Passa al contenuto principale

Tag: infanzia

I GENERAL MOVEMENTS: cosa sono e cosa ci rivelano

Lo sviluppo motorio del bambino è un processo complesso che ha il suo inizio fin dalla vita fetale. Il neonato infatti possiede già un repertorio di schemi motori che emergono gradualmente durante la vita prenatale e rimangono immutati nelle prime settimane di vita, diventando poi sempre più controllati e consapevoli.
Heinz Prechtl, pioniere della comprensione del comportamento fetale, pretermine e neonatale, scoprì la stretta correlazione tra l’attività motoria spontanea e lo stato del sistema nervoso del feto e del neonato tramite l’osservazione della qualità e della quantità dei General Movements (GMs).

Cosa sono i General Movements?

I General Movements sono definiti come un repertorio di movimenti spontanei che iniziano e finiscono gradualmente e coinvolgono tutto il corpo, con durata variabile da pochi secondi ad alcuni minuti. Sono variabili nella sequenza in cui braccia, tronco, gambe e collo vengono interessati nel movimento e presentano un crescendo e decrescendo in termini di velocità, intensità e forza. Sono caratterizzati da flessione ed estensione di gambe e braccia, rotazioni e cambi di direzione, che rendono i movimenti eleganti e fluenti e si osservano soprattutto durante il sonno REM, il pianto e la veglia attiva.


Writhing Movements e Fidgety Movements


I primi a manifestarsi sono i Writhing Movements (movimenti “contorsivi”); essi compaiono in epoca prenatale e si manifestano nel pretermine. Nel neonato a termine fino alle 6-9 settimane di vita, hanno ampiezza piccola o media, velocità bassa o moderata e sono di forma tipicamente ellittica. Comprendono la flessione, estensione e rotazione su tutti i piani dello spazio, rendendoli simili a degli stiracchiamenti (movimenti contorsivi, o “writhing”).

A partire dalle 7-9 settimane post-termine, questi movimenti si modificano dal punto di vista qualitativo, diventando continui e più fini: sono i Fidgety Movements, sono circolari, di piccola ampiezza, velocità moderata e accelerazione variabile. Si esprimono durante le settimane successive fino a scomparire intorno alle 15, massimo 20, settimane post-termine. Possono manifestarsi anche insieme ad altri movimenti come lo scalciare, scoppi improvvisi di piacere e movimenti oscillatori.

Dopo le 15 settimane post-termine si sviluppano altri pattern di attività motoria spontanea come il sollevare le gambe, il rotolamento e il toccare gli oggetti.

Cosa rivelano i GMs?

L’osservazione dei GMs è molto importante perché predittiva di neonati a rischio per lo sviluppo disordini evolutivi come le Paralisi Cerebrali Infantili (PCI).

Le deviazioni dalla norma per i Writhing Movements possono essere:
– ipocinesia: assenza quasi totale di GMs
repertorio povero: sequenze monotone e scarsa complessità di movimento
– movimenti crampiformi-sincroni: sono caratterizzati da contrazione e rilasciamento quasi simultaneo dei muscoli
– movimenti caotici: senza fluidità e morbidezza, ma improvvisi e bruschi

I Fidgety Movements invece possono essere:
– anormali: con ampiezza, velocità e andamento a scatti esagerati
– assenti: quando non vengono mai osservati tra la sesta e la ventesima settimana post-termine.

L’individuazione di bambini a rischio evolutivo tramite l’osservazione dei GMs è quindi fondamentale per poter mettere in atto un intervento precoce e globale che li accompagni verso il raggiungimento del loro massimo potenziale di sviluppo.

Dott.ssa Claudia Puntillo
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)

Disprassia: cos’è e come riconoscerla nei bambini

La disprassia è una difficoltà di coordinazione dei movimenti che può portare a problemi anche nelle attività di autonomia della vita quotidiana del bambino, come: vestirsi, svestirsi, lavarsi, allacciarsi le scarpe, usare gesti per esprimere stati d’animo, fino a difficoltà didattiche di scrittura (disgrafia) o lettura.

I bambini con questa difficoltà non riescono a compiere movimenti intenzionali in sequenza per portare a termine un’azione, hanno bisogno di pensare ai movimenti da fare per raggiungere un obiettivo, ed una volta raggiunto hanno difficoltà a ripetere la stessa azione nuovamente.

In parole più semplici, la disprassia è una difficoltà a programmare ed eseguire azioni in sequenza per raggiungere un obiettivo (ad es. se devo salire le scale mi devo avvicinare allo scalino, mettere la mano sulla ringhiera, guardare lo scalino e piegare la gamba, poggiare il piede sullo scalino e darmi la spinta per salire).

Tali difficoltà si possono riscontrare anche nei movimenti delle braccia, delle mani, delle dita e di produzione verbale del linguaggio, chiamata disprassia verbale.

