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Tag: adolescenza

Come posso staccare mio figlio dai videogiochi?

Regole di sopravvivenza genitori-figli sull’uso dei videogames

Alla soglia del 2020 possiamo facilmente ammettere che i videogiochi sono entrati a fare parte delle nostra quotidianità, in particolare nella vita dei bambini. Ormai è una consuetudine passare davanti ad una scuola e vedere gli alunni che aspettano l’entrata inchiodati sui loro telefonini, per fare l’ultima partita prima del suono della campanella o entrare in un ristorante e vedere al tavolo accanto qualche bambino “parcheggiato” di fronte allo smartphone, invece di correre fra i tavoli.

Il problema spesso sorge nel momento in cui decidiamo che è arrivato il momento di farli smettere, o perché abbiamo finito la cena ed è “ora di andare”, o perché bisogna cominciare a fare i compiti, o semplicemente perché ci accorgiamo che è passato troppo tempo da quando nostro figlio ha accesso la consolle o il cellulare. Sono rare le volte in cui ci verrà risposto “Va bene, spengo immediatamente”, sarà molto più probabile l’inizio del solito braccio di ferro: “aspetta, finisco la partita”, “dai solo altri 5 minuti”, fino all’insorgere di veri e proprio comportamenti oppositivi (talvolta anche aggressivi).

Parlare di dipendenza da videogames è ormai troppo generico (leggi anche I social network e il loro effetto sulla mente). Un articolo uscito sul Wall Street Journal mette in evidenza come il problema sia soprattutto neurologico: in questo tipo di comportamento viene imputata principalmente la corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alla gestione degli impulsi, e il sistema della ricompensa, dato che il nostro cervello è programmato per ricercare un appagamento. L’appagamento arriva nei videogiochi al termine di una partita, nel momento in cui c’è stato un esito positivo, ma sarà anche la frustrazione della sconfitta a farci cominciare una nuova partita.

Inoltre i videogiochi attuali sono programmati in maniera tale che le partite siano brevi (come per esempio quelli degli smartphone) e che ci siano sia degli aspetti di crescita di difficoltà rispetto al livello (in maniera tale da non abituarsi all’appagamento iniziale), ma anche rispetto ai personaggi che di volta in volta possiamo acquisire. Ciò comporta che a volte si è costretti a “shoppare” (acquistare) per rimanere al passo con gli altri utenti. I videogame sono concepiti per offrire piccole ricompense intermittenti e non conclusive, che spingono a continuare il gioco. La fine in realtà non esiste perché le app vengono aggiornate in continuazione, con nuovi livelli da superare o nuovi personaggi da sbloccare.

Forse adesso sarà più chiaro il motivo per cui è difficile interrompere un videogame, ma come poter risolvere questo problema?

In primis bisogna stabilire insieme ai bambini un sistema di regole di base condiviso, in particolare sulla quantità di tempo che si può trascorrere a giocare (preferibilmente non più di un’ora al giorno). L’importante è che tale quantità non sia variabile. Spesso alcuni genitori preferiscono parcheggiare i figli davanti ad un televisore durante il fine settimana, per poi pretendere di limitarne l’uso solo quando gli fa più comodo.

In ogni caso, aiuta anche avvisare i bambini una manciata di minuti prima dell’interruzione, in modo che si possano autoregolare (può essere utile mettere un timer che suoni allo scadere del termine del tempo). E’ inoltre utile fare delle pause, durante il gioco, in maniera tale che non si arrivi ad uno stato di alienazione e che ci sia un tempo di recupero della stanchezza cognitiva e visiva. Proprio perché questa stanchezza può, a volte, limitare le performance cognitive ed attentive, sarebbe sicuramente più opportuno fare prima i compiti e successivamente iniziare a giocare.

Ovviamente il contenuto dei videogame deve essere sempre adatto all’età del bambino, ci sono giochi che possono addirittura favorire lo sviluppo di competenze e il potenziamento di altre.

E’ fondamentale che l’uso dei videogiochi sia limitato e sia sempre alternato ad attività sportive, di gioco all’aperto e di socializzazione con gli altri. Si dovrebbe evitare il più possibile di avere le consolle o i telefonini nelle proprie camere, per poter essere supervisionati dagli adulti, perché dato che il sistema di regolazione e della ricompensa del bambino non è ancora sufficientemente maturo, serve un limite imposto dall’esterno, ovvero dal genitore.

Infine, il genitore deve essere il primo a rispettare tali regole, limitando l’uso del proprio smartphone, altrimenti non possiamo arrabbiarci quando nostro figlio non si riesce a staccare dai videogame quando siamo noi i primi a non riuscire a staccarci dai social.

Il bullismo: tra fenomenologia e intervento

Il tema del bullismo richiama sempre una forte attenzione pubblica e sociale. Risulta essere un fenomeno, seppur ormai molto conosciuto, radicato fortemente fra i giovani, come si può constatare dalle frequenti notizie di cronaca. Si adegua ai tempi che cambiano e si trasforma nelle sue manifestazioni, proprio per questo rimane difficile arginare la sua diffusione e i suoi effetti. Può portare con sé conseguenze psicologiche ed emotive gravi per lo sviluppo, per questo è determinante continuare a sensibilizzare ed intervenire precocemente.

 

COS’È IL BULLISMO?!

Il bullismo è un fenomeno sociale oggetto di studio di diverse discipline. Con il termine bullismo si intende un fenomeno multidimensionale, che può includere una vasta gamma di comportamenti.

Una persona vittima di bullismo è prevaricato o vittimizzato quando è esposto ripetutamente, nel corso del tempo, ad azioni offensive messe in atto da uno o più compagni (Olweus 1993)

 

COME SI MANIFESTA?

Il bullismo si basa su alcune specifiche caratteristiche:

  • Intenzionalità: sono messi in atto comportamenti volontari dal bullo, per provocare un danno alla vittima o per divertimento
  • Persistenza nel tempo: le azioni dei bulli durano nel tempo
  • Asimmetria nella relazione: per ragioni di età, di forza, di genere e/o per popolarità rispetto al gruppo di coetanei
  • La vittima non è in grado di difendersi: è isolata e ha paura di denunciare gli episodi di bullismo perché teme possibili ritorsioni

 

 COSA NON È?

  • uno scherzo: nello scherzo l’intento è di divertirsi tutti insieme, non di ferire l’altro
  • un conflitto fra coetanei: il conflitto, come può essere un litigio è episodico

 

QUALI FORME ASSUME?

