio. Con il Gratuito Patrocinio, le persone non abbienti, che hanno necessità di essere rappresentate in giudizio per agire o per difendersi, qualora abbiano i requisiti richiesti dalla legge, possono richiedere la nomina di un avvocato e la sua assistenza a spese dello Stato, senza quindi sostenere alcun pagamento.

Ma vediamo nel dettaglio come si sviluppa questo istituto, le materie in cui può essere richiesto, i requisiti legali per accedervi e le conseguenze processuali che ne derivano, in caso di ammissione della persona interessata.

Quanto alle materie, il Gratuito Patrocinio può essere richiesto nei procedimenti civili, amministrativi, tributari, contabili e nelle cause di diritto di famiglia. È ammesso anche nel processo penale, e quindi per la difesa dell’indagato, dell’imputato, della persona offesa o della parte civile e del responsabile civile del reato.

Quanto alle fasi, l’ammissione è garantita in ogni stato e grado del processo; e quindi, Giudice di Pace, Tribunale, Corti d’Appello, Corte d’Assise, Tribunale di Sorveglianza, Commissioni Tributarie Provinciali e Regionali, Tribunali Amministrativi Regionali, ed anche le Magistrature Superiori (Consiglio di Stato e Corte di Cassazione). Non è invece ammissibile per la fase stragiudiziale, relativa cioè ad eventuali trattative tra le parti in un momento precedente a quello dinanzi al Giudice; ciò in quanto, l’istituto riguarda solo le azioni strettamente processuali prestate dal legale.

In generale, sono ammessi al Gratuito Patrocinio, tutti i cittadini italiani e comunitari, gli stranieri che risiedano nel territorio nazionale e gli apolidi.

Requisito principale e di carattere oggettivo per l’ammissione al patrocinio a spese dello Stato è di natura economica: si richiede cioè che il soggetto interessato abbia un reddito annuo inferiore ad € 11.258,41, relativo – si precisa – all’ultima dichiarazione dei redditi. Qualora l’interessato conviva con il coniuge o altri familiari (così come risulta dallo stato di famiglia) il reddito considerato ai fini dell’ammissione, è la somma dei redditi dell’intero nucleo familiare. Quindi, in tale ultima ipotesi, è richiesto che la somma dei redditi di tutti i familiari sia inferiore alla somma di € 11.258,41, pena il rigetto dell’istanza.

Nel caso di processo penale, al limite massimo di € 11.258,41 per il richiedente, si aggiunge la somma di € 1.032,91, per ognuno dei familiari conviventi. A titolo di esempio, in quest’ultima ipotesi, se il richiedente convive con un coniuge, la somma dei redditi di entrambi dovrà essere inferiore ad € 12.561,32 (e quindi € 11.258,41 per l’interessato ed € 1.032,91 per il coniuge convivente).

Quanto al requisito di carattere soggettivo, è richiesta la fondatezza della causa per la quale si richiede il Patrocinio a Spese dello Stato: in questo modo, si intende evitare procedimenti pretestuosi, richieste di risarcimento danni spropositate o senza fondamento, fatti denunciati in modo falso e diverso dalla realtà, e così via. Questo requisito, tuttavia, viene valutato in corso della causa, per la quale è stato ammesso il Patrocinio Gratuito. È importante che il soggetto interessato sia a conoscenza e tenga conto di questo secondo requisito, in quanto potrà determinare la revoca del Patrocinio a Spese dello Stato precedentemente ammesso; se cioè il Giudice del procedimento ritiene che la causa sia infondata, può in ogni momento revocare il Patrocinio Gratuito. Con la conseguenza che il soggetto sarà costretto a sostenere tutte le spese e gli onorari fino a quel momento maturati.