Già nel primo anno di vita si possono notare difficoltà nelle prensione e deficit dei movimenti delle mani e delle dita. E’ inoltre presente nella maggioranza dei casi poca forza degli arti superiori. Spesso sono associati disturbi di percezione, visivi, problemi di attenzione e di comportamento, ed anche problemi di apprendimento (per approfondire leggi anche Disturbi dell’apprendimento e Deficit di attenzione e iperattività). Può sembrare una difficoltà poco conosciuta, ma è presente dal 2 al 5% dei bambini di età scolastica.

Il bambino disprattico, anche quando ha imparato ad eseguire determinate azioni, necessita di tempi più lunghi ed è più lento nell’eseguire movimenti sia della vita quotidiana sia nelle attività scolastiche. Va ricordato che molti di questi bambini sono molto intelligenti, perciò il carico di frustrazione rispetto alla consapevolezza del proprio deficit, è tale da portarli verso disturbi comportamentali o della condotta. Importante quindi un tempestivo riconoscimento del problema e la presa in carico in terapia più precocemente possibile.

Le cause della disprassia sono poco definite ed ancora incerte: si riscontrano bambini che possono avere genitori che hanno avuto gli stessi problemi (familiarità, fattori genetici), nel 50% dei casi si sono avuti problemi durante la gravidanza o il parto, è spesso presente anche nei bambini prematuri, ma anche postmaturi (41-42° settimana).

Chi fa la diagnosi?
La diagnosi di disprassia richiede un’accurata valutazione che, a seconda dei casi, investe diversi settori dello sviluppo. La valutazione viene fatta quindi da un’equipe costituita da vari esperti: neuropsichiatra infantile, psicologi dell’età evolutiva, logopedisti, terapisti della neuropsicomotricità, terapisti occupazionali, che insieme collaborano per effettuare una diagnosi ed in seguito decidere un progetto mirato di terapia. Importante l’apporto del pediatra per un’ipotesi diagnostica ed un tempestivo invio a chi di competenza.

Segnali ed indicatori di rischio

Primo anno di vita
Il bambino è facilmente irritabile e non consolabile, presenta difficoltà di suzione e alimentazione, ha problemi di sonno, difficoltà nei cambi di posizione e di sguardo. Difficoltà e/o ritardo nella prensione, ad afferrare piccoli oggetti. Nel linguaggio vi è un ritardo nella produzione dei primi vocalizzi o prime sillabe (per approfondire leggi anche Ritardo nel linguaggio nel bambino sotto i due anni). Anche le tappe evolutive motorie sono ritardate (gattonare, stare seduto, mettersi in piedi, deambulare in modo autonomo).

Età prescolare
Il bambino è in continuo movimento, necessità di tempi lunghi per svolgere un qualsiasi compito e rinuncia se trova qualche difficoltà, presenta tempi brevi di attenzione (2 – 3 minuti), e mostra difficoltà ad addormentarsi o un sonno agitato. Produce suoni isolati, ma non parole (se le produce sono articolate in modo errato), a due anni produce meno di 50 parole, ha difficoltà a seguire canzoncine. Sale e scende le scale solo con aiuto ed ha difficoltà a scendere o saltare un gradino. Viene ancora imboccato o usa le dita. Difficoltà di equilibrio o a stare su un solo piedino. Le braccia sono rigide o cadenti lungo i fianchi durante la deambulazione. Disegna a livello di scarabocchi. Non riesce a usare le forbici. Difficoltà ad usare il triciclo o pedalare. Non fa giochi di costruzione. Ha difficoltà nell’infilare chiodini nei buchi, ha problemi nell’afferrare e manipolare oggetti. Non presenta sequenze di gioco simbolico oppure sono limitate. Evita e non ama fare puzzle.

Età scolare
Facile distraibilità e tempi di attenzione molto brevi: questi bambini fanno fatica a seguire le spiegazioni dell’insegnante e a mantenere l’attenzione costante per un tempo prolungato e necessario allo svolgimento di un intero compito. L’esecuzione dei compiti è lenta, migliora se non si trova nell’ambiente classe ma in rapporto singolo con l ‘adulto. Può esserci disgrafia, difficoltà in matematica e nell’elaborazione di storie. Anche la copiatura alla lavagna può essere difficoltosa, meglio infatti posizionare il bimbo vicino alla lavagna e dare più tempo per la copiatura.

 

Dott.ssa Francesca Pretagostini

Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)
Esperta in valutazione e riabilitazione del bambino con Difficoltà di Sviluppo

www.centroiltulipano.com

Diagnosi di Autismo: niente paura!

Oggi torniamo a parlare di un argomento che tanto spaventa i genitori di bambini che posseggono un repertorio linguistico molto limitato o compromesso: la possibilità che il proprio bambino sia autistico. In realtà, la difficoltà linguistica è solo uno dei tanti sintomi che possono accompagnare la diagnosi di autismo. Molto più frequentemente, se un bambino produce o comprende poche parole, si tratta di ritardo o disturbo di linguaggio (leggi anche Ritardo nel linguaggio nel bambino sotto i due anni: quali sono i campanelli d’allarme?).

