Passa al contenuto principale

Tag: prevenzione

Pacchetto valutazione logopedica e neuropsicomotoria

Il Centro “Il Tulipano”, dopo il periodo delicato appena trascorso, ha pensato di andare incontro alle famiglie proponendo degli incontri valutativi a sostegno di un intervento globale e su misura per il bambino.

Vi aspettiamo per un primo incontro gratuito!

Qual è il costo emotivo della cura?

Compassion fatigue, trauma secondario e burn out

Normalmente ci troviamo a parlare della qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie, del loro benessere psicofisico, lasciando sullo sfondo  quello che succede a chi se ne prende cura, non considerando la stretta relazione che intercorre tra chi cura e chi è curato.

Possiamo parlare di una progressiva fatica della cura che coinvolge diverse figure professionali in diversi settori e colpisce anche  chi spesso si trova ad assistere a casa un familiare malato. Si sviluppa quando vi è un’ esposizione   ripetuta alla sofferenza e al dolore degli altri,   per questa ragione i più colpiti   risultano  i professionisti che lavorano in campo sanitario.  Questo stato può portare un individuo a sviluppare una serie di disturbi comportamentali  ed emotivi, che si possono manifestare in diverse forme e che possono  compromettere la qualità della vita personale e lavorativa, fino a sviluppare una vera e propria sindrome,  la Compassion Fatigue, spesso collegata ed in stretta relazione con il Trauma Secondario e la Sindrome da Burnout. Sebbene ci siano alcune differenze,  i concetti di Stress Traumatico Secondario e Compassion Fatigue possono essere considerati sovrapponibili (Bride, Radey e Figley, 2007). Ma cerchiamo di capire meglio di cosa si tratta.

Cos’è la Compassion Fatigue?  

Il concetto di  Compassion Fatigue descrive i sentimenti di profonda partecipazione e comprensione per qualcuno colpito da sofferenza, accompagnati da un forte desiderio di alleviarne la sofferenza o eliminarne la causa.  Possiamo definirla come il disagio psicologico indotto dal vivere costantemente a contatto con il dolore altrui, uno stato di  tensione e preoccupazione, caratterizzato da una sintomatologia che ricorda quella del Disturbo Post-Traumatico da Stress  e che può manifestarsi in chi è frequentemente  esposto alla sofferenza e al racconto delle altrui esperienze traumatiche (Figley, 2002).

Quali sono gli effetti?

I primi studi su questa condizione psichica sono stati fatti nel campo della traumatologia  e hanno  definito la Compassion Fatigue anche come il costo emotivo della cura. Ha un’insorgenza  acuta ed improvvisa, che può essere scatenata anche da una sola esperienza percepita come particolarmente critica dalla persona che ne è colpita. Si può manifestare con un  senso di solitudine; incubi; senso di irrequietezza, ipersensibilità, ansia diffusa, alterazione dell’umore, rabbia, disturbi del sonno, tristezza. I segni di questa condizione possono sfociare in quello che viene definito Stress Traumatico Secondario. 

Cos’e il Trauma Secondario? 

Inizialmente chiamato  traumatizzazione vicaria (McCann e Pearlman, 1990)  poi Stress Traumatico Secondario  (Figley, 1995), si manifesta con una serie di reazioni comportamentali ed emotive derivate  dalla conoscenza di eventi traumatici sperimentati da altri o in seguito all’aiuto o al tentativo di aiuto a persone traumatizzate. Secondario quindi deriva dal fatto che si tratta  del vissuto indiretto di eventi traumatici. 

Si manifesta come conseguenza  di un forte carico emotivo e impegno  nella cura di un altro individuo, in seguito al tentativo di supportarlo. Dunque, coloro che sono esposti al rischio di trauma secondario sono tipicamente professionisti e volontari quali soccorritori e personale socio-sanitario. Se si esclude il fatto che in questa particolare condizione l’esposizione all’evento traumatico è indiretta, i sintomi sono gli stessi presenti  nel Disturbo Post-Traumatico da Stress ovvero: pensieri intrusivi, la tendenza ad evitare qualsiasi situazione che possa ricordare o mettere nella condizione di ripercorrere con la mente l’evento traumatico, poiché troppo doloroso da sopportare a livello psicologico, aumento dell’arousal cioè dello stato di attivazione neurovegetativa dell’organismo e più in generale una compromissione del funzionamento dell’individuo.  