Il bullismo diretto, caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e può essere suddiviso in:

  • fisico: il bullo colpisce la vittima in maniera fisica, con azioni aggressive, anche verso gli effetti personali della persona presa di mira.
  • verbale: il bullo prende in giro la vittima attraverso insulti, offese affermazioni razziste, discriminatorie e minacciandola verbalmente

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso. Tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo di pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo.

 

QUALI SONO LE PARTI COINVOLTE?

Nelle azioni di bullismo si riscontrano i seguenti ruoli:

  • Bullo: è colui che fa prepotenze ai compagni
  • Vittima: è colui che subisce le prepotenze
  • Complice: colui che, ride all’azione del bullo, lo incita, ne prende parte
  • Spettatore silente: colui che partecipa all’evento, senza prendervi parte attivamente
  • Difensore: colui che prende le parti della vittima

Il ruolo del gruppo influenza fortemente  il comportamento del bullo

 

PERCHÉ SI DIVENTA BULLI E VITTIME?

Nel tempo, si sono messe in evidenza caratteristiche che possono influenzare le dinamiche del bullismo come:

Il Concetto di sé: aspetti cognitivi su come ci si vede e ci si descrive nei vari ambiti della vita

L’Autostima:  gli aspetti valutativi del sé, il valore che attribuiamo a noi stessi

Empatia: capacità di mettersi nei panni degli altri

Resilienza: capacità di far fronte alle avversità mantenendo fiducia in sé stessi

 

Le VITTIME si caratterizzano solitamente per:

  • Basso concetto di sé
  • Scarsa autostima
  • Bassa capacità di resilienza
  • Sottomissione, che attiva una risposta vista come stimolante da parte del bullo

I BULLI  si caratterizzano solitamente per

  • Elevato concetto di sé, ma in realtà è un tentativo di sembrare ciò che non si è
  • Spesso caratterizzati da
un’alta autostima, in realtà spesso “autostima difensiva”

 

CONSEGUENZE A LUNGO TERMINE DEL BULLISMO?

Essere vittime di episodi di bullismo da bambini può comportare difficoltà non solo nell’immediato, ma comporta un rischio di sviluppare diverse tipologie di disturbo nel tempo. Numerosi studi hanno evidenziato che, le vittime di bullismo continuano nel tempo a presentare in misura rilevante, disturbo d’ansia, sintomi di stress, depressivi, spesso i ragazzi decidono di ritrarsi da scuola  ed isolarsi. Per coloro che invece hanno caratterizzato il loro passato esclusivamente con il ruolo di bullo incorrerebbero il  rischio di sviluppare un disturbo del comportamento nella sfera antisociale.

COME SI PUÒ INTERVENIRE?

  • Promuovere comportamenti pro-sociali e cooperativi, soprattutto nelle scuole, teatro della maggior parte dei fenomeni di bullismo
  • Valorizzare le differenze individuali
  • Promuovere le capacità empatiche
  • Stimolare lo sviluppo di una sana autostima
  • Responsabilizzare i giovani rispetto al loro ruolo, soprattutto se spettatori

 

Dott.ssa Roberta Mattone

Psicologa clinica
Esperta in Psicodiagnostica clinica

www.centroiltulipano.com

Come parlare di sesso con gli adolescenti?

La pubertà e l’adolescenza sono un periodo molto delicato, alle prese con diversi cambiamenti, non solo fisici ma anche psicologici che spesso, come risultante, portano un allontanamento dalle figure genitoriali.
Gradualmente i giovani adulti prendono le distanze dalla famiglia per acquisire un’autonomia emotiva, identitaria e comportamentale sempre maggiore ed iniziano ad investire nelle relazioni con i coetanei (Atger, 2006; Botbol et al.,2000; Fraley, Davis & Shaver, 1998) con cui istaurano sia rapporti amicali che sentimentali.

La crescita di un figlio, infatti, ha come tappa fondamentale anche quella relativa all’amore e alla sessualità, che spesso spaventa i genitori. Parlare di sessualità con i propri figli risulta difficile per entrambi gli interlocutori, si viene a creare un clima di imbarazzo che porta spesso i giovani ad altre fonti per avere informazioni, con il rischio che risultino poco adeguate (amici più grandi, siti internet con informazioni scorrette etc.).

Come fare per riuscire a discuterne insieme?

E’ importante creare con gli adolescenti un clima non giudicante, nel quale i ragazzi si possano sentire liberi di esprimere le proprie emozioni, i propri dubbi ed i propri pensieri. I temi da affrontare possono essere i più disparati ma alla base è bene sottolineare ai ragazzi il valore del proprio corpo e l’importanza del rispetto reciproco tra le persone ed anche il rispetto dei tempi di ognuno.

I genitori dovrebbero riuscire a tenersi aggiornati sui temi riguardanti la sessualità e sui cambiamenti anche del vissuto di questa all’interno della società. È bene leggere libri e riviste ma soprattutto saper dire “non lo so, mi informo” quando ci sono domande di cui non si conosce la risposta.

Inoltre, quando si parla di sessualità con i giovani è bene riferire loro in modo appropriato i rischi che si possono intercorrere durante un rapporto sessuale incoraggiandoli ad utilizzare sempre precauzioni ed informandoli non solo sulle gravidanze indesiderate ma anche sulle malattie sessualmente trasmesse.

Spesso cercando notizie su internet si può incappare in siti con informazioni poco chiare e non del tutto corrette, rischiando di peggiorare le fantasie e le conoscenze. A questo proposito esistono dei libri adeguati all’età che possono spiegare in modo chiaro e corretto tutti i dubbi relativi ad una sessualità serena e consapevole, tra questi possiamo trovare la collana di Roberta Giommi e Marcello Perrotta, suddiviso per fasce di età “Programma di educazione sessuale” (per pre- adolescenti ed adolescenti : 11-14 anni e 14-18 anni) ed il libro  “Make Love. Un manuale di educazione sessuale” di Ann-Marlene Henning, Tina Bremer-Olszewski, un libro più recente e in qualche modo più provocatorio, in cui ci sono immagini reali di coppie di ragazzi ed un linguaggio meno “didattico” e più colloquiale.