Ma andiamo ad osservare quali possono essere eventuali campanelli d’allarme che devono portarci a chiedere il consulto di uno specialista.

Generalmente le difficoltà comunicative devono andare ad incidere significativamente sul piano sociale, il che si traduce in: scarsa iniziativa nell’interazione sociale (specialmente con i coetanei), mancanza di espressività facciale e gestualità, contatto di sguardo limitato. Devono inoltre essere presenti comportamenti, interessi e attività ristrette e ripetitive come un’eccessiva fedeltà alla routine con forte insistenza a riprodurre sempre gli stessi schemi e con eccessivo stress a seguito di piccoli cambiamenti. Altro segno che potrebbe presentarsi è una “insolita sensibilità agli stimoli sensoriali” come eccessivo annusare o toccare oggetti e una forte attrazione per luci e oggetti roteanti.
Tutti questi sintomi devono essere limitanti, compromettendo il funzionamento quotidiano.

Ma attenzione, ribadisco che, se anche aveste un dubbio da genitori attenti non c’è da allarmarsi: il primo passo da compiere è consultare il pediatra per richiedere una visita dal neuropsichiatra infantile, il quale, a seguito di un’attenta visita e solo dopo aver raccolto le informazioni necessarie, potrà fare o meno diagnosi. Dopo la diagnosi potrà poi inviarvi agli specialisti che prenderanno in carico il vostro bambino per poter lavorare su aspetti deficitari e punti di forza, con lo scopo di migliorare la qualità della vita del bambino e di tutta la sua rete di supporto sociale.

E se arriva la diagnosi di autismo? Calma. Prima di tutto non colpevolizzatevi. È stata ormai da tempo abbandonata la teoria della “mamma frigorifero” per cui non avete “colpa”. Non avete coccolato poco vostro figlio e non gli avete dato cure poco amorevoli. Nonostante siano tanti gli studi genetici condotti per ricercare le possibili cause di autismo, ancora non si è giunti alla verità. Siamo in attesa e intanto lavoriamo sugli effetti.

Noi terapisti siamo poco interessati a cause o etichette: al centro c’è il bambino con la sua forza e la sua fragilità. E la forza al bambino viene anche trasmessa da tutte le persone che lo amano e se ne prendono cura. Per questo è importante che il genitore stesso venga accolto e supportato psicologicamente, per poter essere pronto ad accettare e mettere in pratica suggerimenti e consigli fondamentali per il buon esito della terapia, che non può finire in seduta, ma va necessariamente continuata a casa e negli ambienti frequentati dal bambino, in modo da bloccare eventuali comportamenti problema e da gestire in modo ottimale le situazioni quotidiane senza compromettere o vanificare il lavoro svolto insieme allo specialista (leggi anche Lo sviluppo sociale nell’autismo: l’importanza del rapporto con i genitori).

L’unione fa la forza e tutti ne possono trarre vantaggio, ma questo naturalmente vale per qualsiasi disturbo del neurosviluppo e anzi, per qualsiasi situazione difficile ci troviamo ad affrontare, perché quando ci sentiamo disarmati e spaventati, può essere davvero d’aiuto essere presi per mano e accompagnati lungo la strada, che diventa dolcemente meno impervia.

 

Dott.ssa Claudia Cevoli

Logopedista

www.centroiltulipano.com

Lo sviluppo sociale nell’Autismo: l’importanza del rapporto con i genitori

Questo articolo nasce per aiutare i genitori di bambini con Autismo o Disturbo Generalizzato dello Sviluppo a giocare con i loro figli, così da promuovere lo sviluppo non solo cognitivo e motorio del bambino, ma anche delle abilità sociali e relazionali.

Cos’è l’intersoggettività? 
L’intersoggettività è l’insieme di tutti i comportamenti sociali necessari al bambino per riferirsi ad un’altra persona, ovvero le prime abilità di relazione sociale. Gli sguardi, l’interesse per il volto umano, il gioco con gli oggetti, l’alternanza nei turni di conversazione permettono al bambino di capire che può attirare l’attenzione dei genitori.

L’intersoggettività include:
• L’attenzione congiunta: il bambino alterna il proprio sguardo tra ciò che sta osservando e l’altra persona, impara a seguire con lo sguardo l’indicazione dell’altro e a portare un oggetto ad un’altra persona per farglielo vedere;
• L’imitazione: riesce ad imitare l’espressione del viso, i gesti, i movimenti e l’uso di oggetti creando un ponte tra lui e l’adulto;
• L’emozione congiunta: condivide emozioni con l’adulto;
• L’intenzione congiunta: inizia la capacità di aderire o meno con il proprio comportamento alle richieste che gli vengono proposte dagli altri;
• Gli scambi di turno: alterna sguardi, suoni, sorrisi o movimenti.