Per chi soffre di questa forma di trauma, il peso emotivo dell’assistenza risulta insostenibile. Spesso gli operatori si mettono maggiormente a rischio quando adottano strategie di distacco e controllo delle proprie emozioni, portando gradualmente a diventare incapaci di verbalizzare ciò che stanno vivendo, a distaccarsi da ciò che provano e quindi dalla sofferenza dell’altro. Possiamo sostenere che la reazione in questo caso non è dovuta al trauma in sé, ma  alla relazione d’aiuto, basata su empatia e immedesimazione, che si instaura tra “vittima” e “soccorritore” in situazioni ad alto impatto emotivo.

La Sindrome da Burnout  

Il Burnout può essere un’altra forma di Compassion Fatigue (Beck 2011; Ricard 2015), indica una condizione di spossamento e insoddisfazione nel proprio lavoro, dovuto alla percezione di un carico eccessivo che perdura per un lungo periodo di tempo, ma la Sindrome da Burnout può colpire indipendentemente dal tipo di professione o dall’esposizione indiretta a situazioni traumatiche, in quanto è conseguenze della scarsa qualità di vita professionale.  

Viene provata nel momento in cui il soggetto percepisce la mancanza di gratificazione, di aver esaurito le risorse per svolgere al meglio il proprio lavoro e nel caso si verifichi nelle professioni d’aiuto, può portare alla deresponsabilizzazione, ovvero ad una  perdita d’interesse nei confronti delle persone a cui il professionista dovrebbe rivolgere le proprie attenzioni. Avverrebbe un conflitto  tra sentimenti di rabbia, frustrazione e stanchezza e la capacità di mostrare empatia rispetto a chi si deve curare (Maslach, Schaufeli e Leiter 2001). 

La Compassione Fatigue e il Burnout  differiscono anche per la modalità di insorgenza, la prima è uno stato che scaturisce immediato e acuto, mentre il Burnout è un processo più  graduale, corrisponde a un  progressivo consumarsi motivazionale dell’operatore, che si sente sopraffatto dal proprio lavoro e incapace di promuovere un cambiamento positivo (Figley, 1995). Il Burnout risulta associato al contrasto tra la richiesta di inibire le proprie emozioni sul lavoro per favorire un buon risultato e quella di mostrare empatia per il fatto di avere un ruolo di colui che cura.

Non solo effetti negativi della cura

Ovviamente l’ambito della cura non comporta solo conseguenze negative per gli operatori. La risposta dell’esposizione a un evento traumatico si inserisce  lungo una linea che va da un estremo positivo di Compassion Satisfaction, la soddisfazione percepita dalla cura,  ad un estremo negativo di  Compassion Fatigue. Lo sviluppo della Compassion Fatigue può essere determinato sia dalla situazione contestuale, quindi dal tipo e dal tempo di esposizione ad un certo evento, sia dalle proprie strategie di coping (Figley, 2002). 

Spesso si è osservato che i medesimi fattori che possono produrre soddisfazione in un professionista, in termini di impegno e  gratitudine, possono improvvisamente tramutarsi nella fonte del malessere. E’ un confine a volte sottile e del quale possiamo non essere consapevoli.

Cosa fare per prevenire e gestire il rischio di Compassion Fatigue, Trauma Secondario e Burnout?

Sicuramente un’ambiente di lavoro adeguato, che tenga conto del rischio   fisico, ma anche del rischio emotivo dei propri operatori, che offra loro la possibilità di un sostegno individuale o di gruppo, sembrerebbe la condizione ideale, ma  sappiamo che spesso per diversi motivi, non è possibile garantire un’ambiente ottimale. 

Risulta fondamentale sicuramente il ruolo svolto dal gruppo di lavoro, riuscire ad utilizzarlo come risorsa per poter avere un confronto, narrare e condividere i propri vissuti può essere di aiuto.  Possiamo adottare, se possibile, piccoli accorgimenti personali che possono ulteriormente contribuire alla riduzione del rischio:  garantirsi un tempo personale che possa bilanciare lavoro con altre attività di svago e riposo, mantenere viva la propria rete personale, amicale e familiare, tutto questo  per favorire una decompressione del carico emotivo che si sta vivendo.

Certamente la principale prevenzione risulta diffondere la  conoscenza di queste sindromi, spesso confuse o sottovalutate, capire qual è la loro insorgenza, cosí da riconoscerne facilmente i segni e in maniera tempestiva poter chiedere aiuto.

Incontri informativi gratuiti sulla genitorialità

Uno spazio gratuito di apprendimento, un’occasione di confronto tra genitori e professionisti e un momento di ascolto per mamme e papà alle prese con il nuovo bebè!

Gli incontri informativi gratuiti sulla genitorialità hanno lo scopo di creare uno spazio di condivisione tra mamme, papà e gli esperti del settore nelle varie tematiche che interessano le prime fasi della vita del bambino.