Potrebbe essere utile informare anche rispetto alle strutture presenti sul territorio, al fine da poter indirizzare i ragazzi ad un team di esperti con cui poter discutere liberamente dei loro dubbi riguardanti la sessualità e conoscere un luogo in cui potersi affidare qualora ci fosse una situazione di emergenza.

Nella nostra sede di Frascati è possibile confrontarsi direttamente con la figura specifica della sessuologa affrontando insieme qualsiasi dubbio o perplessità riguardanti il vissuto di una sessualità serena e consapevole, sia per gli adolescenti che per i genitori.

 

Dott.ssa Agnese Eleuteri

Psicologa e Sessuologa Clinica

Responsabile dell’Area Psico-sessuologica e dell’Intervento di Coppia

http://www.centroiltulipano.com

La selettività alimentare nei bambini: tra normalità e patologia

È frequente che durante la crescita i bambini mostrino una selettività alimentare ovvero una preferenza, più o meno flessibile, verso alcuni alimenti, con difficoltà ad assaggiare cibi nuovi di diversa consistenza o colore. Questi comportamenti possono rientrare in un normale quadro evolutivo oppure inserirsi all’interno di una patologia specifica, l’ARFID o Disturbo dell’alimentazione evitante/restrittivo. È il più recente tra i Disturbi Alimentari ad essere stato classificato secondo i criteri del DSM-5, il manuale statistico e diagnostico più usato in psichiatria e, come la Bulimia e l’Anoressia Nervosa, è un problema che può causare complicanze, anche gravi, se non trattato precocemente.

Colpisce soprattutto i bambini, spesso dai 2-3 anni di età fino alla pre-adolescenza, e si manifesta con diversi comportamenti che vanno dall’alimentazione selettiva (restrizione a poche o pochissime categorie di alimenti, scelti in base al colore, all’odore, alla consistenza o altro), alla paura di soffocare o al completo disinteresse per il cibo. Nell’ARFID non c’è mai quella preoccupazione ossessiva per la forma del corpo, per la magrezza e per la perdita volontaria di peso che caratterizza l’Anoressia Nervosa o gli altri Disturbi Alimentari, tuttavia il bambino può mostrare una significativa perdita di peso a causa del disturbo e carenze nutrizionali, nonché limitazioni nella vita sociale.

È necessario distinguere, soprattutto in età infantile, quelle forme passeggere, espressione di un normale sviluppo evolutivo, da quelle che rappresentano dei veri e propri disturbi. Certi atteggiamenti verso il cibo, infatti, possono essere transitori o espressione di un temperamento introverso: bambini molto prudenti, timidi, un po’ rigidi, che non amano le novità, potrebbero avere un’alimentazione un po’ ripetitiva e poco varia, ma non si deve per forza parlare di un disturbo del comportamento alimentare.

La diagnosi di Arfid, infatti, viene fatta solo se queste anomalie nell’alimentazione si associano a conseguenze importanti e in particolare ad una significativa perdita di peso, insorgenza di carenze nutrizionali, che possono essere evidenziate dagli esami del sangue; necessità di ricorrere ad integratori alimentari, a supporto di una nutrizione carente, o addirittura alla nutrizione con un sondino nasogastrico; limitazioni nella vita sociale, per cui il bambino non esce più o non vuole più andare a pranzo o a merenda dagli amici perché sa che avrà delle difficoltà con i cibi proposti.

Le cause dell’Arfid possono essere molteplici, complesse e di varia natura: biologica, sociale, psicologica.

Potrebbero entrare in gioco fattori genetici, che predispongono ad esempio ad una maggiore sensibilità verso alcuni stimoli sensoriali. Il bambino, allora, che sente i sapori acidi in modo accentuato avrebbe più difficoltà ad assaggiare quegli alimenti anche con una minima nota di acidità, evitandoli di conseguenza.

Altre volte, invece, si evidenziano cause organiche, o un problema fisico sottostante: un’intolleranza alimentare, la celiachia, un reflusso gastroesofageo molto accentuato o, ancora, un disturbo del neurosviluppo.

In alcuni casi è il risultato di un’esperienza traumatica: rischiare di soffocare per un boccone andato di traverso o aver visto qualcuno in questa condizione può portare a una vera e propria fobia del cibo che può durare anche molto a lungo.

Altre volte, l’Arfid diventa un modo per esprimere qualche difficoltà emotiva o relazionale. Può succedere se ci sono forti tensioni in famiglia, in caso di una fortissima timidezza, oppure in presenza di un disturbo di apprendimento non diagnosticato come la dislessia. Sono bambini intelligenti e capaci, che quando cominciano ad andare a scuola si rendono conto che c’è qualcosa che non va e possono allora manifestare il proprio disagio evitando o selezionando molto il cibo.

Il disturbo alimentare di un figlio spesso sollecita paure e ansie in un genitore rispetto alle potenziali conseguenze sul piano fisico che il rifiuto del cibo può provocare. Tuttavia, il rischio è che l’attenzione si concentri solo sul sintomo alimentare, senza andare ad indagare i motivi che spingono il bambino o l’adolescente a rifiutare il momento del pasto. È utile quindi parlare con bambini e ragazzi delle proprie paure e delle proprie difficoltà, mantenendo un atteggiamento attento ma non controllante o giudicante ed evitando atteggiamenti iperprotettivi o rigidi.

Se pur mantenendo un atteggiamento equilibrato e non troppo apprensivo permane la percezione di un problema è utile contattare il pediatra o un centro specialistico per la diagnosi e il trattamento dei Disturbi Alimentari. L’intervento precoce è fondamentale, perché quanto prima si presenta il problema, tanto più è facile intervenire con programmi terapeutici intensi: la personalità di un bambino è ancora in via di sviluppo, il disturbo non ha tempo di cronicizzare ed è per questo che l’intervento terapeutico risulta più efficace.

La letteratura evidenzia un’eziopatogenesi multifattoriale che coinvolge sia aspetti più strettamente medici, che aspetti psicologici individuali e relazionali-familiari. Pertanto, il trattamento deve essere integrato richiedendo l’intervento di più figure professionali: psichiatri, psicologi, nutrizionisti, specialisti di medicina interna, etc.  Le più recenti linee guida nazionali e internazionali (RANZCP-CPG, 2014; APA,2006; NICE, 2004) suggeriscono come fondamentale il coinvolgimento dei genitori nel trattamento dei DA in età evolutiva ma importante risultano anche i laboratori del gusto, dove il bambino viene aiutato a familiarizzare con cibi nuovi e di diversa consistenza.