Quando un bambino è all’interno dello spettro autistico o all’interno di altri Disturbi Generalizzati dello Sviluppo, i comportamenti sopra descritti possono non comparire o comparire in ritardo, il bambino presenta scarsa motivazione nel voler ricevere una risposta dagli altri.

Di solito le difficoltà nello sviluppo sociale sono difficilmente riconoscibili o confuse con normali variazioni di comportamento o temperamento del bambino. In questo caso (per i bambini che hanno compiuto 18 mesi) è possibile richiedere al vostro pediatra l’utilizzo di uno strumento di osservazione chiamato M-CHAT. Attraverso la compilazione di alcune domande, l’M-CHAT permette di avere un quadro più dettagliato rispetto ai comportamenti peculiari che avete notato in vostro figlio, permettendo di intervenire precocemente in caso sia necessario. Cosa osservare? Lo sguardo, la capacità di seguire con gli occhi un’indicazione da parte dell’adulto o la capacità di alternare turni di conversazione, sono indicatori importanti.

Cosa fare? 
Un bambino all’interno dello spettro autistico non impara spontaneamente quello che avrebbe bisogno di imparare, ciò non vuol dire che non impara. È necessario programmare l’intervento educativo in modo razionale e coordinato tra operatori e famiglia, scegliendo con cura gli obiettivi che si vogliono raggiungere per permettere al bambino di diventare indipendente. Il programma deve tener conto anche dei possibili comportamenti problematici del bambino che potrebbero essere di ostacolo all’apprendimento, e che in alcuni casi, necessitano di un intervento specifico.

Alla base del trattamento deve esserci una collaborazione tra genitori ed operatori, in quanto i primi sono coloro che conoscono meglio il figlio, i secondi invece hanno tutte le conoscenze delle tecniche e delle modalità di riabilitazione.

Fondamentale è insegnare al bambino in modo piacevole e divertente così da innescare la motivazione necessaria a ripetere quell’azione specifica e generalizzarla nei vari contesti di vita. Il gioco diventa quindi la cornice perfetta dove inserire tutte quelle attività che ci permettono di lavorare sulle abilità sociali sopra descritte. L’isolamento del bambino, le stereotipie, le difficoltà sensoriali spesso lo rendono distante e difficilmente raggiungibile, tanto da demotivare tutte le figure che ruotano intorno a lui.

Il gioco nello spettro autistico. Domande da porsi
• Il gioco che ho scelto interessa a mio figlio? Molto importante è capire cosa interessa al bambino così da scegliere attività di gioco per lui motivanti così da raggiungere gli obiettivi che vi siete posti. Spesso gli interessi ristretti (ad esempio verso solo alcune tipologie di giochi) vanno usati come un ponte che ci porta verso il bambino e non come un ostacolo.
Cosa gli dà fastidio? Alcuni bambini non sopportano determinati suoni che percepiscono come fastidiosissimi rumori, certi odori o materiali che danno fastidio se toccati. Cercate di scoprire cosa il vostro bambino rifiuta e non includete questi oggetti, almeno inizialmente.
Mio figlio durante il gioco scelto mi guarda, manovra l’oggetto, lo condivide e rispetta il turno? Se durante le attività avviene, anche se per pochissimi secondi, una di queste abilità sociali, è importante presentare più spesso quel tipo di gioco, in quanto permette di far emergere comportamenti sociali e di interazione con l’altro.
Quando interrompo il gioco mio figlio mi fa capire in qualche modo che vuole ripeterlo? Tale risposta è fondamentale per comprendere se l’attività è gradita a vostro figlio e soprattutto se è per lui motivante a tal punto da interagire per poterla ripetere.
Quando devo interrompere il gioco? Se il materiale non suscita interesse e la prova risulta fallita, il bambino non ha ancora le competenze adeguate per quel tipo di attività, che deve essere messa da parte e magari ripresa più avanti.
Come mi devo esprimere durante il gioco? Il linguaggio deve essere chiaro e semplice, se il bambino lo permette, si può decidere di guidarlo fisicamente per fargli comprendere cosa vorremmo facesse.
Dove devo svolgere il gioco? Come strutturo l’ambiente? Quanto tempo deve durare? Se durante l’attività proposta vediamo che il bambino è distratto dall’ambiente, non ci segue, perde l’attenzione, è probabile che l’ambiente scelto sia troppo confusionario per lui o che l’attività stia durando troppo tempo, in entrambi i casi è necessario modificare spazi e durata per venire incontro al bambino e ricatturare il suo interesse.
Sono motivato a giocare con mio figlio? La motivazione dei genitori è essenziale per coinvolgere il bambino.