Gli incontri si terranno presso la sede del Centro Il Tulipano in via Sciadonna 9/A e avranno una durata di circa due ore ciascuno. Sono aperti a tutti, ma è necessario prenotarsi per garantire un’organizzazione ottimale da parte del Centro scrivendo una mail a centro.iltulipano@gmail.com oppure telefonando alla responsabile del progetto dott.ssa Criscuolo 3931617222.

15.02.2020 | ore 15:30 | Negoziazione e gestione dei conflitti tra neogenitori

L’incontro, a cura delle Dott.sse Criscuolo e Stefanile, psicologhe e mediatrici familiari, approfondirà il tema della genitorialità nei diversi momenti evolutivi della coppia e del bambino. Verranno affrontati i temi di maggiore complessità all’interno della coppia genitoriale (alimentazione, educazione, lavoro e tempo libero) e le possibili strategie di negoziazione e gestione del conflitto. Ampio spazio sarà dato alle esperienze dirette dei partecipanti e alla discussione di gruppo.

22.02.2020 | ore 15:30 | Gioco e linguaggio nei primi anni di vita del bambino

L’obiettivo dell’incontro presentato dalla Logopedista Dott.ssa Del Pinto e dalla Neuropsicomotricista Dott.ssa Puntillo è sensibilizzare circa le situazioni di ritardo del linguaggio nel bambino piccolo e mostrare come il gioco, nelle sue evoluzioni, sia tra i più importanti prerequisiti per l’emergere del linguaggio e come le due competenze procedano parallelamente nel corso dei primi anni di vita del bambino.

07.03.2020 | ore 15:30 | Alimentazione e ciclo di vita del bambino

L’incontro, a cura della Dott.sa Criscuolo, psicologa, e della Dott.ssa Cinelli, biologa nutrizionista, affronterà il tema dell’alimentazione in età pediatrica rispetto alle tappe evolutive del bambino e della famiglia. Partendo dall’allattamento, verranno illustrati i momenti più critici che la coppia genitore-bambino affronta e le possibili strategie da adottare, attraverso un’ottica che integra gli aspetti relazionali e le esigenze alimentari. Verranno inoltre approfonditi i correlati comportamentali legati all’assunzione di specifici alimenti (es. zuccheri e/o carboidrati) e verrà lasciato spazio a eventuali domande e approfondimenti sui temi che maggiormente interessano i partecipanti.

14.03.2020 | ore 15:30 | Vita perinatale: aspetti psichici ed emotivi

A cura della Dott.ssa Scampoli, psicologa psicoterapeuta, l’incontro si concentrerà sulle esperienze immediatamente precedenti e successive la nascita. Verranno toccati temi relativi a nascite premature, lutti perinatali, interruzioni di gravidanza per favorire la condivisione di esperienze anche difficili e complesse. Molto spazio verrà dedicato al racconto di esperienze personali e non, a domande e perplessità su tutti gli aspetti psichici ed emotivi relativi ai temi proposti.

Come posso staccare mio figlio dai videogiochi?

Regole di sopravvivenza genitori-figli sull’uso dei videogames

Alla soglia del 2020 possiamo facilmente ammettere che i videogiochi sono entrati a fare parte delle nostra quotidianità, in particolare nella vita dei bambini. Ormai è una consuetudine passare davanti ad una scuola e vedere gli alunni che aspettano l’entrata inchiodati sui loro telefonini, per fare l’ultima partita prima del suono della campanella o entrare in un ristorante e vedere al tavolo accanto qualche bambino “parcheggiato” di fronte allo smartphone, invece di correre fra i tavoli.

Il problema spesso sorge nel momento in cui decidiamo che è arrivato il momento di farli smettere, o perché abbiamo finito la cena ed è “ora di andare”, o perché bisogna cominciare a fare i compiti, o semplicemente perché ci accorgiamo che è passato troppo tempo da quando nostro figlio ha accesso la consolle o il cellulare. Sono rare le volte in cui ci verrà risposto “Va bene, spengo immediatamente”, sarà molto più probabile l’inizio del solito braccio di ferro: “aspetta, finisco la partita”, “dai solo altri 5 minuti”, fino all’insorgere di veri e proprio comportamenti oppositivi (talvolta anche aggressivi).

Parlare di dipendenza da videogames è ormai troppo generico (leggi anche I social network e il loro effetto sulla mente). Un articolo uscito sul Wall Street Journal mette in evidenza come il problema sia soprattutto neurologico: in questo tipo di comportamento viene imputata principalmente la corteccia prefrontale, la parte del cervello deputata alla gestione degli impulsi, e il sistema della ricompensa, dato che il nostro cervello è programmato per ricercare un appagamento. L’appagamento arriva nei videogiochi al termine di una partita, nel momento in cui c’è stato un esito positivo, ma sarà anche la frustrazione della sconfitta a farci cominciare una nuova partita.