I Social Network e il loro effetto sulla mente

Il SOCIAL NETWORK PUO’ MODIFICARE LA MENTE?

Vi ricordate com’era la vostra vita una decina di anni fa circa? Quando era il compleanno di un amico gli si facevano gli auguri dandogli un bacio e magari regalando un pensierino. Se avessimo voluto comunicare qualche evento significativo della nostra vita, si usciva con qualcuno e si parlava davanti ad un caffè. L’uso intensivo dei social sta cambiando il modo in cui agiamo: oggi possiamo fare gli auguri di compleanno su Facebook e sbirciare le attività  quotidiane di amici, conoscenti e sconosciuti su Instagram. Tuttavia a cambiare non è solo il nostro comportamento: i social network stanno cambiando le nostre menti.

Fin dai tempi dell’antica Grecia è nota l’importanza dell’interazione faccia a faccia, rispetto alle semplici parole scritte su una pagina. Socrate diceva che una volta messo per iscritto, ogni discorso circola per le mani di tutti, tra chi l’intende e tra chi non si interessa(1). Oggi il social network dà  l’opportunità  di abbandonare l’interazione interpersonale  e con questo abbandono arriva una riduzione globale nel rischio di imbarazzo e dei sentimenti di disagio nelle interazioni sociali. Nessuno può vedervi arrossire, sentire la voce che diventa acuta o sentire il palmo della mano sudato; al contempo, non ci si può accorgere di tutti quegli importanti indizi che fanno capire come un’altra persona potrebbe reagire.

Secondo alcuni studi, il social network agirebbe come deterrente e via di fuga per persone che nella vita sociale reale sperimentano difficoltà  di socializzazione; a causa di tratti del carattere come la timidezza o situazioni d’isolamento sociale, l’utilizzo delle nuove tecnologie  e dei social network sembrano divenire una fonte privilegiata di emozioni e sensazioni appaganti ed intense , seppure scaturite da dimensioni del tutto virtuali (2). Il social network può rappresentare così un mezzo per fuggire dalla realtà quotidiana e rifugiarsi in un mondo illusorio e gratificante, in cui l’elemento virtuale  permette di superare le difficoltà e le inibizioni che possono caratterizzare le interazioni reali (3).

 

COS’E’ L’INTERNET ADDICTION DISORDER?

Secondo alcune stime, una media compresa tra il 5 ed il 10% dei fruitori di internet è affetto da una vera e propria patologia legata all’utilizzo del web, un disturbo la cui sigla psichiatrica è IAD (Internet Addiction Disorder). Nei soggetti affetti da questo disturbo, staccarsi dalla rete è vissuto come un incubo e può comportare crisi simili a quelle generate dall’astinenza  per i tossicodipendenti, con ansie, preoccupazioni, tremori e crisi di panico.

Un uso totalmente sregolato e privo di limiti della rete che, oltre ad incidere vistosamente sulle relazioni sociali che risultano fortemente danneggiate, agisce come una vera dipendenza, come le dipendenze da sostanze. Le scansioni cerebrali di queste persone rivelano danni nelle stesse aree colpite nel cervello di chi fa abuso di droghe: si nota una degradazione della sostanza bianca (fasci di fibre nervose che collegano l’encefalo al midollo), nelle regioni che controllano le emozioni, l’attenzione e i processi decisionali. La ragione è da ricercare nell’appagamento immediato, con poco sforzo, offerto dai social media, che fa sì che il cervello sviluppi dipendenza dagli stimoli da essi offerti.

Studi in risonanza magnetica funzionale hanno dimostrato che i centri della ricompensa nel cervello sono più attivi quando, in una conversazione, stiamo parlando di noi, piuttosto che quando ci è chiesto di ascoltare. Questo dato potrebbe spiegare perchè le persone trascorrono ore su Facebook: quando scriviamo di noi nel nostro cervello si libera dopamina, un neurotrasmettitore associato alle sensazioni di benessere.

 

SOCIAL O A-SOCIAL: LA COMPROMISSIONE DELL’EMPATIA

Secondo Sherry Turkle , Facebook da’ l’illusione di compagnia senza le pretese di un’amicizia (4). Quindi sembra che l’intimità  del mondo reale e l’intimità  di Facebook siano lontane dall’essere la stessa cosa, distinzione emersa da un recente sondaggio (5). Questa separazione tra il numero di cyber-amici ed il numero di amici reali si può applicare anche alle generazioni più vecchie. Uno studio ha valutato le relazioni tra l’uso di social media e la vicinanza emotiva in soggetti di età compresa tra i 12 ed i 63 anni (6).

Come potrebbe differire la socializzazione online da quella del mondo reale? Una differenza potrebbe essere nello sviluppo delle abilità  di comunicazione interpersonale e, di conseguenza, nell’empatia.

L’abilità  di preoccuparsi per gli altri e di condividere esperienze emotive è qualcosa che differenzia gli esseri umani dalla maggior  parte del regno animale (tuttavia gli scimpanzé, come gli esseri umani, possiedono neuroni specchio che operano nel cervello: ovvero cellule, come quelle che codificano il comportamento del mangiare, che possono essere attivate semplicemente dall’osservazione di tale comportamento, ad esempio dall’osservazione di un altro scimpanzé che mangia. Sembra che lo scimpanzé osservatore abbia empatizzato con il suo compagno che sta effettivamente mangiando l’uva. Quindi la capacità  di entrare in empatia è una componente basilare  del sistema cerebrale dei primati).

Tuttavia non si nasce con la garanzia di avere una buona empatia. Sarebbe difficile immaginare un tratto così complesso come il semplice prodotto dei nostri geni. La vera e propria capacità di empatizzare con altri continua a maturare fino ai nostri vent’anni; quindi c’è un ampio lasso di tempo in cui ambiente ed esperienza nelle relazioni giocano un ruolo cruciale nel determinare la nostra capacità  di empatizzare.

Secondo il Dr. Maxson McDowell i soggetti che usano ossessivamente i social network potrebbero sviluppare tratti simil-autistici , come l’evitare il contatto oculare. Gli esseri umani hanno un mandato evolutivo che porta all’adattamento al proprio ambiente, e quando questo ambiente non fornisce le opportunità  di provare quelle abilità interpersonali essenziali per l’empatia , una conseguenza potrebbe essere lo sviluppo di difficoltà simil-autistiche.