Organizzazione dello spazio e del tempo
Lo spazio deve essere identificabile visivamente (che sia un tappeto o un tavolo), definito con dei limiti visibili (ad esempio un muro o un mobile), essenziale, quindi senza distrazioni e, ovviamente, comodo sia per voi genitori sia per il bambino. È importante anticipare a vostro figlio, verbalmente o attraverso l’utilizzo di un’immagine, il gioco che si vuole proporre, in modo da rendere l’attività prevedibile. La prevedibilità del gioco è strettamente correlata alla tranquillità del bambino.
Bisogna, oltre che pensare allo spazio, riflettere anche sulla durata del gioco, sul far comprendere al bambino l’inizio e la fine di questo o su come far comunicare al bambino la volontà di interrompere il gioco. Se il bambino si esprime a parole si può utilizzare il linguaggio verbale, scegliendo una parola che indica “ancora” per la prosecuzione del gioco, o “basta” / ”via” per la sua interruzione, prevenendo la fuga del bambino dall’ambiente scelto. Se il bambino non parla si possono creare dei piccoli rituali: l’ingresso nello spazio di gioco che si apre all’inizio e si chiude al termine, le pantofole che si levano quando ci si siede sul tappeto e si rimettono quando l’attività è terminata, un oggetto che piace particolarmente al bambino messo accanto a noi che gli viene restituito solo al termine dell’attività, ad indicarne la fine.
E’ il caso di non insistere con il gioco se il bambino dovesse dare segni di disinteresse e/o stanchezza, piuttosto è meglio mettere a posto e prendere un’altra attività per lui motivante.
In generale, la ripetizione aiuta il bambino ad apprendere e a prestare attenzione agli elementi sociali del gioco perché diventano prevedibili. Nel momento in cui l’esercizio viene compreso allora possono essere inserite delle variazioni, possibilmente scelte con cura e proposte una alla volta (ad es. si può sostituire le palline morbide invece delle biglie nei giochi di turno, oppure i cerchi invece di essere lanciati possono essere fatti rotolare, il palloncino invece di essere sgonfiato sulla mano può essere lanciato nella stanza per seguirne la traiettoria, oppure può essere eseguita un’attività, invece che da solo, insieme a voi genitori così da promuovere lo scambio e l’attenzione congiunta).

Dott.ssa Francesca Pretagostini
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)
Esperta in valutazione e riabilitazione del bambino con Difficoltà di Sviluppo

Ritardo del linguaggio nel bambino sotto i due anni: quali sono i campanelli d’allarme?

Quest’articolo nasce dalla necessità di sensibilizzazione circa le situazioni di ritardo del linguaggio nel bambino piccolo che, di fatto, rappresentano in moltissimi casi il primo segnale di un futuro sviluppo atipico e di sequele successive di grande importanza come quelle nell’area dell’apprendimento (per ulteriore approfondimento sul tema leggi Disturbi dell’apprendimento e deficit d’attenzione e iperattività oppure Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento)

TAPPE DELLO SVILUPPO LINGUISTICO

Analizziamo le prime fasi di sviluppo di linguaggio.

Già tra il sesto e l’ottavo mese di vita del bambino compare il babbling canonico (sequenze di sillabe consonante-vocale es.papapapa, mamamama) e si sviluppa quello che è il primo importante prerequisito per un corretto sviluppo linguistico: l’intenzionalità comunicativa. Il bambino trova un rinforzo nell’ambiente perché i genitori sono contenti delle sue vocalizzazioni, quindi iniziano le prime produzioni consapevoli.

Tra l’ottavo e il decimo mese compare il babbling variato, sempre sequenze consonante-vocale, ma da sillaba a sillaba cambia uno dei suoni, e compaiono i primi gesti, prerequisiti necessari per poi sviluppare il linguaggio.

Il bambino inizia poi a produrre le prime parole intorno ai 12 mesi.

Tra i 18 e i 20 mesi le parole aumentano in maniera esponenziale, esplosione del vocabolario, e quando il bambino ha tante parole inizia a combinarle tra loro per formare le prime frasi.

CAMPANELLI D’ALLARME E INDICATORI DI RISCHIO

Conoscendo quindi ora l’andamento naturale dello sviluppo linguistico, pur considerando e rispettando la variabilità individuale per la quale aspettare un tempo finestra di 4 mesi, andremo a chiederci quando iniziarci a preoccupare? Quando sospettare un ritardo del linguaggio?

  • presenza di meno di 50 parole a 24 mesi
  • assenza di frasi intorno ai 30 mesi
  • difficoltà in comprensione

Andiamo ora a vedere quali sono quegli indicatori di rischio della possibilità che il ritardo del linguaggio che stiamo osservando diventi persistente:

  • otiti severe e frequenti nel primo anno di vita
  • assenza di babbling
  • ritardo nella comprensione di parole
  • gioco simbolico immaturo
  • ridotta o assente abilità di imitazione vocale
  • funzionamento cognitivo al limite
  • repertorio fonologico inferiore a 12 consonanti a 24 mesi
  • familiarità per difficoltà di linguaggio e/o apprendimento

EVOLUZIONE DI UN RITARDO DEL LINGUAGGIO

Tra la popolazione di bambini tra i 18 e i 36 mesi in cui si osserva un ritardo del linguaggio, una parte potrebbe recuperare spontaneamente rispetto al ritardo iniziale, rientrando quindi nel profilo linguistico dei loro coetanei. Si tratta dei cosiddetti “Late Bloomers”, cioè bambini che sbocciano in ritardo.