Inoltre i videogiochi attuali sono programmati in maniera tale che le partite siano brevi (come per esempio quelli degli smartphone) e che ci siano sia degli aspetti di crescita di difficoltà rispetto al livello (in maniera tale da non abituarsi all’appagamento iniziale), ma anche rispetto ai personaggi che di volta in volta possiamo acquisire. Ciò comporta che a volte si è costretti a “shoppare” (acquistare) per rimanere al passo con gli altri utenti. I videogame sono concepiti per offrire piccole ricompense intermittenti e non conclusive, che spingono a continuare il gioco. La fine in realtà non esiste perché le app vengono aggiornate in continuazione, con nuovi livelli da superare o nuovi personaggi da sbloccare.

Forse adesso sarà più chiaro il motivo per cui è difficile interrompere un videogame, ma come poter risolvere questo problema?

In primis bisogna stabilire insieme ai bambini un sistema di regole di base condiviso, in particolare sulla quantità di tempo che si può trascorrere a giocare (preferibilmente non più di un’ora al giorno). L’importante è che tale quantità non sia variabile. Spesso alcuni genitori preferiscono parcheggiare i figli davanti ad un televisore durante il fine settimana, per poi pretendere di limitarne l’uso solo quando gli fa più comodo.

In ogni caso, aiuta anche avvisare i bambini una manciata di minuti prima dell’interruzione, in modo che si possano autoregolare (può essere utile mettere un timer che suoni allo scadere del termine del tempo). E’ inoltre utile fare delle pause, durante il gioco, in maniera tale che non si arrivi ad uno stato di alienazione e che ci sia un tempo di recupero della stanchezza cognitiva e visiva. Proprio perché questa stanchezza può, a volte, limitare le performance cognitive ed attentive, sarebbe sicuramente più opportuno fare prima i compiti e successivamente iniziare a giocare.

Ovviamente il contenuto dei videogame deve essere sempre adatto all’età del bambino, ci sono giochi che possono addirittura favorire lo sviluppo di competenze e il potenziamento di altre.

E’ fondamentale che l’uso dei videogiochi sia limitato e sia sempre alternato ad attività sportive, di gioco all’aperto e di socializzazione con gli altri. Si dovrebbe evitare il più possibile di avere le consolle o i telefonini nelle proprie camere, per poter essere supervisionati dagli adulti, perché dato che il sistema di regolazione e della ricompensa del bambino non è ancora sufficientemente maturo, serve un limite imposto dall’esterno, ovvero dal genitore.

Infine, il genitore deve essere il primo a rispettare tali regole, limitando l’uso del proprio smartphone, altrimenti non possiamo arrabbiarci quando nostro figlio non si riesce a staccare dai videogame quando siamo noi i primi a non riuscire a staccarci dai social.

Alimentazione e stili di vita per la salute preconcezionale

La salute preconcezionale è importante per la gravidanza, la salute della coppia e del nascituro

La salute preconcezionale, cioè quella che riguarda il periodo precedente il concepimento, è un fattore di estrema importanza per garantire un normale decorso della gravidanza, ridurre il rischio di Esiti Avversi della Riproduzione (EAR) e assicurare un buono stato di salute sia della mamma che del futuro nascituro.

Una coppia in età fertile che inizia a pensare alla costruzione della propria famiglia dovrebbe occuparsi ancora di più della propria salute ed in particolare dovrebbe mettere in atto alcuni comportamenti protettivi e preventivi (Per saperne di più visita www.mammainforma.it). Di seguito le principali raccomandazioni per la coppia nel preconcezionale.

Stato nutrizionale e alimentazione

E’ importante mantenere un peso corporeo nella norma ed in generale uno stato di nutrizione ottimale. Una malnutrizione per difetto o per eccesso può causare problemi di fertilità, sia nell’uomo che nella donna, problemi durante la gravidanza e incidere sulla salute del feto e del futuro bambino. Adottare un’alimentazione variata di stampo mediterraneo, cioè ricca di alimenti vegetali, come frutta, verdura e legumi, che comprende buon consumo settimanale di pesce (soprattutto azzurro), è importante per la popolazione generale e in particolare per chi progetta di avere un figlio.

Acido folico: pertutte le donne in età fertile è raccomandata l’integrazione quotidiana con 400mcg di acido folico così come l’aumento del consumo di alimenti naturalmente ricchi in folati tra cui: asparagi, broccoletti, rape rosse, bieta, indivia, arance, mandarini, kiwi, fragole, lenticchie, fave. Una folatemia adeguata nella donna in attesa è importante per ridurre il rischio di difetti del tubo neurale, come anencefalia e spina bifida, e altri EAR. Un intervento preventivo è fondamentale in quanto la formazione del tubo neurale avviene nel primissimo periodo di gestazione, fase in cui generalmente la donna non sa ancora di essere incinta.