E’ interessante notare che , secondo David Amodio della New York University e Chris Frith dello University College London, uno dei sintomi dell’autismo è l’ipoattività  della corteccia frontale; quest’area è essenziale affinchè il cervello lavori in modo coeso. Se quest’area risulta ipoattiva, potrebbe esserci  un significativo impatto sulle operazioni cerebrali, creando quella mentalità in cui il sensoriale trionfa sul cognitivo e nulla ha più significato, tutto è esattamente com’: una risata, un’espressione accigliata, un arrossamento, un sorriso potrebbero significare molto meno: ciò che si vede è una modificazione superficiale del volto, nulla di più.

 

IL SOCIAL NETWORK PUO’ DISTRUGGERE LE RELAZIONI REALI?

Quando il tempo trascorso ad instaurare e mantenere relazioni online rimpiazza il tempo trascorso nelle reali interazioni umane, è probabile che venga a mancare una più profonda intimità  con gli altri. Quindi è necessario ragionare sull’impatto delle relazioni virtuali  sullo stile di vita. Un eccessivo uso dei social network potrebbe degenerare in problematiche interpersonali e danneggiare , o addirittura distruggere, carriere e matrimoni.

Secondo uno studio del 2013, un uso elevato di Facebook era associato ad esiti negativi nelle relazioni portando a più imbrogli, rotture e divorzi. Questo effetto era influenzato da quanto conflitto le coppie avessero sperimentato in relazione a Facebook (7). I siti di social network ora espongono gli utenti a informazioni a cui non avrebbero altrimenti accesso, come foto di un ex fidanzato/a con l’attuale compagno/a. Quindi Facebook può alimentare il lato insicuro e geloso della natura umana.

Uno studio si è basato su una precedente scoperta secondo la quale un continuo contatto offline con un precedente partner potrebbe compromettere il recupero emotivo dopo la rottura (8). I risultati ottenuti da 464 partecipanti hanno rivelato che coloro che rimanevano amici su Facebook con i precedenti partners, rispetto a coloro che non avevano più l’amicizia, hanno riportato un desiderio sessuale e brama per l’ex compagno/a; questo risultato era combinato, come in una miscela tossica, ad una crescita personale ridotta. Secondo i ricercatori “nell’insieme queste scoperte suggeriscono che l’esposizione all’ex compagno/a tramite Facebook possa bloccare il processo di cura  e di distacco dalla passata relazione”.

E’ difficile dimenticarsi di una persona se la si vede quotidianamente e Facebook rende questa insana perversione molto accessibile e molto difficile da resistere. Tradizionalmente le nostre relazioni sarebbero periodicamente ridotte: per esempio attraverso la fine di una relazione intima, il litigio con un amico, il cambio di lavoro, scuola o residenza, o semplicemente perdendo i contatti con la persona. Ora, grazie a Facebook, possiamo trasportare tutto quel bagaglio emotivo dal passato al presente, come nei Gironi danteschi in cui si sconta, in un eterno presente, ciò che si è agito nel passato.

 

Dr.ssa Loredana Di Cicco

Psicologa clinica e del lavoro

Esperta in Neuroscienze per le disabilità cognitive

Esperta in tecniche di rilassamento profondo

http://www.centroiltulipano.com

 

Note:
1-Plato. 1925, Plato in Twelve Volumes.
2-Caretti, La Barbera, 2005.
3-Cantelmi et al., 2000.
4-Turkle S., 2012. Alone together: why we expect more technology and less from each other. New  York: Basic Books.
5-Grieve, R., Indian, M., Witteveen, K., Tolan, G. A., and Marrington, J. 2013. Face-to-face or Facebook: Can social connectedness be derived online? Computers in Human Behavior.
6-Pollet, T. V., Roberts, S. G. B., and Dunbar, R. I. M. 2011. Cyberpsychology, Behavior and Social Networking.
7-Clayton, R. B., Nagurney, A., and Smith, J. R. 2013. Cheating, breakup, and divorce: is Facebook use to blame? Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.
8- Marshall, T. C. 2012. Facebook surveillance of former romantic partners: Associations with post-breakup recovery and personal growth. Cyberpsychology, Behavior, and Social Networking.

Approfondimenti:
Begley, S. (2008). The plastic mind. London: constable & robinson.
Bowlby, J. (1969). Attachment and loss. New York: Basic Books.
Greenfield, S. (2011). You and me: The neuroscience of identity. London: Notting Hill.
Greenfield, S. A. (2007). I. D.: The quest for meaning in the 21st Century. London: vintage.
Turkle, S. (2011). Alone Together: Why we espect more from technology and less from each other. New York: Basic Books.
Watson, R. (2010). Future Files: A brief history of the next 50 years. London: Nicholas Brealey.

Sessualità e metodi anticoncezionali: facciamolo… in sicurezza!

Per “metodi anticoncezionali” si intendono tutti i metodi validi atti ad impedire la fecondazione dell’ovulo al fine di compiere una scelta consapevole rispetto alla procreazione e di tutelare la propria salute sessuale. Infatti, si usano per prevenire una gravidanza (indesiderata) e come protezione nei confronti di malattie sessualmente trasmissibili.

La scelta del metodo contraccettivo è molto importante e, qualora vi fosse una relazione stabile, sarebbe opportuno parlarne e scegliere insieme. Avvalersi di metodi contraccettivi appropriati – quando una gravidanza inattesa costituirebbe un problema – è sinonimo di consapevolezza e maturità. La scelta di una pratica contraccettiva piuttosto che un’altra è chiaramente soggettiva, e dipende dalla sua efficacia, dalla praticità e dalla percezione del rischio che la coppia associa al verificarsi di una gravidanza non prevista. Nella scelta si deve tenere comunque in considerazione la possibilità reale di contrarre malattie sessualmente trasmissibili, evenienza probabile in caso di rapporti non protetti con partner multipli ed occasionali.