Per un altro gruppo di questi bambini le difficoltà linguistiche evolveranno positivamente verso i 5 anni. Si tratterà tuttavia di un recupero illusorio, poiché il bambino che fino ai 4 anni aveva un linguaggio poco intellegibile avrà delle lacune a livello fonologico che porteranno a difficoltà di analisi e programmazione dei suoni delle parole e quindi difficoltà nell’acquisizione della letto-scrittura.

È chiaro quindi che il problema potrebbe risolversi oppure no, non posso saperlo prima e di sicuro aspettare non porta alla risoluzione. Si rischia di trovarsi con 8-10 mesi di ritardo rispetto alle acquisizioni e dover fornire al bambino in poco tempo 300 parole e linguaggio combinatorio.

Importante quindi in ogni caso un intervento precoce. Non aspettare che diventi una difficoltà conclamata, ma rivolgersi al professionista di riferimento per quei bambini che mostrano condizioni di rischio, per i quali è possibile realizzare interventi di prevenzione.

Gli studi indicano come un gruppo numeroso di bambini che hanno avuto un disturbo di linguaggio in epoca prescolare sviluppino poi un disturbo d’apprendimento in epoche successive, anche quando il disturbo di linguaggio non è più in atto. Si consiglia quindi di inserire questi bambini all’età di 5 anni in percorsi di prealfabetizzazione, alla luce dei dati di letteratura che indicano come questo rappresenti un fattore protettivo.

PERCHE’ INTERVENIRE A 24 MESI?

I bambini hanno consapevolezza delle proprie difficoltà da molto presto, quindi un bambino può riuscire a selezionare delle parole ma non dirle perché contengono suoni che sa di non riuscire a produrre e questo crea nel bambino frustrazione e conseguente chiusura in se stesso.

Inoltre è importante intervenire anche perché non dare al bambino strumenti linguistici ha ripercussioni sul pensiero e sulla cognitività. Un bambino con disturbo di linguaggio ha meno risorse per usare il linguaggio come strumento di pensiero.

Infine molti studi hanno messo in rilievo come rispetto ai coetanei con sviluppo tipico, nei bambini con ritardo di linguaggio sono più frequenti comportamenti negativi durante il gioco (piangere, colpire, buttare via…) e che questi bambini sono spesso più timidi, paurosi, difficili da coinvolgere e mostrano minore capacità di adattamento e autoregolazione emotiva, minore socievolezza e livelli di stress più elevati.

INTERVENTO NEL BAMBINO PICCOLO

Con bambini di età inferiore ai 24 mesi, e con condizioni di ritardo di linguaggio non associato a fragilità in altri ambiti non linguistici, in una fase iniziale la terapia consisterà semplicemente in un counseling alla famiglia con lo scopo di incentivare i giusti atteggiamenti dell’adulto ed eliminare quei comportamenti che possono inibire o frustrare il bambino.

In una fase successiva l’intervento si comporrà di:

  • INTERVENTI PSICOEDUCATIVI: sono presenti soltanto i genitori. Si tratta di incontri in cui si offrono ai genitori suggerimenti di base per sostenere la crescita comunicativa del bambino. I genitori sono impegnati in molti differenti contesti interattivi con i propri figli dal gioco simbolico alla lettura di fiabe ai giochi ritmico-musicali
  • INTERVENTI MEDIATI DAI GENITORI: il beneficiario diretto della terapia è il bambino ed il genitore è presente durante l’intervento, osserva e ripresenta giochi/esercizi a casa, cosi che possa proporre comportamenti comunicativi calibrati sul livello di sviluppo del bambino.

 

Dott.ssa Silvia Del Pinto
Logopedista
Esperta in DSA, DGS e Autismo
Esperta in Riabilitazione Neuropsicologica dell’adulto
www.centroiltulipano.com

Il bullismo: tra fenomenologia e intervento

Il tema del bullismo richiama sempre una forte attenzione pubblica e sociale. Risulta essere un fenomeno, seppur ormai molto conosciuto, radicato fortemente fra i giovani, come si può constatare dalle frequenti notizie di cronaca. Si adegua ai tempi che cambiano e si trasforma nelle sue manifestazioni, proprio per questo rimane difficile arginare la sua diffusione e i suoi effetti. Può portare con sé conseguenze psicologiche ed emotive gravi per lo sviluppo, per questo è determinante continuare a sensibilizzare ed intervenire precocemente.

 

COS’È IL BULLISMO?!