Passiamo ora alla procedura richiesta dalla normativa, per l’accesso all’assistenza legale gratuita. Premessa d’obbligo è la seguente: non tutti gli avvocati iscritti all’Albo sono abilitati a prestare assistenza legale con il Gratuito Patrocinio. A tal proposito, ogni Ordine degli avvocati redige un albo apposito, nel quale sono riportati i nominativi di tutti coloro che appunto possiedono la richiesta abilitazione. Il soggetto interessato a richiedere l’assistenza gratuita dovrà quindi individuare e scegliere preventivamente un avvocato abilitato da questi elenchi, il cui nominativo dovrà essere indicato nell’istanza.

Fatta detta scelta, l’interessato dovrà compilare un’apposita domanda, denominata istanza di ammissione, la quale dovrà indicare:

  1. La materia per la quale è richiesta (se civile, penale, amministrativa, etc.);
  2. L’autorità Giudiziaria competente per il processo;
  3. Una breve descrizione della vicenda;
  4. I riferimenti del procedimento processuale se già pendente;
  5. Il reddito complessivo imponibile per i componenti della famiglia (compreso l’interessato);
  6. I dati e i recapiti di studio dell’avvocato iscritto all’albo per il Gratuito Patrocinio.

È inoltre richiesta l’allegazione della dichiarazione dei redditi dell’interessato (ed eventualmente dei familiari conviventi), ovvero un’autocertificazione reddituale del soggetto richiedente, nelle ipotesi in cui il reddito sia pari a zero. La domanda dovrà essere sottoscritta dall’interessato e autenticata (ovvero sottoscritta) dall’avvocato prescelto, pena l’inammissibilità della domanda presentata. L’istanza deve essere depositata:

  • Presso l’Ordine degli Avvocati del luogo in cui pende il procedimento instaurato o da instaurare, quando si tratti di cause civili, amministrative, tributarie, contabili e di volontaria giurisdizione;
  • Nell’Ufficio del Magistrato davanti a cui pende il processo, nel caso di procedimenti penali.

A seguito della presentazione dell’istanza, il Consiglio dell’Ordine o il Magistrato competente comunicano l’accoglimento o il rifiuto della richiesta di ammissione. Una volta ottenuta l’ammissione, il soggetto richiedente avrà accesso ad un’assistenza legale totalmente gratuita.

Ecco, brevemente, in cosa consiste detta gratuità:

  • Non saranno dovuti gli onorari all’avvocato;
  • Qualora la causa richieda la nomina di un Consulente Tecnico d’Ufficio (si pensi, ad esempio, alle ipotesi di quantificazione dei danni, calcolo retribuzioni, valutazione indennità, perizie in materie edile e così via), il soggetto ammesso non sarà tenuto al pagamento della parcella per le attività espletate dal consulente;
  • Non saranno dovute le spese di giustizia di carattere procedurale, e quindi:
  1. indennità di trasferta, diritti di copia, spese di notifiche per il processo penale;
  2. contributo unificato, marche da bollo, richiesta copia, spese di notifiche e indennità di trasferta per il processo civile e di famiglia;
  3. spese di giustizia, indennità di trasferta, spese di spedizione degli Ufficiali Giudiziari per le notificazioni di atti nel processo amministrativo;
  4. spese di giustizia, indennità di trasferta, diritti di copia e spese di notifiche per il processo tributario e contabile.

Ma cosa succede qualora la parte, ammessa al Gratuito Patrocinio, perda la causa? Nel caso di vittoria del procedimento, tutte le spese e gli onorari di causa saranno, come detto, pagati dallo Stato. Tuttavia, nel caso di soccombenza (e quindi sconfitta) del soggetto ammesso, ben può accadere che lo stesso sia condannato al pagamento delle spese sostenute dall’altra parte. Il nostro ordinamento prevede infatti il “principio della soccombenza”, secondo il quale la parte che esce sconfitta da un procedimento, potrebbe essere condannata a rimborsare le spese processuali sostenute dall’altra parte. È il Giudice che eventualmente procede alla condanna e quantifica dette spese. Ebbene, alla luce di questa eventualità, potrà quindi accadere che:

  1. Il soggetto ammesso al Gratuito Patrocinio perde la causa ma non viene condannato a rimborsare l’altra parte: in questo caso, lo Stato comunque rimborsa le spese e gli onorari sostenute dall’avvocato del richiedente;
  2. Il soggetto ammesso perde la causa e viene anche condannato a pagare le spese dell’altra parte (ad esempio € 1.000,00): in tali ipotesi, comunque lo Stato garantisce il rimborso delle spese per l’avvocato del soggetto richiedente, ma non provvede anche al pagamento degli € 1.000,00 in favore dell’altra parte del processo. Questa potrà quindi agire per il rimborso direttamente nei confronti del soggetto ammesso al Gratuito Patrocinio, che dovrà quindi pagare il corrispettivo in prima persona, senza usufruire di alcuna agevolazione.

In conclusione, l’istituto del Gratuito Patrocinio è uno strumento processuale assai utile per i soggetti in difficoltà economica, che garantisce la possibilità di agire in giudizio, senza aggravio di spese. Tuttavia, è una procedura di rado utilizzata e suggerita dagli esperti del diritto e allo stesso modo poco conosciuta dalle persone che ne hanno interesse. È consigliabile quindi, quando ci si rivolge ad un avvocato, richiedere informazioni per poter accedere a detta agevolazione, al fine di potervi aderire.

In ogni caso, è sempre opportuno richiedere l’assistenza di un legale, anche nella fase di deposito della domanda di ammissione al Patrocinio a Spese dello Stato. Ciò in quanto, il più delle volte, ragioni puramente procedurali (legate alla mancata allegazione di documenti o ad errori nella compilazione del modulo di richiesta) determinano il rigetto dell’istanza di ammissione. Nel nostro ordinamento, in cui i diritti inviolabili dell’uomo – tra cui rientra il diritto di difesa – hanno un peso specifico e un’importante tutela, uno strumento come quello del Gratuito Patrocinio fornisce una completa e adeguata garanzia di riconoscimento ed espressione di questo fondamentale diritto personale.

 

Avv. Manuela Vacca

Esperta in Diritto di Famiglia, Lavoro, Responsabilità civile, Infortunistica, Indennità e Invalidità civile

www.centroiltulipano.com

Come parlare di sesso con gli adolescenti?

La pubertà e l’adolescenza sono un periodo molto delicato, alle prese con diversi cambiamenti, non solo fisici ma anche psicologici che spesso, come risultante, portano un allontanamento dalle figure genitoriali.
Gradualmente i giovani adulti prendono le distanze dalla famiglia per acquisire un’autonomia emotiva, identitaria e comportamentale sempre maggiore ed iniziano ad investire nelle relazioni con i coetanei (Atger, 2006; Botbol et al.,2000; Fraley, Davis & Shaver, 1998) con cui istaurano sia rapporti amicali che sentimentali.

La crescita di un figlio, infatti, ha come tappa fondamentale anche quella relativa all’amore e alla sessualità, che spesso spaventa i genitori. Parlare di sessualità con i propri figli risulta difficile per entrambi gli interlocutori, si viene a creare un clima di imbarazzo che porta spesso i giovani ad altre fonti per avere informazioni, con il rischio che risultino poco adeguate (amici più grandi, siti internet con informazioni scorrette etc.).

Come fare per riuscire a discuterne insieme?

E’ importante creare con gli adolescenti un clima non giudicante, nel quale i ragazzi si possano sentire liberi di esprimere le proprie emozioni, i propri dubbi ed i propri pensieri. I temi da affrontare possono essere i più disparati ma alla base è bene sottolineare ai ragazzi il valore del proprio corpo e l’importanza del rispetto reciproco tra le persone ed anche il rispetto dei tempi di ognuno.