Attività fisica: uno stile di vita attivo secondo le raccomandazioni OMS è estremamente importante per uno stato di salute ottimale, anche nel periodo preconcezionale  (https://www.who.int/dietphysicalactivity/factsheet_recommendations/en/).

Fumo: è importante l’astensione al fumo della coppia che progetta una gravidanza. L’abitudine al fumo riduce la fertilità sia nell’uomo che nella donna, inoltre sia quello attivo della mamma che quello passivo del papà posso avere effetti diretti sulla salute del feto e del bambino in seguito.

Alcol: nella popolazione generale e in particolare in età fertile è estremamente importante ridurre il consumo di alcol ed evitare il binge drinking, a causa dell’incrementato rischio di infertilità e EAR. In particolare nella donna nel periodo prima del concepimento è importante astenersi il più possibile dall’assunzione di bevande alcoliche, il periodo del concepimento e le prime settimane di gestazione rappresentano il momento di maggiore vulnerabilità per il feto. Una volta a conoscenza della gravidanza la donna deve astenersi completamente dal consumo di alcol.     

Malattie croniche: in caso di malattie come diabete, ipertensione, epilessia è necessario rivolgersi al medico prima di intraprendere una gravidanza. In particolar modo è importante condividere e valutare la gestione della terapia farmacologica.

Oltre a ciò è importante, ove necessario effettuare dei controlli medici. Per esempio per le donne è raccomandato lo screening per la rosolia e ove necessario un intervento di immunizzazione. Data l’importanza della salute preconcezionale, i nuovi LEA hanno incluso una classe di esami  e prestazioni per la coppia specifici per il periodo antecedente il concepimento (http://www.salute.gov.it/BancheDati/anagrafi/GDA).

Bibliografia:

Stephenson, J., Heslehurst, N., Hall, J., Schoenaker, D. A., Hutchinson, J., Cade, J. E., … & Kumaran, K. (2018). Before the beginning: nutrition and lifestyle in the preconception period and its importance for future health. The Lancet391(10132), 1830-1841.

Dott.ssa Giulia Cinelli

Biologa Nutrizionista
Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

http://www.centroiltulipano.com

Consigli per l’uso: BES, DSA, sostegno e rapporti scuola-famiglia. Come muoversi step by step.

Una guida per il genitore

L’articolo che segue vuole essere una guida per il genitore che sospetta difficoltà nel figlio, aiutarlo a comprendere quali sono i passi da fare, comprendere le varie sigle che incontreranno lungo il percorso e meglio capire i rapporti scuola-famiglia.

Negli ultimi anni sarà spesso capitato di sentir parlare di BES: tale sigla indica Bisogni Educativi Speciali, sono svariati e racchiudono oltre alla disabilità certificata (legge 104/92) e ai Disturbi Specifici d’Apprendimento (legge 170/10, di cui parleremo in seguito), anche difficoltà dovute a svantaggio sociale, culturale e determinato dalla non conoscenza della lingua e della cultura italiana.

Con la direttiva sui BES del 27/12/12 i consigli di classe sono chiamati a redigere, per tutti i casi di alunni con BES, un Piano Educativo Personalizzato (PEP). Questa direttiva estende a tutti gli studenti in difficoltà il diritto alla personalizzazione dell’apprendimento con il fine di promuovere le potenzialità di ciascuno, adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo.

Quando, invece, nel particolare, si ha il dubbio di trovarsi di fronte ad un bambino che fatica negli apprendimenti scolastici, la scuola è tenuta, secondo quanto stabilisce la legge 170 dell’8 ottobre 2010, a predisporre specifiche attività di recupero e potenziamento. Se, in seguito a queste misure persistono le difficoltà dell’alunno, sarà necessaria una comunicazione alla famiglia. Di fondamentale importanza sarà rivolgersi al più presto agli specialisti sanitari del settore (Neuropsichiatra Infantile, Psicologo, Logopedista) per effettuare una valutazione diagnostica.

Dopo una prima fase di anamnesi, il bambino sarà sottoposto ad una serie di test che valutano l’intelligenza, la lettura, la scrittura, la comprensione del testo, la matematica. In alcuni casi si riterrà opportuno approfondire le capacità linguistiche, di attenzione, di memoria. Quanto ottenuto dalla valutazione verrà poi comunicato alla famiglia tramite relazione scritta.