Per far fronte alle problematiche appena descritte, sono stati identificati alcuni requisiti che un metodo contraccettivo “perfetto” dovrebbe possedere:

  • Protezione da gravidanze indesiderate a malattie sessualmente trasmissibili
  • Semplicità e praticità di utilizzo
  • Scarsi effetti collaterali
  • Reversibilità
  • Minima o scarsa percezione durante il rapporto
  • Facile reperibilità

Ad oggi, gli anticoncezionali ad oggi possono essere suddivisi in:

  • metodi a barriera/ meccanici
  • metodi ormonali
  • metodi “naturali”

A. METODI A BARRIERA / MECCANICI

Nel primo gruppo possiamo inserire il più utilizzato metodo a barriera: il preservativo maschile. Il preservativo è l’unico metodo che permette una protezione sia da malattie sessualmente trasmissibili, sia da un’eventuale gravidanza indesiderata. È una guaina in lattice che deve essere applicata sul pene in erezione prima dell’inserimento nella vagina. Il preservativo va srotolato lungo tutta la sua lunghezza, avendo cura di stringere il serbatoio (nella parte superiore del preservativo) tra pollice e indice per evitare che si creino bolle d’aria durante il rapporto, ipotetiche responsabili della rottura del profilattico.

Ha una potenziale efficacia del 100%, che potrebbe diminuire se non conservato o utilizzato adeguatamente. Ad oggi sul mercato è presente anche il preservativo femminile, FEMIDOM.

Il Femidom (profilattico femminile) è uno strumento di prevenzione dell’HIV e delle altre malattie sessualmente trasmesse che può essere utilizzato dalle donne.

In Italia è ancora da reperire e assolutamente assente dai consultori ginecologici ma può essere ordinato su internet o in alcune farmacie.

Il preservativo femminile è una guaina trasparente in nitrile sintetico che, introdotta nella vagina prima del rapporto, forma una barriera tra gli organi genitali dei due partner, garantendo protezione da gravidanze indesiderate e malattie a trasmissione sessuale. Il materiale con cui è realizzato fa sì che sia più resistente dei condom maschili in lattice, che non provochi reazioni allergiche e che si riveli compatibile sia con i lubrificanti a base acquosa sia con quelli a base oleosa. Usato correttamente, ha la stessa efficacia degli altri metodi contraccettivi e non presenta effetti collaterali o rischi.

Perché usarlo?

A parte l’efficacia nella prevenzione delle gravidanze indesiderate e delle malattie sessualmente trasmissibili, c’è un altro fondamentale motivo per decidere di usare il preservativo femminile. Si tratta della libertà di scelta.

Il preservativo femminile, infatti, costituisce un’ulteriore opzione per le donne che intendano gestire in prima persona la propria salute sessuale. È la donna, cioè, a decidere in piena autonomia quale protezione adottare, senza dipendere dall’uomo e dalla sua eventuale riluttanza a indossare il profilattico. Una conquista importante, che rende indipendenti le donne nel vivere serenamente la loro vita sessuale.

La spirale o IUD (dall’inglese Intra Uterine Device) è uno strumento contraccettivo che impedisce “fisicamente” l’annidamento all’interno dell’utero di un potenziale ovulo fecondato. Infatti, la spirale è un piccolo supporto in plastica avvolto da un filo di rame (da qui il nome “spirale”) che viene inserito nell’utero, solitamente durante il ciclo mestruale, da un ginecologo.

Ad oggi sul mercato esistono delle spirali “medicate” che oltre ad impedire fisicamente la gravidanza, rilasciano ormoni (progesterone) in piccole quantità. Il funzionamento è paragonabile a quello di un metodo anticoncezionale ormonale. Generalmente può essere utilizzato per un periodo che va da tre a cinque anni a seconda del modello. Può essere rimosso in qualsiasi momento senza particolari interventi dal ginecologo.

Il diaframma è una calotta di lattice che va inserita prima di ogni rapporto, associandola a degli spermicidi (sotto forma di spugnette, gel, creme o supposte). Non assicura una garanzia di protezione dalla trasmissione delle malattie sessualmente trasmissibili. In Italia, il diaframma è un metodo anticoncezionale ormai in disuso, soprattutto perché non considerato del tutto affidabile ed ormai difficilmente reperibile; inoltre presuppone una conoscenza approfondita del proprio corpo per l’inserimento manuale.

B. METODI ORMONALI

I contraccettivi ormonali funzionano inibendo l’ovulazione e la fecondazione. Essi sono disponibili in una serie di forme diverse.

La più famosa è la pillola anticoncezionale, che viene assunta quotidianamente per bocca; poi possiamo considerare tra questi la spirale medicata di cui sopra; il cerotto e l’anello vaginale.

Questi metodi anticoncezionali hanno una alta efficacia se utilizzati correttamente e necessitano di un controllo medico ginecologico e la prescrizione. I metodi ormonali prevengono una gravidanza indesiderata ma non proteggono dalle malattie sessualmente trasmissibili.

C. METODI CONTRACCETTIVI NATURALI

Per metodi contraccettivi naturali intendiamo i metodi che mirano all’individuazione del momento esatto in cui avviene l’ovulazione, e prevedono l’astensione dai rapporti sessuali 3-4 giorni, prima e dopo, dell’ovulazione stessa. Questi metodi naturali non hanno effetti collaterali né controindicazioni, ma la loro sicurezza è molto bassa per la variabilità dell’ovulazione e del ciclo mestruale. Tra i metodi contraccettivi naturali possiamo annoverare anche il coito interrotto, cioè la fuoriuscita del pene dalla vagina prima dell’eiaculazione, nel tentativo di evitare il contatto diretto dello sperma con quest’ultima. Questa pratica, pur essendo ancora molto diffusa, non assicura alcun tipo di difesa dal punto di vista della prevenzione delle malattie veneree e la sua efficacia contraccettiva è molto scarsa, poiché diversi studi sottolineano la possibilità di una fuoriuscita di sperma pre- eiaculazione.

E’ importante sottolineare quanto la scelta personale e di coppia del metodo contraccettivo sia un passo rilevante per vivere al meglio una sessualità serena, consapevole ed in salute. Non si deve correre il rischio di sottovalutare il valore della decisione in merito, scegliendo il metodo più adatto alle proprie esigenze e necessità.

 

 

Dott.ssa Agnese Eleuteri

Psicologa e Sessuologa Clinica

Responsabile dell’Area Psico-sessuologica e dell’Intervento di Coppia

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Principali caratteristiche e punti di forza dei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA)

Gli anni dell’educazione scolastica si inseriscono in un periodo di crescita dell’individuo di per sé già molto complesso in cui si vanno ad affollare nuove conoscenze ed esperienze fondamentali per lo sviluppo. In particolare, in questa fase, la scuola riveste un ruolo tutt’altro che marginale non solo perché fornisce gli insegnamenti formali necessari per un funzionale inserimento all’interno della società, ma anche perché attraverso gli stessi insegnamenti o mediante la cornice che essa crea, contribuisce alla strutturazione della personalità e delle ambizioni per la realizzazione futura.