I genitori dovrebbero riuscire a tenersi aggiornati sui temi riguardanti la sessualità e sui cambiamenti anche del vissuto di questa all’interno della società. È bene leggere libri e riviste ma soprattutto saper dire “non lo so, mi informo” quando ci sono domande di cui non si conosce la risposta.

Inoltre, quando si parla di sessualità con i giovani è bene riferire loro in modo appropriato i rischi che si possono intercorrere durante un rapporto sessuale incoraggiandoli ad utilizzare sempre precauzioni ed informandoli non solo sulle gravidanze indesiderate ma anche sulle malattie sessualmente trasmesse.

Spesso cercando notizie su internet si può incappare in siti con informazioni poco chiare e non del tutto corrette, rischiando di peggiorare le fantasie e le conoscenze. A questo proposito esistono dei libri adeguati all’età che possono spiegare in modo chiaro e corretto tutti i dubbi relativi ad una sessualità serena e consapevole, tra questi possiamo trovare la collana di Roberta Giommi e Marcello Perrotta, suddiviso per fasce di età “Programma di educazione sessuale” (per pre- adolescenti ed adolescenti : 11-14 anni e 14-18 anni) ed il libro  “Make Love. Un manuale di educazione sessuale” di Ann-Marlene Henning, Tina Bremer-Olszewski, un libro più recente e in qualche modo più provocatorio, in cui ci sono immagini reali di coppie di ragazzi ed un linguaggio meno “didattico” e più colloquiale.

Potrebbe essere utile informare anche rispetto alle strutture presenti sul territorio, al fine da poter indirizzare i ragazzi ad un team di esperti con cui poter discutere liberamente dei loro dubbi riguardanti la sessualità e conoscere un luogo in cui potersi affidare qualora ci fosse una situazione di emergenza.

Nella nostra sede di Frascati è possibile confrontarsi direttamente con la figura specifica della sessuologa affrontando insieme qualsiasi dubbio o perplessità riguardanti il vissuto di una sessualità serena e consapevole, sia per gli adolescenti che per i genitori.

 

Dott.ssa Agnese Eleuteri

Psicologa e Sessuologa Clinica

Responsabile dell’Area Psico-sessuologica e dell’Intervento di Coppia

http://www.centroiltulipano.com

L’alimentazione nei primi anni di vita

L’alimentazione di un figlio nei primi 1000 giorni è un fattore cruciale per il benessere della mamma e del piccolo in quanto i primi anni di vita rappresentano un periodo estremamente importante per garantire un adeguato sviluppo del bambino. Il conto dei 1000 giorni comincia a partire dall’inizio della gravidanza e si prolunga per i primi due anni di vita del bambino.

Se vuoi saperne di più sull’alimentazione prima e durante la gravidanza puoi leggere anche Alimentazione in gravidanza: cosa favorire e cosa evitare?

Quali sono i punti fondamentali che caratterizzano l’alimentazione dalla nascita al compimento del 2° anno di vita?

Allattamento al seno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento al senso esclusivo (senza l’introduzione di altri solidi o liquidi) per i primi 6 mesi di vita, essendo il latte materno un alimento “su misura” per il piccolo, garantendo l’apporto di tutti i nutrienti necessari, nelle giuste quantità e proporzioni. La composizione del latte materno è, infatti, irripetibile, dinamica, cambia adattandosi fisiologicamente alle necessità del piccolo durante la crescita ed è indispensabile per la costruzione delle difese immunitarie nonché di un’adeguata flora batterica intestinale.

L’allattamento al seno, inoltre, ha innumerevoli benefici anche per la mamma: 1) aiuta a perdere il peso accumulato in gravidanza, le riserve adipose sono, infatti, indispensabili fonti energetiche che l’organismo utilizza per la produzione di latte; 2) riduce il rischio di alcune forme di tumore al seno, all’endometrio e all’ovaio; 3) protegge contro malattie cardiovascolari.