Molto spesso i genitori non appena ricevuta la diagnosi di Disturbo Specifico d’Apprendimento (DSA) si trovano in difficoltà su quali siano i passi da compiere per garantire la giusta attenzione da parte della scuola.

La famiglia deve consegnare la diagnosi alla scuola che la protocolla, la inserisce nel fascicolo personale dello studente ed informa il coordinatore di classe e/o il referente DSA.

Piano Didattico Personalizzato PDP

Successivamente si richiede stesura di un Piano Didattico Personalizzato PDP, stilato dalla scuola dopo essersi confrontata con la famiglia e lo specialista che ha formulato la diagnosi o i professionisti che hanno in carico il bambino.

La famiglia è tenuta, ad ogni cambio di ciclo scolastico, a consegnare copia della diagnosi e del PDP all’ordine di scuola successivo.

La stesura di un PDP (Piano Didattico Personalizzato) è prevista dalla legge 170/10, che ha come finalità quella di garantire il diritto all’istruzione, favorire il successo scolastico, ridurre i disagi relazionali ed emozionali, favorire una diagnosi precoce. In questo documento la scuola garantisce ed esplicita interventi didattici personalizzati ed individualizzati, con l’indicazione degli strumenti compensativi e delle misure dispensative adottate.

Strumenti compensativi:

  • Sintesi vocale, che trasforma un compito di lettura in un compito d’ascolto;
  • Registratore, che consente allo studente di non scrivere gli appunti della lezione;
  • Programmi di videoscrittura con correttore ortografico, che permettono la realizzazione di testi sufficientemente corretti senza l’affaticamento della rilettura e della contestuale correzione degli errori;
  • Calcolatrice, che facilita le operazioni di calcolo;
  • Altri strumenti tecnologicamente meno evoluti quali tabelle, formulari, mappe concettuali.

Misure dispensative:

Le misure dispensative permettono allo studente di svolgere con alcuni accorgimenti o non svolgere le prestazioni che risultano particolarmente difficili a causa del proprio DSA.

  • Interrogazioni programmate;
  • Verifiche orali e non scritte;
  • Tempi supplementari per lo svolgimento delle prove;
  • Valutazione dei contenuti e non della forma;
  • Dispensa dal copiare e dal prendere appunti;
  • Dispensa dall’uso del corsivo.

Il PDP viene costantemente monitorato, verificato e potrà essere modificato nel corso dell’anno scolastico, viene considerato come strumento di lavoro in itinere.

Piano Educativo Individualizzato, PEI

Nel caso di alunni con Disabilità certificata, si redige, invece, un PEI (Piano Educativo Individualizzato), si definisce entro il secondo mese dell’anno scolastico ed è congiuntamente condiviso e stilato tra operatori della scuola, dei servizi sanitari e sociali, in collaborazione con la famiglia.

Il PEI, come il PDP, non è un documento immutabile, viene analizzato nel corso dell’anno per valutarne l’efficacia e modificato, aggiornato o confermato in base agli obiettivi raggiunti e alle necessità emerse durante l’anno. Gli obiettivi possono non essere aderenti al programma ministeriale e si ha quindi un Piano Didattico Differenziato che permetterà di proseguire gli studi ma non ha valore per il conseguimento del titolo di studio: l’allievo consegue un attestato e non un diploma; la famiglia può dare o negare il consenso.

Come e quando richiedere l’insegnante di sostegno.

Anche in questi casi spesso il genitore si chiede come poter accedere alla figura dell’insegnante di Sostegno. Il primo passo è formalizzare una richiesta al servizio di Neuropsichiatria Infantile della ASL di riferimento. Se il medico Neuropsichiatra Infantile ritiene che il minore possa beneficiare della presenza di alcune ore di insegnante di sostegno, questo indicherà di richiedere l’accertamento di handicap (legge 104/92 art.3).

Nel frattempo il Neuropsichiatra Infantile preparerà un documento “Profilo di funzionamento- Diagnosi Funzionale” che evidenzia quello che il bambino sa e non sa fare e in che grado.

In caso di autonomia ridotta le ore di sostegno sono integrabili con ore di assistente all’autonomia e alla comunicazione (AEC).

Per quanto riguarda BES e DSA non hanno diritto alla presenza dell’insegnate di sostegno.