Il bullismo è un fenomeno sociale oggetto di studio di diverse discipline. Con il termine bullismo si intende un fenomeno multidimensionale, che può includere una vasta gamma di comportamenti.

Una persona vittima di bullismo è prevaricato o vittimizzato quando è esposto ripetutamente, nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da uno o più compagni (Olweus 1993)

 

COME SI MANIFESTA?

Il bullismo si basa su alcune specifiche caratteristiche:

  • Intenzionalità: sono messi in atto comportamenti volontari dal bullo, per provocare un danno alla vittima o per divertimento
  • Persistenza nel tempo: le azioni dei bulli durano nel tempo
  • Asimmetria nella relazione: per ragioni di età, di forza, di genere e/o per popolarità rispetto al gruppo di coetanei
  • La vittima non è in grado di difendersi: è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme possibili ritorsioni

 

 COSA NON È?

  • uno scherzo: nello scherzo l’intento è di divertirsi tutti insieme, non di ferire l’altro
  • un conflitto fra coetanei: il conflitto, come può essere un litigio è episodico

 

QUALI FORME ASSUME?

Il bullismo diretto, caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e può essere suddiviso in:

  • fisico: il bullo colpisce la vittima in maniera fisica, con azioni aggressive, anche verso gli effetti personali della persona presa di mira.
  • verbale: il bullo prende in giro la vittima attraverso insulti, offese affermazioni razziste, discriminatorie e minacciandola verbalmente

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso. Tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo di pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo.

 

QUALI SONO LE PARTI COINVOLTE?

Nelle azioni di bullismo si riscontrano i seguenti ruoli:

  • Bullo: è colui che fa prepotenze ai compagni
  • Vittima: è colui che subisce le prepotenze
  • Complice: colui che, ride all’azione del bullo, lo incita, ne prende parte
  • Spettatore silente: colui che partecipa all’evento, senza prendervi parte attivamente
  • Difensore: colui che prende le parti della vittima

Il ruolo del gruppo influenza fortemente  il comportamento del bullo

 

PERCHÉ SI DIVENTA BULLI E VITTIME?

Nel tempo, si sono messe in evidenza caratteristiche che possono influenzare le dinamiche del bullismo come:

Il Concetto di sé: aspetti cognitivi su come ci si vede e ci si descrive nei vari ambiti della vita

L’Autostima:  gli aspetti valutativi del sé, il valore che attribuiamo a noi stessi

Empatia: capacità di mettersi nei panni degli altri

Resilienza: capacità di far fronte alle avversità mantenendo fiducia in sé stessi

 

Le VITTIME si caratterizzano solitamente per:

  • Basso concetto di sé
  • Scarsa autostima
  • Bassa capacità di resilienza
  • Sottomissione, che attiva una risposta vista come stimolante da parte del bullo

I BULLI  si caratterizzano solitamente per

  • Elevato concetto di sé, ma in realtà è un tentativo di sembrare ciò che non si è
  • Spesso caratterizzati da
un’alta autostima, in realtà spesso “autostima difensiva”

 

CONSEGUENZE A LUNGO TERMINE DEL BULLISMO?

Essere vittime di episodi di bullismo da bambini può comportare difficoltà non solo nell’immediato, ma comporta un rischio di sviluppare diverse tipologie di disturbo nel tempo. Numerosi studi hanno evidenziato che, le vittime di bullismo continuano nel tempo a presentare in misura rilevante, disturbo d’ansia, sintomi di stress, depressivi, spesso i ragazzi decidono di ritrarsi da scuola  ed isolarsi. Per coloro che invece hanno caratterizzato il loro passato esclusivamente con il ruolo di bullo incorrerebbero il  rischio di sviluppare un disturbo del comportamento nella sfera antisociale.

COME SI PUÒ INTERVENIRE?

  • Promuovere comportamenti pro-sociali e cooperativi, soprattutto nelle scuole, teatro della maggior parte dei fenomeni di bullismo
  • Valorizzare le differenze individuali
  • Promuovere le capacità empatiche
  • Stimolare lo sviluppo di una sana autostima
  • Responsabilizzare i giovani rispetto al loro ruolo, soprattutto se spettatori

 

Dott.ssa Roberta Mattone

Psicologa clinica
Esperta in Psicodiagnostica clinica

www.centroiltulipano.com

L’alimentazione nei primi anni di vita

L’alimentazione di un figlio nei primi 1000 giorni è un fattore cruciale per il benessere della mamma e del piccolo in quanto i primi anni di vita rappresentano un periodo estremamente importante per garantire un adeguato sviluppo del bambino. Il conto dei 1000 giorni comincia a partire dall’inizio della gravidanza e si prolunga per i primi due anni di vita del bambino.

Se vuoi saperne di più sull’alimentazione prima e durante la gravidanza puoi leggere anche Alimentazione in gravidanza: cosa favorire e cosa evitare?