Non dimentichiamoci, infine, che il latte materno è gratuito, pratico, igienicamente sicuro, sempre pronto e alla giusta temperatura.

Quali sono i consigli per le mamme?

  • I consigli per le mamme sono:
  • non fermarsi ai primi tentativi: la produzione del latte viene stimolata ogni qual volta il bambino si attacca al seno.
  • non esitare, in caso di difficoltà, a chiedere aiuto a figure esperte e competenti a cui è possibile rivolgersi per chiedere supporto e assistenza, anche a domicilio.

Svezzamento: tempi e modalità

Oltre i primi 6 mesi di vita il latte materno non è più sufficiente a coprire i fabbisogni energetici e di nutrienti del bambino ed è necessario l’introduzione di alimenti complementari. In particolare, le Linee Guida dell’ESPGHAN (European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition) suggeriscono di non iniziare l’alimentazione complementare prima dei 4 mesi.

Lo svezzamento è un momento importantissimo non solo per garantire il giusto accestimento, ma anche per lo sviluppo del gusto del bambino, naturalmente propenso verso la preferenza di sapori dolci, e la prevenzione di comportamenti alimentari selettivi. È bene dunque sfruttare questo momento per variare il più possibile la tipologia e la consistenza degli alimenti introdotti, senza fermarsi al primo rifiuto. In particolare è bene fare attenzione all’introduzione di frutta e verdura, anche quelle dai sapori meno graditi, e di legumi, fonte proteica vegetale da sostituire a carne, pesce, formaggi e uova.

Il secondo semestre di vita del piccolo è, dunque, importante per arrivare a costruire passo dopo passo un’alimentazione regolarmente ripartita su cinque pasti di cui tre principali e due spuntini. Attenzione però alle porzioni, che devono sempre essere adeguate per l’età!

Per tutto il primo anno di vita si consiglia: 1) di continuare l’allattamento materno, nel caso in cui fosse ancora presente; 2) di evitare l’aggiunta di sale e zucchero; 3) di evitare l’introduzione di latte vaccino, consigliato solo dopo il compimento dell’anno in quanto alimento povero di ferro ma ricco in energia, proteine e grassi.

Quali sono i consigli per i genitori?

  • Fare attenzione non solo alla quantità ma anche alla qualità di quello che viene proposto al piccolo
  • Cercare di non preoccuparsi solo se il bambino mangia poco, occhio anche agli eccessi (è bene ricordarsi che le porzioni non possono essere quelle di un adulto)
  • Fare attenzione alla pressione a finire il pasto: i bambini in questo periodo devono acquisire il senso di autoregolazione negli apporti di cibo
  • Ricordarsi che i genitori sono il primo esempio per il piccolo, anche nelle scelte alimentari
  • Fare attenzione a quello che viene offerto fuori pasto

 

Per maggiori informazioni:

http://www.quadernidellasalute.it/portale/news/p3_2_6_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=campagne&p=dacampagne&id=106

www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_303_allegato.pdf

World Health Organization, & UNICEF: “Global strategy for infant and young child feeding.” World Health Organization, 2003. [whqlibdoc.who.int/publications/2003/9241562218.pdf]

Fewtrell M, Bronsky J, Campoy C, Domellöf M, Embleton N, Fidler Mis N, Hojsak I, Hulst JM, Indrio F, Lapillonne A, Molgaard C: Complementary Feeding: A Position Paper by the European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology, and Nutrition (ESPGHAN) Committee on Nutrition. J Pediatr Gastroenterol Nutr 64:119-132, 2017.

 

 

Dott.ssa Giulia Cinelli

Biologa Nutrizionista

Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

www.centroiltulipano.com

 

La selettività alimentare nei bambini: tra normalità e patologia

È frequente che durante la crescita i bambini mostrino una selettività alimentare ovvero una preferenza, più o meno flessibile, verso alcuni alimenti, con difficoltà ad assaggiare cibi nuovi di diversa consistenza o colore. Questi comportamenti possono rientrare in un normale quadro evolutivo oppure inserirsi all’interno di una patologia specifica, l’ARFID o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo. È il più recente tra i Disturbi Alimentari ad essere stato classificato secondo i criteri del DSM-5, il manuale statistico e diagnostico più usato in psichiatria e, come la Bulimia e l’Anoressia Nervosa, è un problema che può causare complicanze, anche gravi, se non trattato precocemente.