Nella speranza di aver reso più chiaro il percorso che la famiglia congiuntamente con la scuola può intraprendere, si lasciano alcuni riferimenti per ulteriori delucidazioni:

www.aiditalia.org

www.istruzione.it/web/istruzione/dsa

I GENERAL MOVEMENTS: cosa sono e cosa ci rivelano

Lo sviluppo motorio del bambino è un processo complesso che ha il suo inizio fin dalla vita fetale. Il neonato infatti possiede già un repertorio di schemi motori che emergono gradualmente durante la vita prenatale e rimangono immutati nelle prime settimane di vita, diventando poi sempre più controllati e consapevoli.
Heinz Prechtl, pioniere della comprensione del comportamento fetale, pretermine e neonatale, scoprì la stretta correlazione tra l’attività motoria spontanea e lo stato del sistema nervoso del feto e del neonato tramite l’osservazione della qualità e della quantità dei General Movements (GMs).

Cosa sono i General Movements?

I General Movements sono definiti come un repertorio di movimenti spontanei che iniziano e finiscono gradualmente e coinvolgono tutto il corpo, con durata variabile da pochi secondi ad alcuni minuti. Sono variabili nella sequenza in cui braccia, tronco, gambe e collo vengono interessati nel movimento e presentano un crescendo e decrescendo in termini di velocità, intensità e forza. Sono caratterizzati da flessione ed estensione di gambe e braccia, rotazioni e cambi di direzione, che rendono i movimenti eleganti e fluenti e si osservano soprattutto durante il sonno REM, il pianto e la veglia attiva.


Writhing Movements e Fidgety Movements


I primi a manifestarsi sono i Writhing Movements (movimenti “contorsivi”); essi compaiono in epoca prenatale e si manifestano nel pretermine. Nel neonato a termine fino alle 6-9 settimane di vita, hanno ampiezza piccola o media, velocità bassa o moderata e sono di forma tipicamente ellittica. Comprendono la flessione, estensione e rotazione su tutti i piani dello spazio, rendendoli simili a degli stiracchiamenti (movimenti contorsivi, o “writhing”).

A partire dalle 7-9 settimane post-termine, questi movimenti si modificano dal punto di vista qualitativo, diventando continui e più fini: sono i Fidgety Movements, sono circolari, di piccola ampiezza, velocità moderata e accelerazione variabile. Si esprimono durante le settimane successive fino a scomparire intorno alle 15, massimo 20, settimane post-termine. Possono manifestarsi anche insieme ad altri movimenti come lo scalciare, scoppi improvvisi di piacere e movimenti oscillatori.

Dopo le 15 settimane post-termine si sviluppano altri pattern di attività motoria spontanea come il sollevare le gambe, il rotolamento e il toccare gli oggetti.

Cosa rivelano i GMs?

L’osservazione dei GMs è molto importante perché predittiva di neonati a rischio per lo sviluppo disordini evolutivi come le Paralisi Cerebrali Infantili (PCI).

Le deviazioni dalla norma per i Writhing Movements possono essere:
– ipocinesia: assenza quasi totale di GMs
repertorio povero: sequenze monotone e scarsa complessità di movimento
– movimenti crampiformi-sincroni: sono caratterizzati da contrazione e rilasciamento quasi simultaneo dei muscoli
– movimenti caotici: senza fluidità e morbidezza, ma improvvisi e bruschi

I Fidgety Movements invece possono essere:
– anormali: con ampiezza, velocità e andamento a scatti esagerati
– assenti: quando non vengono mai osservati tra la sesta e la ventesima settimana post-termine.

L’individuazione di bambini a rischio evolutivo tramite l’osservazione dei GMs è quindi fondamentale per poter mettere in atto un intervento precoce e globale che li accompagni verso il raggiungimento del loro massimo potenziale di sviluppo.

Dott.ssa Claudia Puntillo
Terapista della Neuro e Psicomotricità dell’Età Evolutiva (TNPEE)

L’obesità infantile: come migliorare le abitudini dei nostri bambini

L’obesità infantile è una delle problematiche di salute più preoccupanti negli ultimi anni tanto da essere stata definita come una vera e propria epidemia a livello mondiale. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS – WHO, World Health Organization) per obesità si intende “quella condizione caratterizzata da un eccesso di peso corporeo per accumulo di tessuto adiposo, in misura tale da influire negativamente sullo stato di salute”.

Purtroppo l’obesità infantile rappresenta ad oggi una condizione sempre più importante per numero di soggetti interessati e gravità delle complicanze cliniche ad essa associate. In età evolutiva, dai 2 anni in poi, si parla di eccesso ponderale quando l’Indice di Massa Corporea, ovvero il rapporto tra il peso e l’altezza al quadrato, è superiore all’85° percentile per età e sesso. In Italia gli ultimi dati dell’indagine OKkio alla Salute, presentati il 4 maggio 2017, mostrano come quasi un terzo dei bambini tra gli 8 e i 9 anni si trovino in una condizione di eccesso ponderale (21,3% in sovrappeso, 9,3% obesi).