Sempre più spesso negli ultimi anni si sente parlare di Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), la cui diagnosi spesso è preceduta dalla descrizione di quadri di bassi rendimenti scolastici. Per quanto affermato finora, gli scarsi risultati conseguiti nell’ambiente di formazione hanno dunque la possibilità di tradursi nella riduzione della realizzazione delle proprie potenzialità sociali e lavorative.

La rilevanza dell’argomento presentato è dovuta dunque alle conseguenze che questi disturbi determinano a livello individuale e anche alla prevalenza con cui si presentano (oscillante tra il 2,5 e il 3,5% della popolazione in età evolutiva per la lingua italiana). Per queste ragioni è necessario che i servizi sanitari specialistici e la scuola siano in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni dei soggetti con DSA, favorendo la piena espressione delle loro potenzialità e garantendo la possibilità di apprendere, scopo primario dell’istituzione scolastica.

Lo scopo di questo testo è dunque quello di fornire degli elementi di conoscenza di base dei DSA e delle diverse possibilità di apprendimento, mirando alla promozione della diffusione della conoscenza sull’argomento.

La Consensus Conference, tenutasi a Roma il 6 e 7 dicembre del 2010, ha visto il confronto dei maggiori esperti che hanno redatto un documento di consenso volto a definire l’argomento, formulando raccomandazioni per la migliore prassi clinica, ove le prove scientifiche a disposizione si siano rivelate sufficienti. Secondo i dati della Consensus, i Disturbi Specifici di Apprendimento interessano la condizione clinica evolutiva di difficoltà di apprendimento della lettura, della scrittura e del calcolo che si ha in soggetti con intelligenza nella norma e che si manifesta all’inizio della scolarizzazione. Si distinguono in genere le seguenti condizioni cliniche:

  • dislessia cioè disturbo della lettura;
  • disortografia cioè disturbo della scrittura (intesa come abilità di trasferimento suono-segno grafico e di competenza ortografica);
  • disgrafia cioè disturbo nella grafia (intesa come abilità grafo-motoria);
  • discalculia cioè disturbo delle abilità di numero e di calcolo.

La diagnosi di dislessia, disortrografia e disgrafia è possibile al termine della seconda classe della scuola primaria ossia quando si considerano presentati gli insegnamenti riguardo queste specifiche abilità. Per la diagnosi di discalculia è invece necessario aspettare la fine della terza classe della scuola primaria, momento considerato migliore per identificare eventuali difficoltà delle abilità numeriche e di calcolo, al termine degli insegnamenti formali che in genere permettono lo sviluppo di queste competenze. Avvisaglie rispetto la possibilità di difficoltà di apprendimento sono riconoscibili anche prima del momento considerato opportuno per la diagnosi. In questi casi, la messa in atto di interventi di prevenzione specifici è considerato dagli esperti fattore prognostico positivo, potendo potenziare le aree deboli e permettendo il riallineamento con gli altri discenti oppure, in caso di effettivo disturbo specifico, mirando alla riduzione degli effetti del disturbo stesso.

La diagnosi è seguita dalla formulazione da parte di un team clinico multiprofessionale e multidisciplinare di un progetto di intervento condiviso con le famiglie e con gli insegnanti al fine di integrare programmi educativi e interventi specifici, mantenendo l’obiettivo primario per il bambino/adolescente che è apprendere.

È opportuno dunque chiarire come avviene l’apprendimento. Esistono dei fattori chiave che influenzano il processo di apprendimento che non sono isolati tra loro, ma interagiscono come parte integrante di un processo dinamico in continuo sviluppo. Un cambiamento di uno di loro, influenza l’intero sistema.

Uno tra questi fattori è sicuramente l’insegnante che si pone tra lo studente e il compito, stimolando il trasferimento di conoscenze attraverso la presentazione di stimoli selezionati e promuovendo l’attivazione di un processo che porti il discente ad imparare ad imparare attraverso lo sviluppo di strategie e abilità. Altro fattore dell’apprendimento è sicuramente lo studente che interpreta il compito in modi che gli sono propri e traendone apprendimenti. Si ha poi il compito che costituisce l’interfaccia tra studente e insegnante. Tutti questi fattori possono inoltre essere influenzati dal contesto che riguarda il bambino/ragazzo, ossia il suo ambiente di vita, il suo stato emotivo, tutto ciò che ruota intorno a lui e che può allo stesso tempo sostenerlo oppure ostacolarlo.

È necessario anche considerare e ricordare che l’apprendimento può avvenire sfruttando diversi canali e che qualsiasi esperienza può costituire un apprendimento. Vi sono cinque sensi attraverso i quali apprendere (vista; udito; tatto; olfatto; gusto) e tutti dunque possono costituire un canale che realizza il nostro apprendimento. È opportuno ricordare ciò perché un ragazzo con dislessia può avere difficoltà ad apprendere sfruttando il canale visivo, ma una stessa conoscenza può essere appresa sfruttando il canale uditivo, ascoltando dunque quanto avrebbe dovuto leggere (con una sintesi vocale, ad esempio).

In una visione di apprendimento accessibile a tutti, i bambini/ragazzi con DSA possono essere considerati dunque come soggetti che apprendono in maniera diversa da quello che viene considerato lo standard nelle scuole. Per gli stessi devono essere garantite le stesse possibilità di apprendimento degli altri studenti, valorizzando i loro punti di forza. Le direttive della legge n°170 del 2010 tutelano proprio questi aspetti. L’intervento educativo e clinico mira dunque a favorire l’apprendimento attraverso tutti i canali che si rivelano più utili e funzionali per il bambino o per il ragazzo stesso.

In conclusione, “lavorare con un ragazzo con DSA non significa intervenire unicamente sulle sue difficoltà di lettura, scrittura e calcolo per migliorare le abilità strumentali. Tutt’altro: è fondamentale mantenere uno sguardo d’insieme sulle implicazioni funzionali delle sue caratteristiche di apprendimento per permettergli di adottare le strategie e gli strumenti più idonei a raggiungere la massima autonomia possibile” (Verni, 2014).