Quali sono i punti fondamentali che caratterizzano l’alimentazione dalla nascita al compimento del 2° anno di vita?

Allattamento al seno

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda l’allattamento al senso esclusivo (senza l’introduzione di altri solidi o liquidi) per i primi 6 mesi di vita, essendo il latte materno un alimento “su misura” per il piccolo, garantendo l’apporto di tutti i nutrienti necessari, nelle giuste quantità e proporzioni. La composizione del latte materno è, infatti, irripetibile, dinamica, cambia adattandosi fisiologicamente alle necessità del piccolo durante la crescita ed è indispensabile per la costruzione delle difese immunitarie nonché di un’adeguata flora batterica intestinale.

L’allattamento al seno, inoltre, ha innumerevoli benefici anche per la mamma: 1) aiuta a perdere il peso accumulato in gravidanza, le riserve adipose sono, infatti, indispensabili fonti energetiche che l’organismo utilizza per la produzione di latte; 2) riduce il rischio di alcune forme di tumore al seno, all’endometrio e all’ovaio; 3) protegge contro malattie cardiovascolari.

Non dimentichiamoci, infine, che il latte materno è gratuito, pratico, igienicamente sicuro, sempre pronto e alla giusta temperatura.

Quali sono i consigli per le mamme?

  • I consigli per le mamme sono:
  • non fermarsi ai primi tentativi: la produzione del latte viene stimolata ogni qual volta il bambino si attacca al seno.
  • non esitare, in caso di difficoltà, a chiedere aiuto a figure esperte e competenti a cui è possibile rivolgersi per chiedere supporto e assistenza, anche a domicilio.

Svezzamento: tempi e modalità

Oltre i primi 6 mesi di vita il latte materno non è più sufficiente a coprire i fabbisogni energetici e di nutrienti del bambino ed è necessario l’introduzione di alimenti complementari. In particolare, le Linee Guida dell’ESPGHAN (European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology and Nutrition) suggeriscono di non iniziare l’alimentazione complementare prima dei 4 mesi.

Lo svezzamento è un momento importantissimo non solo per garantire il giusto accestimento, ma anche per lo sviluppo del gusto del bambino, naturalmente propenso verso la preferenza di sapori dolci, e la prevenzione di comportamenti alimentari selettivi. È bene dunque sfruttare questo momento per variare il più possibile la tipologia e la consistenza degli alimenti introdotti, senza fermarsi al primo rifiuto. In particolare è bene fare attenzione all’introduzione di frutta e verdura, anche quelle dai sapori meno graditi, e di legumi, fonte proteica vegetale da sostituire a carne, pesce, formaggi e uova.

Il secondo semestre di vita del piccolo è, dunque, importante per arrivare a costruire passo dopo passo un’alimentazione regolarmente ripartita su cinque pasti di cui tre principali e due spuntini. Attenzione però alle porzioni, che devono sempre essere adeguate per l’età!

Per tutto il primo anno di vita si consiglia: 1) di continuare l’allattamento materno, nel caso in cui fosse ancora presente; 2) di evitare l’aggiunta di sale e zucchero; 3) di evitare l’introduzione di latte vaccino, consigliato solo dopo il compimento dell’anno in quanto alimento povero di ferro ma ricco in energia, proteine e grassi.

Quali sono i consigli per i genitori?

  • Fare attenzione non solo alla quantità ma anche alla qualità di quello che viene proposto al piccolo
  • Cercare di non preoccuparsi solo se il bambino mangia poco, occhio anche agli eccessi (è bene ricordarsi che le porzioni non possono essere quelle di un adulto)
  • Fare attenzione alla pressione a finire il pasto: i bambini in questo periodo devono acquisire il senso di autoregolazione negli apporti di cibo
  • Ricordarsi che i genitori sono il primo esempio per il piccolo, anche nelle scelte alimentari
  • Fare attenzione a quello che viene offerto fuori pasto

 

Per maggiori informazioni:

http://www.quadernidellasalute.it/portale/news/p3_2_6_1_1.jsp?lingua=italiano&menu=campagne&p=dacampagne&id=106

www.salute.gov.it/imgs/C_17_opuscoliPoster_303_allegato.pdf

World Health Organization, & UNICEF: “Global strategy for infant and young child feeding.” World Health Organization, 2003. [whqlibdoc.who.int/publications/2003/9241562218.pdf]

Fewtrell M, Bronsky J, Campoy C, Domellöf M, Embleton N, Fidler Mis N, Hojsak I, Hulst JM, Indrio F, Lapillonne A, Molgaard C: Complementary Feeding: A Position Paper by the European Society for Paediatric Gastroenterology, Hepatology, and Nutrition (ESPGHAN) Committee on Nutrition. J Pediatr Gastroenterol Nutr 64:119-132, 2017.

 

 

Dott.ssa Giulia Cinelli

Biologa Nutrizionista

Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

www.centroiltulipano.com