Più del 95% dei casi di obesità in età pediatrica rientrano nella forma cosiddetta “essenziale”, sono cioè classificabili come malattie multifattoriali che nascono dall’interazione di gene e ambiente. In poche parole, sulla base di quella che si può definire una predisposizione genetica, i fattori ambientali, come abitudini sedentarie e un’alimentazione non salutare e sbilanciata, rivestono un ruolo centrale nell’insorgenza di tale patologia.

Dal sistema OKkio alla salute si evince come le abitudini alimentari dei nostri bambini e ragazzi siano lontane dalle raccomandazioni internazionali e dalla cosiddetta Dieta Mediterranea. Assenza della prima colazione, spuntini troppo abbondanti, scarso consumo di frutta e verdura, frequente consumo di bevande zuccherate, sedentarietà e inattività fisica la fanno da padroni.

L’obesità infantile costituisce ad oggi un’importante problema di sanità pubblica, dunque la sua prevenzione è uno degli obiettivi principali delle campagne e degli interventi del sistema sanitario nazionale, che prevedono il coinvolgimento essenziale delle famiglie e dell’intera comunità scolastica.

Cosa si può fare nel quotidiano?

Qualche consiglio per la vita di tutti i giorni in famiglia:

  • I genitori e tutto l’ambiente familiare sono fonte di esempio e di imitazione per i bambini. Se l’intera famiglia segue abitudini alimentari e di vita sane tutto sarà più facile!
  • È importante cercare di invogliare i bambini ad assaggiare nuovi alimenti, anche i meno graditi, senza forzature. Portiamoli al supermercato a scegliere nuova frutta e nuova verdura ed una volta a casa coinvolgiamoli nella preparazione del pasto.
  • Il pasto è un momento di riunione e condivisione. Mangiamo tutti insieme, le stesse cose e senza distrazioni come giochi, videogiochi e TV.
  • Una sana giornata alimentare è costituita da 5 pasti: colazione, spuntino, pranzo, merenda, cena.
  • La colazione è uno dei pasti più importanti! Ci permette di ricaricare le energie necessarie per tutta la giornata. Una colazione tipo potrebbe essere costituita da latte con panino integrale e marmellata, oppure da una spremuta con un uovo e del pane integrale tostato, o ancora da uno yogurt bianco senza zuccheri con frutta a pezzi, frutta secca e cereali integrali. Ci possiamo sbizzarrire con la fantasia, ricondiamoci però che per fare una buona prima colazione bisogna svegliarsi in tempo!
  • Gli spuntini sono dei piccoli break che aiutano a non arrivare troppo affamati al pasto successivo. Privilegiamo frutta fresca, macedonie (senza zucchero aggiunto), frutta secca, yogurt e frullati.
  • I pasti principali, pranzo e cena, dovrebbero essere completi: un primo a base di cereali integrali (pane, riso, farro, pasta, orzo, patate ecc), un secondo (legumi, pesce, carne, uova, formaggi) e uno o più contorni di verdure.
  • Durante la settimana è importante ruotare i secondi piatti: legumi (4-5 v/sett), pesce (3-4 v/sett), carne (1-2 v/sett), formaggi (1-2 v/sett), uova (1-2 v/sett).
  • Le porzioni di frutta e verdura giornaliere sono 5! La verdura deve essere sempre presente a pranzo e cena!
  • Ricordiamoci che le patate non sono un contorno, ma sostituiscono pane, pasta, riso
  • Ricordiamoci che i legumi non sono un contorno ma un secondo piatto come carne, pesce, formaggi e uova
  • L’olio extravergine di oliva è il condimento principe della Dieta Mediterranea.
  • È importante variare giornalmente gli alimenti proposti e le modalità di cottura, in modo da non annoiare i bambini/ragazzi e da stimolarli sempre nell’assaggio di nuovi cibi.
  • È importante cercare di evitare il consumo di bevande zuccherate, dolci confezionati e alimenti precotti (es. bastoncini, cotolette pronte).
  • È importante cercare di limitare le fritture, l’utilizzo di salse e l’aggiunta di sale da cucina.
  • Le porzioni sono importanti! Ricordiamo che un bambino non può mangiare quanto un adulto.
  • L’acqua è un costituente fondamentale del nostro corpo: cerca di bere almeno 1.5 litri di acqua al giorno.
  • Il movimento è importante. Un bambino dovrebbe muoversi 60 minuti al giorno (passeggiate, giochi all’aperto etc.) e scegliere uno sport da fare 2-3 v/sett.

Dott.ssa Giulia Cinelli
Biologa Nutrizionista
Esperta in Nutrizione Pediatrica e Personalizzata

www.centroiltulipano.com