Colpisce soprattutto i bambini, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza, e si manifesta con diversi comportamenti che vanno dall’alimentazione selettiva (restrizione a poche o pochissime categorie di alimenti, scelti in base al colore, all’odore, alla consistenza o altro), alla paura di soffocare o al completo disinteresse per il cibo. Nell’ARFID non c’è mai quella preoccupazione ossessiva per la forma del corpo, per la magrezza e per la perdita volontaria di peso che caratterizza l’Anoressia Nervosa o gli altri Disturbi Alimentari, tuttavia il bambino può mostrare una significativa perdita di peso a causa del disturbo e carenze nutrizionali, nonché limitazioni nella vita sociale.

È necessario distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Certi atteggiamenti verso il cibo, infatti, possono essere transitori o espressione di un temperamento introverso: bambini molto prudenti, timidi, un po’ rigidi, che non amano le novità, potrebbero avere un’alimentazione un po’ ripetitiva e poco varia, ma non si deve per forza parlare di un disturbo del comportamento alimentare.

La diagnosi di Arfid, infatti, viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare ad una significativa perdita di peso, insorgenza di carenze nutrizionali, che possono essere evidenziate dagli esami del sangue; necessità di ricorrere ad integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

Le cause dell’Arfid possono essere molteplici, complesse e di varia natura: biologica, sociale, psicologica.

Potrebbero entrare in gioco fattori genetici, che predispongono ad esempio ad una maggiore sensibilità verso alcuni stimoli sensoriali. Il bambino, allora, che sente i sapori acidi in modo accentuato avrebbe più difficoltà ad assaggiare quegli alimenti anche con una minima nota di acidità, evitandoli di conseguenza.

Altre volte, invece, si evidenziano cause organiche, o un problema fisico sottostante: un’intolleranza alimentare, la celiachia, un reflusso gastroesofageo molto accentuato o, ancora, un disturbo del neurosviluppo.

In alcuni casi è il risultato di un’esperienza traumatica: rischiare di soffocare per un boccone andato di traverso o aver visto qualcuno in questa condizione può portare a una vera e propria fobia del cibo che può durare anche molto a lungo.

Altre volte, l’Arfid diventa un modo per esprimere qualche difficoltà emotiva o relazionale. Può succedere se ci sono forti tensioni in famiglia, in caso di una fortissima timidezza, oppure in presenza di un disturbo di apprendimento non diagnosticato come la dislessia. Sono bambini intelligenti e capaci, che quando cominciano ad andare a scuola si rendono conto che c’è qualcosa che non va e possono allora manifestare il proprio disagio evitando o selezionando molto il cibo.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto. È utile quindi parlare con bambini e ragazzi delle proprie paure e delle proprie difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante ed evitando atteggiamenti iperprotettivi o rigidi.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato e non troppo apprensivo permane la percezione di un problema è utile contattare il pediatra o un centro specialistico per la diagnosi e il trattamento dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si presenta il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi: la personalità di un bambino è ancora in via di sviluppo, il disturbo non ha tempo di cronicizzare ed è per questo che l’intervento terapeutico risulta più efficace.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e relazionali-familiari. Pertanto, il trattamento deve essere integrato richiedendo l’intervento di più figure professionali: psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna, etc.  Le più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004) suggeriscono come fondamentale il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei DA in età evolutiva ma importante risultano anche i laboratori del gusto, dove il bambino viene aiutato a familiarizzare con cibi nuovi e di diversa consistenza.

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