 

Dott.ssa Marta Tedeschi

Logopedista, Segnante Lis

Esperta in DSA e ADHD

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Cutting: condotte autolesive in adolescenza. Come riconoscerlo e cosa fare.

Con il termine “autolesionismo” si intendono tutti quei comportamenti di attacco intenzionale al proprio corpo o a parti di esso. Il cutting (in italiano “taglio”)  è una condotta autolesiva e come tale riguarda si inserisce all’estremo di un continuum che va dai tatuaggi, ai piercing, alle marchiature, alle bruciature e ogni lesione cutanea autoindotta. Soprattutto in adolescenza, rappresenta un fenomeno molto diffuso e complesso da decodificare e sollecita una intensa preoccupazione nei genitori, spesso sorpresi e spaventati dalla scoperta delle condotte del figlio. Per capire meglio questo fenomeno è necessario comprendere cosa accade all’adolescente in questa fase di sviluppo, per poter valutare in modo specifico quale funzione, nell’economia psichica di un ragazzo, ad un particolare punto del suo sviluppo psichico, in una data famiglia e in una specifica cultura, rappresenta l’uso del linguaggio del cutting.

Durante l’adolescenza, infatti, le emozioni si amplificano e mutano. Per questo motivo, la tendenza d “agire” può rappresentare una modalità della mente per elaborare una realtà interna ricca di continui cambiamenti, instabile e, talvolta, inquietante. La condotta autolesiva può dare l’impressione di poter gestire stati emotivi particolarmente intensi come la rabbia, la frustrazione, la vergogna, il vuoto, la tensione, l’ansia e le situazioni stressanti. Dunque è possibile che la condotta autolesiva venga usata per trasformare uno stato psichico in uno fisico, più controllabile e gestibile.

Ci si sente incompresi dal mondo degli adulti, che sono sentiti come distanti e diversi, con cui è difficile poter comunicare. Il tagliarsi è un messaggio non verbale che esprime una sofferenza, difficilmente esprimibile in altri modi ma che può essere rappresentata sulla propria pelle. E’ un linguaggio per trasmettere qualcosa che non si riesce a comunicare con le parole.

L’identità si consolida e spesso i ragazzi cercano la loro identità attraverso il continuo mutare della loro apparenza, al contempo però ricercando l’appartenenza. Il complesso senso della nostra identità è in stretta relazione con lo sguardo dell’altro su di noi. Riuscire a sentirsi unici a tutti i costi anche attraverso un’originalità negativa alimenta la fantasia di emergere dalla massa, che viene sentita di per sé annullante. Tagliarsi caratterizza un’identità unica e controcorrente e contemporaneamente è appartenenza a quel gruppo che mette in atto quella stessa pratica.

Si riattivano e si rielaborano esperienze relative alla primissima infanzia, quando i canali sensoriali, tra cui la pelle, rappresentavano il terreno di scambio con il mondo esterno. Proprio la pelle è l’interfaccia e il confine tra l’interno e l’esterno, è il “luogo” dove possono generarsi contemporaneamente percezioni interne ed esterne, dove si supera la contrapposizione tra mente e corpo. Il cutting ridefinisce i confini del corpo, differenziando il Sé dall’altro; il sangue che scorre dalle ferite rappresenta la prova che dentro il corpo c’è vita.

Il ferirsi è uno strumento per trasformare esperienze che vengono vissute passivamente, subìte o imposte in qualcosa di attivo, per ribaltare il senso di impotenza. Tagliarsi può dare un senso di sollievo, come se dalle ferite fuoriuscissero tutti i sentimenti penosi che si accumulano nella mente; è l’espressione su e di un corpo contemporaneamente amato e odiato. Tagliarsi può sembrare essere una strategia efficace per affrontare i tanti ostacoli di questa fase.

 

Indicatori di rischio 

Spesso si rimane sorpresi o scioccati quando si scopre il fenomeno, spesso ci sente in colpa per non essersi accorti prima di quello che stava succedendo. Come riconoscere una condotta autolesiva in un amico, o in un figlio?

–          Condotte di isolamento, come passare molto tempo nella propria cameretta o in bagno;

–          Rifiuto di andare al mare o altre situazioni in cui il corpo è esposto;

–          Indossare esclusivamente indumenti coprenti (es. maniche lunghe anche nelle stagioni calde); numerosi braccialetti che coprono i polsi o altri accessori,

–          Possesso di oggetti taglienti come lamette, forbicine, rasoi, aghi anche in contesti non adeguati;

–          Irritabilità e umore depresso e/o cambi repentini di umore per cui si passa da uno stato di forte nervosismo a uno stato di tranquillità;

–          Presenza di macchie di sangue sulle lenzuola o sugli asciugamani, poiché le ferite non si rimarginano in fretta.

 

Cosa fare?

In questi casi è importante non giudicare, ma accogliere la sofferenza e offrire sostegno, evitando di minimizzare o negare la difficoltà del/la ragazzo/a. Il problema non va sottovalutato, poiché non sempre si tratta di “fasi” che passeranno o di problematiche che si risolveranno da sole. E’ molto importate anche per il gruppo dei pari e degli amici, tenere a mente che rimanere in silenzio significa in parte “dare il permesso” di continuare; chiedere aiuto ad un professionista competente o a un adulto di fiducia costituisce la strada migliore per la risoluzione della problematica.

Usare il ricatto non è utile, poiché il comportamento autolesivo sarà sostituito da un altro sintomo che possa esprimere quella stessa sofferenza rimasta inascoltata (abuso di alcool o droghe, condotte antisociali, psicopatologia ecc).

La consulenza psicologica e la psicoterapia sono il trattamento di elezione per aiutare l’adolescente che ha scelto il self-cutting per esprimere la sofferenza; in primis perché è un contesto in cui le emozioni vengono esplorate e non agite su sé stessi o sugli altri, aprendo il canale espressivo delle parole, in secondo luogo perché è nella prima infanzia, che vanno trovate le radici di questa pratica autolesiva, e dunque è necessario un lavoro nel profondo.

Spesso è auspicabile affiancare un sostegno genitoriale o familiare, per aiutare l’intero contesto a gestire il fenomeno ma anche ad affrontare una sofferenza che spesso appartiene a più di un membro ma viene espressa da uno solo che, a costo di un sacrificio, lancia un segnale di aiuto.

 

Dott.ssa Giulia Cimarelli

Psicologa clinica

Responsabile dell’Area di Consulenza e Sostegno Individuale e Familiare

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